Mamdani, l’insurrezione progressista
La vittoria alle primarie di New York del candidato socialista è una boccata d’aria per i musulmani contro l’arroganza di Trump, ma anche un colpo all’establishment Dem. E un’indicazione strategica per la sinistra
L’aspetto più significativo della vittoria di Zohran Mamdani alle primarie Democratiche di New York City è forse la prova vivente che le cose belle possono accadere: che i cattivi non vincono sempre, che il mondo non è destinato a peggiorare sempre di più e che le cose possono davvero cambiare in meglio; cosa più importante, che tutto questo può accadere perché la forza delle persone comuni che si uniscono può renderlo possibile.
Non si percepiva così da tempo. La vittoria a sorpresa di Donald Trump nel 2016, unita alla schiacciante sconfitta di Bernie Sanders alle primarie del 2020, aveva spinto molti esponenti della sinistra diffusa, anche se non lo ammettevano, a credere che il mondo fosse incamminato verso un’inevitabile discesa negli abissi. Gli ultimi otto mesi non hanno cambiato questa prognosi, poiché Trump non solo ha riconquistato la Casa Bianca, ma si è occupato di portare avanti un programma molto più radicale, caotico e deliberatamente crudele di qualsiasi cosa avessimo visto nel suo primo mandato e di quanto avessimo presumibilmente visto in decenni di storia degli Stati uniti. Con l’avvicinarsi del giorno delle elezioni a New York, Trump sembrava pronto a far precipitare il paese in un’altra disastrosa guerra in Medio Oriente, questa volta con l’Iran: difficile pensare a uno scenario più cupo.
La schiacciante vittoria di Mamdani sull’ex governatore di New York Andrew Cuomo martedì 24 giugno — talmente netta che Cuomo non ha nemmeno aspettato che venissero conteggiati i voti prima di ammettere la sconfitta — è uno schiaffo agli ultimi otto mesi da parte della città più grande del paese.
Mamdani racchiude in una sola persona tutto ciò che Trump ha demonizzato, insultato e preso di mira tramite la repressione: è un immigrato, di pelle scura, musulmano e socialista. I politici Democratici amano parlare di «resistenza», ma quanti di loro hanno fatto quello che ha fatto Mamdani lo scorso marzo, affrontando fisicamente il responsabile delle frontiere Tom Homan durante una protesta contro la repressione degli immigrati filo-palestinesi da parte dell’amministrazione, gridando: «Quanti altri newyorkesi arresterete?… Credete nel Primo Emendamento?».
Mamdani sarà anche l’anti-Trump, ma la sua vittoria è decisamente in stile Trump. Proprio come il presidente Repubblicano nel 2016, Mamdani ha avuto la meglio su un avversario più esperto, frutto dell’establishment del suo stesso partito, un’opinione pubblica uniformemente ostile, sondaggi che lo davano costantemente in svantaggio e una gigantesca quantità di denaro spesa contro di lui. Il solo super Pac di Cuomo, il più grande nella storia della campagna elettorale per un sindaco, ha raccolto 25 milioni di dollari e quella montagna di denaro ha pagato pubblicità negative andate in onda senza sosta nel periodo precedente le elezioni, oltre a un’ondata di volantini diffamatori.
A differenza di Trump, Mamdani ha anche resistito a quella che è stata probabilmente la campagna diffamatoria più scurrile e bigotta contro un candidato di interesse nazionale dai tempi di Barack Obama. Nel 2008, Obama ha dovuto faticare per scrollarsi di dosso la «colpa» di essere musulmano e socialista. Mamdani in realtà è entrambe le cose, e la macchina di Cuomo non ha sprecato tempo né denaro nel diffondere allarmismi al riguardo: scurendosi la pelle e allungandosi la barba in una pubblicità, insinuando o addirittura accusandolo apertamente di essere un antisemita, con Cuomo stesso che pronunciava continuamente male il suo nome in un gesto di deliberata mancanza di rispetto (non è il primo candidato dell’establishment a tentare una mossa del genere contro un socialista autore di una vittoria a sorpresa nella corsa a sindaco).
La decisione di New York di eleggere Mamdani ripudia non solo questa campagna ripugnante, ma anche un’islamofobia istituzionale e un bigottismo anti-arabo aumentati vertiginosamente negli ultimi venti mesi e che, ormai è evidente in questo inizio di secolo, hanno una forte presa sul paese. Non si tratta solo di appelli regolari e casuali alla violenza di massa da parte di personaggi politici e celebrità, che passano quasi inosservati, ma di veri e propri crimini d’odio contro musulmani e arabi o coloro che sono percepiti come tali. Tra questi, lo stesso Mamdani, che ha ricevuto minacce di morte nella fase finale della campagna, mentre la campagna di demonizzazione del partito di Cuomo raggiungeva l’apice.
