Malcolm X, rivoluzionario globale

Il leader nero che nasceva cent’anni fa viene spesso dipinto come un separatista radicale. Invece arrivò a lottare contro le ingiustizie a tutto tondo, denunciando con lucidità il capitalismo razziale e gli orrori del colonialismo. Negli Usa e nel resto del mondo

Questa settimana ricorre il centesimo compleanno di el-Hajj Malik el-Shabazz, noto al mondo come Malcolm X. Nel commemorare la sua eredità, dobbiamo andare oltre la caricatura del rivoluzionario nero arrabbiato con cui spesso viene dipinto nelle narrazioni mainstream. Il vero Malcolm era un visionario la cui radicale trasformazione sconvolse e ispirò il mondo.

Il suo percorso, cominciato dall’appartenenza alla Nation of Islam e dal separatismo nero fino a divenire il rivoluzionario globale impegnato nell’anti-imperialismo e nella solidarietà con i popoli oppressi di tutto il mondo, ci lascia profondi insegnamenti. L’evoluzione di Malcolm non fu solo politica, ma anche spirituale e intellettuale. Inizialmente, fu plasmato dall’enfasi della Nation of Islam sull’autosufficienza e la separazione razziale. Secondo la narrazione comune, nel 1964, dopo aver rotto con la Nation, Malcolm subì una profonda trasformazione. Il suo pellegrinaggio alla Mecca, dove pregò con musulmani di tutte le etnie, lo portò ad abbracciare una visione più inclusiva della solidarietà.

Tuttavia, in realtà, l’impegno di Malcolm X per la solidarietà globale iniziò ben prima del suo pellegrinaggio. Cresciuto in una famiglia garveyita, assorbì gli ideali panafricani dai suoi genitori, attivi nella Universal Negro Improvement Association. Questa formazione precoce plasmò i suoi viaggi del 1959 in Africa e Medio Oriente, dove comprese meglio le lotte antimperialiste. L’assassinio di Patrice Lumumba nel 1961 acuì ulteriormente la sua critica alla politica estera statunitense. Nello stesso anno, Malcolm fondò Muhammad Speaks, un giornale immerso nella politica internazionalista e nella liberazione dei neri, nell’ambito di una lotta globale contro il colonialismo e l’impero.

Nel settembre del 1964, Malcolm X visitò Gaza, allora sotto amministrazione egiziana. Durante la sua visita, incontrò il poeta palestinese Harun Hashim Rashid, che raccontò di essere scampato per un pelo al massacro di Khan Yunis del 1956, in cui le forze israeliane uccisero 275 palestinesi. La poesia di Rashid Dobbiamo tornare, che Malcolm trascrisse nel suo diario, trasmetteva con forza lo spirito duraturo della resistenza palestinese e la lotta universale contro l’oppressione coloniale.

Durante i suoi viaggi in Africa e Medio Oriente, Malcolm incontrò rivoluzionari che combattevano il colonialismo e i governi autoritari sostenuti dagli Stati uniti. Questi incontri confermarono ciò che già sospettava: gli Usa non erano una democrazia, erano un impero.

«Non può esserci capitalismo senza razzismo», disse Malcolm al pubblico del Militant Labor Forum nel 1964. Osservò che lo sfruttamento dei neri negli Stati uniti non era un’eccezione, ma faceva parte di un modello globale più ampio, che collegava Harlem al Congo, il Mississippi alla Palestina e il ghetto americano a ogni nazione colonizzata che si opponeva al dominio imperiale. «La stessa ribellione, la stessa impazienza, la stessa rabbia che esiste nei cuori delle persone di colore in Africa e in Asia – disse – si trova nei cuori e nelle menti di 20 milioni di neri in questo paese».

Malcolm definì la politica estera statunitense per quello che era: violenta, razzista e imperialista. Si oppose al governo statunitense non solo per il trattamento riservato agli afroamericani, ma anche per come destabilizzava e dominava altre nazioni. Condannò il coinvolgimento della Cia in omicidi e colpi di stato in Africa e America Latina. Denunziò il sostegno degli Stati uniti al Sudafrica dell’apartheid. E denunciò l’ipocrisia di una nazione che affermava di difendere la libertà all’estero, negandola in patria.

Ancora oggi la sua critica rimane di una precisione sconvolgente. Gli avvertimenti di Malcolm riecheggiano il continuo sostegno Usa ai bombardamenti israeliani su Gaza, dove intere famiglie sono sepolte sotto le macerie con armi statunitensi. La disumanizzazione dei palestinesi, dipinti come terroristi piuttosto che come un popolo sotto assedio, rispecchia la stessa propaganda che Malcolm denunciò quando gli afroamericani furono criminalizzati per essersi opposti alla violenza sistemica. Proprio come Malcolm smascherò i doppi standard della politica statunitense – diritti umani per alcuni, occupazione per altri – le atrocità di massa di oggi a Gaza sottolineano la stessa logica imperialista contro cui ha combattuto per tutta la vita.

