Milano r-esiste
Un misto di rabbia e festa urlato da migliaia di persone che ieri hanno attraversato Milano per difendere spazi sociali e immaginare una città diversa: solidale, pubblica, inclusiva. Ancora, dopo 50 anni di militanza, il Leoncavallo ha acceso un grido che scuote il cuore della metropoli.
di Riccardo Sacchi
Milano richiede una città diversa. Ieri lo slogan “giù le mani dalla città” ha preso una forma concreta, serpeggiando e colorando le vie di Milano, da Piazza Duca d’Aosta fino al cuore della città, Piazza Duomo, per difendere lo spazio occupato Leoncavallo. “Diverse decine le migliaia di persone al corteo nazionale lanciato dal Leoncavallo a Milano” scrive Radio Onda d’Urto sui social. Per la Questura circa 20mila partecipanti. “Almeno 30mila” secondo il consigliere comunale di Europa Verde, Carlo Monguzzi. Gli organizzatori della manifestazione ne comunicano invece oltre 60mila.
Ma se il numero fa capire la grandezza della partecipazione, è il messaggio trasmesso ad essere importante: nel cuore di chi è sceso per le strade di Milano c’è un desiderio impellente di sognare e vedere una Milano diversa. Tra le voci che hanno affollato la narrazione della giornata di ieri vi era una stanchezza profonda proveniente da anni di gentrificazione che, a colpi di affitti e prezzi delle case alle stelle, rende impossibile vivere nella città o addirittura per i giovani immaginarci un futuro. Poi il tema della espropriazione degli spazi comuni in nome del profitto privato che non guarda in faccia nessuno: si chiama speculazione e a Milano veste giacca e cravatta, sedendosi nei luoghi del Potere meneghino. Infine, un profondo disinteresse da parte della politica per “la cosa pubblica” ma non solo, per tutt* coloro che immaginano un futuro dal basso, partecipato e inclusivo in opposizione alle briglie che dall’alto guidano lo sviluppo della città a suon di investimenti.
Se la stanchezza rappresenta la partenza, lo sguardo è teso verso al cambiamento. L’inizio di una Milano alternativa è stato inaugurato dalle altre realtà dei centri sociali che al ritrovo delle ore 12 davanti a stazione centrale hanno messo spalla a spalla giovanissimi e settantenni per un corteo che sarebbe convogliato successivamente nel concentramento in Porta Venezia, previsto per le 14. Davanti al Pirellino – ex palazzo comunale, comprato nel 2019 dalla società di sviluppo immobiliare Coima, che rappresenta il caso emblematico di come agiva il presunto sistema di corruzione e favori messo in piedi da costruttori, funzionari comunali e progettisti per accelerare la concessione di permessi edilizi illeciti e fare speculazione attraverso grandi progetti immobiliari – è stato lanciato il primo messaggio: spazi pubblici per tutt*, non speculazione edilizia. Dopo l’irruzione, pacifica e simbolica, i manifestanti hanno raggiunto gli ultimi piani del cantiere e disteso diversi striscioni in cui capeggiano le scritte “contro la città dei padroni, occupa, resisti, organizzati” e “occupare è giusto”, coprendo il gigante cartellone pubblicitario all’incrocio di Melchiorre Gioia.
Dopo canti e balli il corteo è ripartito raggiungendo il concentramento in Porta Venezia. Nella grande piazza le due fiumane di persone si sono mescolate ed è iniziata la marcia verso Piazza Fontana. Il corteo era arrabbiato ma anche festoso, pieno di musica e gioia, e propositivo.
Un evento così Milano non lo vedeva da anni. Sono venuti in tanti, dall’Italia e tutt’Europa. In mezzo agli spezzoni, c’era il trattore de La terra trema, c’erano Claudio Bisio, Paolo Rossi, Antonio Catania, Gigio Alberti e anche Arci ed Anpi, il Pd e Avs. Ma soprattutto le persone: le cittadine e i cittadini di Milano. Tra la banda che intonava “bella ciao”, la musica, i megafoni, tante chiacchere e sorrisi sono stati lanciati messaggi importanti: è arrivato il momento di una città politica e non indifferente, inclusiva, egualitaria, pubblica, accogliete, sociale, economicamente sostenibile, ecologica, multiculturale, intergenerazionale, transfemminsita e solidale. Perché, dopo l’urgente risposta allo sgombero del Leoncavallo è ora di prendersi cura delle relazioni e occuparsi del futuro: “Milano, dischiudi gli artigli e difendili gli spazi. C’eravamo molto prima di voi al governo della città e del paese e ci saremo quando sarete andati tutti a casa”.
La fine era prevista in Piazza Fontana, ma talmente tante erano le persone che hanno preso parte al corteo dilagando nella piazza, che la polizia si è spostata, facendo arrivare il corteo fino in Piazza Duomo. Diversi collettivi si sono arrampicati sui gradoni della statua di Vittorio Emanuele, dove hanno sventolato un grande striscione con scritto “Giù le mani dalla città”, mentre nel cielo esplodevano fuochi d’artificio.
Non è tardata la risposta di Manfredi Catella, presidente di Coima: “Le manifestazioni violente con azioni illegali e occupazioni abusive da parte dei cortei formati dai centri sociali, con la partecipazione di rappresentanti di espressioni politiche, rappresentano evidentemente la nuova proposta del cosiddetto modello Milano”. Un’arroganza quasi ridicola da parte di chi è indagato di corruzione e induzione indebita, ma soprattutto un modo di pensare violento che dipinge alla perfezione Chi oggi purtroppo detiene il potere a Milano. Subito la controrisposta di Alessandro Capelli, segretario metropolitano del Partito Democratico, che ha definito l’immobiliarista milanese un influencer che “punta il dito contro decine di migliaia di persone che chiedono cultura e spazi sociali dal basso”. Un messaggio che a molti può sembrare inverosimile dato che a veicolarlo è una persona proveniente dal partito i cui esponenti sono stati coinvolti dall’inchiesta sull’urbanistica meneghina. Ancor di più la “lezione” successiva impartita dal segretario all’imprenditore: “è bene ricordare che al futuro della città penserà la politica: partiti, associazioni e corpi sociali”.
Accantonando ciò che dice la politica o chi vuole guadagnarci dallo sfruttamento economico e sociale di Milano, il messaggio lanciato dai megafoni del corteo per il Leoncavallo è chiaro: “Dal 21 agosto ci hanno privato di uno spazio di libertà. Non vogliamo che Milano sia una scatola luccicante per ricchi. Ora questa città ce la riprendiamo”.










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