Mentre scriviamo, il governo degli Stati uniti ha approvato un divieto di accesso per i musulmani molto più ampio di quello inizialmente annunciato da Trump; è nel mezzo di una campagna che prende di mira specificamente i musulmani e i mediorientali per deportarli; e non solo ha appena lanciato l’ennesima operazione di regime change contro l’Iran, paese a maggioranza musulmana, ma sta anche facilitando un genocidio in corso contro una popolazione araba a maggioranza musulmana a Gaza. L’avversario di Mamdani, tra l’altro, faceva parte del team legale del feroce criminale di guerra responsabile di quella campagna di omicidi di massa sostenuta da Washington, uno scandalo che non ha registrato neanche la minima polemica.
Se Mamdani dovesse vincere le elezioni generali, non diventerebbe solo il primo sindaco musulmano nella storia di New York City nel mezzo di questa esplosione di bigottismo. Sarebbe un sindaco musulmano eletto solo quindici anni dopo che i musulmani hanno dovuto affrontare un’ondata di sospetti e paure diffuse: l’inizio degli anni 2010 ha visto la rivelazione dello scioccante spionaggio del Dipartimento di Polizia di New York ai danni dei musulmani e delle moschee della città, così come l’assurdo e razzista fiasco della «Moschea di Ground Zero», e gli anni precedenti e successivi hanno visto informatori federali prendere di mira frequentemente uomini musulmani per incastrarli in casi di terrorismo inventati.
In quanto candidato che ha abbracciato pienamente il socialismo, Mamdani indica la strada da seguire non solo per la politica di sinistra in generale, ma anche per il Partito democratico per cui si è candidato.
Mamdani ha condotto il tipo di corsa che Kamala Harris avrebbe dovuto fare nel 2024: ha parlato certamente dei pericoli di Trump e degli scandali del suo avversario, ma ha anche riportato instancabilmente il dibattito sul suo tema centrale, l’inaccessibilità economica, che peraltro è il tema centrale per la maggior parte degli elettori. Ha contribuito anche che, a differenza di entrambi i candidati Democratici nel 2024, il carismatico Mamdani fosse in grado di apparire regolarmente in pubblico e rilasciare interviste, e non avesse paura di impegnarsi in interazioni improvvisate o di addentrarsi in territorio ostile.
Ma non si è limitato a parlare di accessibilità economica. Ha avuto idee coraggiose su come affrontarla concretamente, ben oltre le piccole modifiche urbanistiche e il programma di deregolamentazione su cui l’ala neoliberista dei Democratici ha insistito negli ultimi sei mesi.
Chi ha seguito la campagna elettorale, probabilmente può recitarle a memoria: congelamento degli affitti, assistenza all’infanzia universale, autobus gratuiti, alloggi a prezzi accessibili, supermercati di proprietà comunale che non aumenteranno i prezzi per i loro clienti: tutte idee che sono state usate per attaccarlo definendolo irrealistico, inesperto, anti-business o un sognatore campato in aria, attacchi che sono caduti nel vuoto.
Queste non sono necessariamente politiche socialiste. Anzi, mezzo secolo fa o più sarebbero state semplicemente definite idee democratiche mainstream del New Deal. Ma in quest’epoca di liberalismo degradato e corporativo, non è una coincidenza che solo il candidato socialista abbia sostenuto a gran voce quello che un tempo era il pane quotidiano del liberalismo, e che centinaia di migliaia di newyorkesi che votano Partito democratico, ma che potrebbero non considerarsi necessariamente socialisti, abbiano apprezzato il modo in cui suonavano.
Il Partito democratico ha trascorso i mesi successivi alla vittoria di Trump alzando le mani e chiedendosi: «Perché noi?». Perché il marchio Democratico è tossico, perché il pubblico trova il partito poco attraente, perché i giovani e gli elettori della working class di tutte le etnie sono senza ispirazione e si allontanano dal partito, perché i giovani non vogliono votarlo? Sono ricorsi a ridicole sciocchezze come spendere 20 milioni di dollari per studiare «sintassi, linguaggio e contenuti» che piacciono ai giovani, o raccogliere altri milioni per avviare podcast come quelli che hanno dato a Trump una spinta elettorale l’anno scorso.
Due di questi podcaster, il conduttore radiofonico Charlemagne tha God e il comico Andrew Schulz, che ha votato per Trump e si è pentito di essersi allontanato dal Partito democratico, hanno avuto una conversazione proprio su questo argomento solo poche settimane fa, quando Charlemagne ha affermato, esasperato: «Non è possibile che viviamo in una società che si vanta di essere la più ricca del pianeta e non riusciamo a risolvere il problema dei senzatetto».
«Be’, in tal caso, noi Democratici dovremmo puntare su un orientamento più socialista», ha risposto qualcuno dietro la telecamera.
«Sì – ha detto Schulz – Si dovrebbe. È quello che dicono tutti».
«E questo è Bernie [Sanders]», ha detto l’uomo dietro la telecamera.
La campagna di Mamdani ha fatto esattamente questo: è stata una campagna di Bernie Sanders a livello municipale, spietatamente disciplinata ma intransigente, socialmente progressista e tuttavia incessantemente concentrata su questioni di base con idee audaci e stimolanti che nessun altro politico oserebbe sostenere, soprattutto a causa della loro dipendenza dai soldi delle corporation.
