L’UE va alla guerra, e i suoi popoli?
Il conflitto russo-ucraino ha superato il quarto anno, confermando la sua natura di guerra di attrito. L’obiettivo ufficiale della Russia (la denazificazione dell’Ucraina) non è formalmente mutato, ma la reazione degli Stati Uniti di Biden e di alcuni Stati europei (Gran Bretagna in testa) è stata tale da trasformare il conflitto in una lotta esistenziale tra il bene e il male e scavare un solco profondo tra l’Europa e la Russia. Il ritorno di Trump nel gennaio 2025 ha solo mosso le acque in superficie, senza invertire quella infausta direzione di marcia. C’è ancora un minimo spazio di manovra per opporsi a tale moto inerziale, come individui, movimenti, partiti di un Paese un tempo votato alla diplomazia e al dialogo, qual era l’Italia durante la Guerra fredda? Il vuoto della politica che si è andato scavando nei decenni ha condotto i Paesi europei ad accettare la versione neoliberale della narrazione bellica patrocinata dalle istituzioni dell’UE. Germania in testa. Il dogma dell’adattamento universale dell’individuo al posto dell’azione collettiva viene spinto all’estremo della partecipazione responsabile degli individui allo stato di crisi bellica. Questo “pastorato” dell’UE presuppone l’omologazione della guerra a uno stato di crisi qualunque: come il mercato è depoliticizzato (ed è per questo che si può pretendere l’universale adattabilità del singolo: «There is no alternative!»), così viene depoliticizzato il conflitto con l’aggressore russo, rispetto al quale non vi sarebbero alternative.
Convinti, invece, che alternative devono essercene sempre, abbiamo cercato di analizzare alcune radici dell’attuale crisi, specie geoeconomiche (Nadia Garbellini, Vincenzo Comito), ma anche antropologiche e culturali (la perdita della consapevolezza del “vincolo interno” offerto dai nostri Padri costituenti: Renato Ibrido; l’azzeramento della riflessione storico-politica in Germania: Guido Barbi; l’idolatria del potere tecnico: Antonio Cantaro; la paura e il sospetto quali dispositivi indotti a supporto di una nuova fase di valorizzazione del capitale: Antonio Martone).
La preparazione al conflitto con la Russia sbandierata dalla Commissione europea con il libro bianco RearmEU-Readiness 2030 svolge la chiara funzione di legittimare l’improvvida riconversione industriale degli Stati europei, Germania in testa. Ma si tratta solo della punta dell’iceberg, posto che almeno a far data dalla fine del 2013 la Commissione Barroso proponeva la narrazione dei giovani ucraini pronti a combattere per l’UE e i suoi valori, tacciando di “disfattismo” i nascenti movimenti euroscettici. La riconversione bellica è, dunque, qualcosa di più ampio e ambizioso della mera riconversione industriale, nella retorica delle istituzioni europee.
Ma alla riconversione bellica delle fabbriche e delle narrazioni istituzionali deve affiancarsi quella delle menti e delle società. I programmi di warfare cognitivo avviati dalla NATO già prima del febbraio 2022 sembrano ancora bisognosi di rodaggio, almeno stando ai recenti dati dell’opposizione giovanile alla reintroduzione mascherata della leva in Germania. Una resistenza della società civile che trova sponde politiche solo nei partiti considerati impresentabili. Altrettanta attenzione meritano le variegate forme di resistenza sindacale al riarmo che i media tradizionali tendono, invece, a oscurare (Giovanni Orlandini- Marco Tufo).
Dopo anni di retorica sulla necessità di ricorrere alle sanzioni economiche per indurre la società civile russa a ribellarsi a Putin e al partito russo della guerra, è ora di interrogarsi sugli effetti che ciò sta producendo. Qual è la percezione dei russi nei confronti dell’Occidente europeo? Almeno a far data dall’annessione della Crimea nel marzo 2014, il conflitto russo-ucraino è stato interpretato dall’UE come la possibilità di sfruttare l’ennesima crisi per costruire una parvenza di soggettività politica, sia pure in negativo. L’avere un nemico comune contro cui alimentare un odio inestinguibile ha offerto, dopo gli allargamenti del 2004-2007, un pericoloso surrogato all’impossibile approfondimento dell’integrazione politica. Avremmo così dimostrato di avere un’unica postura anti-russa, dunque l’unità agognata dell’UE e della sua cittadinanza esisterebbe almeno negli occhi del suo Nemico esistenziale. È davvero così che ci percepisce la società russa (Vincent Ligorio)? O esiste ancora la possibilità di renderci discernibili quali nazioni e popoli portatori di storie e sensibilità diverse, non tutti egualmente allineati alle ansie dei governi più russofobi entro l’UE (Giuliano Garavini)?
Infine, il proseguire del conflitto e della riconversione bellica sotto il duplice ombrello NATO-UE sta producendo effetti sul sistema politico interno: il caso italiano ha visto la guerra come linea di faglia incuneata nelle coalizioni esistenti (le destre) e in quelle in fase di (difficile) costruzione a sinistra. Dopo il fallimento alle elezioni europee del 2024 del “partito della pace” di Michele Santoro, esistono possibilità di costruire identità politiche non effimere attorno a pacifismo identitario e neutralismo in politica estera? Come può contribuire a tutto ciò il forte messaggio di Papa Leone XIV e quella parte del mondo cattolico che lo supporta? Davvero può condensarsi un’alleanza di forze laiche attorno al messaggio profondamente umanista della Magnifica Humanitas per porre freno all’entropia dell’Occidente?
Andrea Guazzarotti
Costituzionalista, insegna all’Università di Padova, Dipartimento di Scienze politiche, Giuridiche e Studi Internazionali.
4/10/2026 https://fuoricollana.it/









Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!