Lo vediamo nell’occupazione militare e nella destabilizzazione di Haiti, dove i governi sostenuti dagli Stati uniti hanno lasciato il paese nel caos. E lo vediamo nel bilancio della difesa di quasi mille miliardi di dollari che alimenta guerre con droni, colpi di stato e centinaia di basi militari in tutto il mondo, mentre le comunità povere degli Stati uniti sono private dei servizi di base e una parte significativa della popolazione lotta per arrivare alla fine del mese.

In ambito nazionale, l’analisi di Malcolm X sul razzismo sistemico non è mai stata più importante di quanto lo è ora. Descrisse la polizia nelle comunità nere come un esercito di occupazione, linguaggio che risuona nelle voci degli attivisti di oggi dopo le uccisioni perpetrate dalla polizia, da Ferguson a Minneapolis. Malcolm comprese anche l’incarcerazione di massa prima ancora che avesse un nome, avvertendo che i sistemi punitivi erano progettati per controllare e contenere i neri, non per riabilitarli o proteggerli. «Questo è ciò che intendono quando parlano di ‘legge e ordine’ – dichiarò – Intendono dire che vogliono tenere te e me sotto controllo».

Al suo ritorno negli Stati uniti, dopo aver completato il pellegrinaggio dell’Hajj alla Mecca e aver incontrato leader e intellettuali durante i suoi viaggi in Medio oriente e Africa, Malcolm tenne una conferenza stampa all’aeroporto Jfk. Lì parlò della trasformazione del suo pensiero e presentò l’idea di affrontare la lotta degli afroamericani come una questione di diritti umani, dichiarando che si sarebbe impegnato a presentare accuse contro gli Stati uniti per il trattamento riservato ai neri.

Due settimane dopo, il direttore dell’Fbi J. Edgar Hoover inviò un telegramma all’ufficio dei federali di New York intimando loro di «fare qualcosa riguardo a Malcolm X». La svolta di Malcolm verso la difesa dei diritti umani a livello internazionale e la sua crescente capacità di creare coalizioni tra ideologie e razze diverse rappresentarono una preoccupazione unica e crescente per l’Fbi, mentre imperversava il programma illegale Cointelpro, che prendeva di mira leader e gruppi neri in tutto il paese. L’internazionalismo di Malcolm X era pericoloso proprio perché diceva la verità. Rivelava che gli Stati uniti non erano un esempio isolato di democrazia fallita, ma il fulcro di un sistema globale di capitalismo razziale. In questo senso, le opinioni di Malcolm erano più radicali – e più accurate – rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei. Ma non era il solo.

Negli ultimi anni della sua vita, il Martin Luther King Jr. iniziò a parlare sempre più come Malcolm, condannando la guerra del Vietnam, il complesso militare-industriale e il capitalismo americano. Nel 1967, nel discorso intitolato Oltre il Vietnam, King sostenne che Washington era «il più grande promotore di violenza del mondo odierno». King, come Malcolm, fu assassinato poco dopo aver espresso questa critica radicale dell’impero.

Malcolm X fu ucciso nel 1965, proprio mentre la sua politica si stava espandendo verso una visione globale di solidarietà e lotta rivoluzionaria. Sei decenni dopo, la sua analisi rimane di una rilevanza agghiacciante. I suoi moniti sul potere degli Stati uniti – il suo fondamento nel capitalismo razziale, la sua dipendenza dalla violenza e la sua portata globale – trovano conferma in ogni attacco con i droni, in ogni uccisione della polizia, in ogni affare di armi da miliardi di dollari e in ogni quartiere trascurato. Lo stesso vale per il suo appello alla solidarietà globale: non per riformare la macchina dell’oppressione, ma per smantellarla completamente. «Non si fa una rivoluzione in cui si supplica il sistema di sfruttamento di integrarvi – disse nel 1964 – Le rivoluzioni rovesciano i sistemi».

Malcolm si rifiutò di scegliere il silenzio quando la verità era scomoda. Si schierò con gli oppressi – da Harlem al Congo, dal Mississippi alla Palestina non per ottenere applausi, ma perché la giustizia lo esigeva. «Sono per la verità, non importa chi la dica. Sono per la giustizia, non importa a favore o contro chi sia – affermò – Sono un essere umano, prima di tutto, e come tale sono per chiunque e qualsiasi cosa sia di beneficio all’umanità nel suo complesso».

La sua eredità non vive solo nei discorsi e nelle foto, ma anche nei movimenti: nell’indignazione globale per l’attacco israeliano a Gaza, nel rifiuto dell’intervento statunitense ad Haiti e nella continua lotta per l’abolizione e la dignità da Rikers a Rafah. Onorare Malcolm ignorando queste lotte significa tradire le idee che lo hanno reso pericoloso per le strutture di potere occidentali. Ci ha insegnato che la solidarietà deve estendersi oltre i confini, oltre le zone di comfort, oltre la propaganda. E che schierarsi dalla parte degli oppressi non è facoltativo, è essenziale.

Donté L. Stallworth ha giocato nella National Football League per dieci stagioni. Ha scritto, tra l’altro, per il New York Times, Huffington Post. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

22/5/2025 https://jacobinitalia.it/

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