Il risultato è stata una campagna Democratica che ha ispirato e vinto quasi in tutti i gruppi demografici: non solo i giovani, decine di migliaia dei quali sono andati in strada a convincere la gente a votare per lui, in particolare i ragazzi. I dati dei seggi mostrano che Mamdani ha vinto nelle aree a forte predominanza latina, asiatica e mediorientale, e ha ottenuto risultati migliori nei distretti a maggioranza nera rispetto a quanto previsto dai sondaggi. Ha attirato il sostegno organico di giovani e popolari podcaster e altre celebrità e, a differenza della campagna di Harris, non ha dovuto pagare loro centinaia di migliaia di dollari.
Naturalmente, vedendo un esempio di campagna elettorale e di candidato cui avrebbe fortemente bisogno, l’establishment Democratico ha fatto tutto il possibile per stroncarlo. Negli anni a venire il partito potrebbe scoprire che questo fallimento gli ha portato vantaggio.
Crollo dell’establishment
Non ora, però. I Democratici neoliberisti sono in crisi e pensano che sia «estremamente allarmante» «che gli unici candidati che entusiasmano veramente i nostri elettori siano quelli che fanno promesse assolutamente folli su posizioni politicamente tossiche», come ha detto uno stratega Democratico a Politico , o che «ci sono buone probabilità che i Democratici non vincano nel 2026 o nel 2028» perché candidati come Mamdani sostengono «ideologie estreme [sic] che sono suscettibili alle legittime critiche del Maga», come ha avvertito un’altra figura vicina al partito.
Si tratta del suono del controllo che lentamente ma inesorabilmente sfugge dalle mani di chi ha portato il Partito democratico alla rovina, il caos di arrampicatori e consulenti che non fanno nulla e che hanno a lungo trattato i propri elettori come semplici oggetti da manipolare, e il partito come una mangiatoia senza fondo.
Ma a quanto pare c’è un limite al fallimento che gli elettori sono disposti ad accettare, e il colossale fallimento dell’establishment del partito nel 2024, unito alla sua sventurata resa a Trump nei primi mesi di quest’anno, ha creato una base elettorale Democratica disgustata e pronta a una particolare presa di potere, a un’insurrezione come quella rappresentata dalla campagna di Mamdani. L’insurrezione progressista lanciata durante il primo mandato di Trump e gli anni di Biden si è sgretolata perché gli elettori Democratici erano soddisfatti dell’establishment del loro partito. Non è più così, e le condizioni sono molto più favorevoli alla strategia delle primarie progressiste che ha lentamente guadagnato terreno negli ultimi sette anni.
Va anche notato che i newyorkesi sono scampati per un pelo a un guaio. Andrew Cuomo è un uomo cattivo e pericoloso, un pessimo governatore e un pessimo sindaco. Probabilmente Cuomo avrebbe collaborato con l’amministrazione Trump anche senza la minaccia di un’azione penale che gli è stata prospettata, e lo avrebbe fatto non solo per promuovere una campagna neo-maccartista contro i suoi avversari politici di sinistra, ma anche per impoverire gli immigrati e gli altri newyorkesi.
Il fallimento di Cuomo, una delle figure più riprovevoli della politica americana odierna, in quella che era essenzialmente una retrocessione, conferma che esiste almeno un minimo di giustizia in questo mondo. Per un uomo che aveva commesso il tipo di crimini per i quali ha dovuto essere riabilitato, ottenere il privilegio di governare una città che aveva ripetutamente imbrogliato, rappresentava un’ipotesi incredibilmente desolante. Invece, gli elettori lo hanno giustamente respinto.
Nella sua biografia di Cuomo, il giornalista Michael Shnayerson ha descritto quanto fosse «triste» dopo la sconfitta a governatore del 2002, completamente consumato dal fallimento e «immerso nella disperazione» e nell’«autocommiserazione». Che Cuomo stia vivendo di nuovo questa situazione è la più piccola punizione per una carriera spesa a fare bullismo e a ferire i più vulnerabili.
Per molti versi, la battaglia è appena iniziata. Che Cuomo rimanga o meno in corsa, Mamdani dovrà probabilmente affrontare una lotta estenuante per vincere le elezioni generali contro il sindaco in carica Eric Adams, una lotta in cui i finanziatori di Cuomo e il resto dell’élite benestante della città (e del paese) investiranno somme incalcolabili per diffamare e sconfiggere il candidato socialista. L’instancabile energia popolare che ha spinto Mamdani alla vittoria alle primarie dovrà essere sostenuta nei quattro mesi a venire e, se possibile, dovrà crescere ancora di più e rafforzarsi ulteriormente se diventerà effettivamente sindaco, affinché il suo programma abbia qualche speranza di concretizzarsi.
Ma per il momento, è sufficiente che il potere del popolo abbia inflitto una cocente sconfitta al denaro degli oligarchi, in una vittoria che avrà ripercussioni non solo in tutto il paese, ma in tutto il mondo. Le cose belle possono accadere, e accadono perché le persone si organizzano.
Branko Marcetic è un redattore di Jacobin e autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden (Verso, 2020). Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.
26/6/2025 https://jacobinitalia.it










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