Morti e infortuni sul lavoro. La relazione annuale INAIL, uno sguardo tra le pieghe

Lo scorso 22 settembre presso la Camera dei Deputati l’INAIL ha presentato la consueta relazione annuale, scaricabile, unitamente a grafici ed approfondimenti su infortuni e malattie professionali, all’indirizzo https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/news/notizia.2026.09.la-relazione-annuale-inail-presentata-alla-camera-nel-2025-in-calo-gli-infortuni-mortali-denunciati-aumenta-l-emersione-delle-malattie-professionali.html 

La relazione è molto dettagliata e riguarda l’intera attività dell’INAIL compresi bilancio, gestione, personale; i meri numeri di eventi, infortuni e malattie professionali, nel bene e nel male fotografano una situazione sostanzialmente invariata rispetto all’anno precedente e già oggetto di altri commenti “terzi” in aggiunta a quelli istituzionali. Riepilogherò qui brevemente i dati sugli infortuni, in occasione di lavoro ed in itinere, il prossimo lo si dedicherà alle malattie professionali, con un focus sulla problematica prevenzione delle stesse, ed al bilancio (da sempre, largamente in attivo) dell’INAIL. Sulle malattie professionali per ora mi limito a ricordare come le denunce abbiano raggiunto quota 98.312, in aumento rispetto alle 88.338 del 2024 (+11,3%). Il dato del 2025 è il più alto degli ultimi 26 anni e quadruplica i valori registrati nel 2000; sull’interpretazione (diciamo dubbia, o parziale, e ripeto non condivisibile) del fenomeno rinvio alla diagnosi che INAIL riportata nel precedente articolo pubblicato il 27 settembre scorso. 

Andamento denunce 

Infortuni. Nel 2025 600mila denunce (+1,2% rispetto al 2024), di cui 519mila riguardanti lavoratori (l’80% in occasione di lavoro e il 23% in itinere, queste ultime in crescita del 2,4%) e 81mila relative agli studenti. Lieve aumento quindi, dello 0,5% per gli infortuni in occasione di lavoro e del 2,4% per quelli in itinere. 

Casi mortali: Denunce con esito mortale 1.198 (1.189 per i lavoratori e nove per gli studenti – NB: dato che viene riportato senza alcun commento, a mio parere invece gravissimo), in calo del 3,3% rispetto alle 1.239 dell’anno precedente; diminuiscono gli infortuni in occasione di lavoro (da 928 a 890, -4,1%, il 60% nelle Costruzioni) con quelli in itinere stabili, da 298 a 299. 

Distribuzione: Industria manifatturiera, costruzioni, sanità, trasporti e commercio raccolgono oltre il 70% del totale delle denunce in occasione di lavoro: quasi il 60% dei decessi si concentra in costruzioni, manifatturiero e trasporti, a conferma di una perdurante maggior rischiosità. 

Genere: quasi un terzo degli infortuni riguarda le donne, con un leggero aumento del 2,1% a compensare il meno 0,3% dei maschi; i casi mortali a donne sono circa il 16% di quelli accaduti agli uomini, percentuale sostanzialmente stabile. 

Età: il dato più rilevante (la Relazione è molto dettagliata) indica come cresca la quota delle denunce per i lavoratori tra i 50 ed i 64 anni (35,5%) e oltre i 64 (3,1%); ma sui casi mortali due su tre riguardano persone ultracinquantenni. 

Nazionalità: gli infortuni a lavoratori stranieri confermano la costante crescita ed arrivano quasi ad un quarto del totale; appena inferiore, al 22%, la percentuale sui mortali, ma, attenzione, era del 15% nel 2024. 

Infortuni in itinere: denunciati 104.417, quindi circa un quinto del totale, più +2,4%. È il valore massimo dell’ultimo quinquennio, superando anche il dato del 2019 (103.492). Gli infortuni in itinere mortali denunciati sono stati 299 a fronte dei 298 del 2024, dato in diminuzione rispetto ai picchi del 2022 (344 casi) e del 2019 (335). 

In sintesi, si tratta di aumenti o diminuzioni statisticamente poco rilevanti, i cui elementi più significativi riguardano età, specie per i mortali, e percentuale di infortuni a stranieri, effetti visibili delle modifiche al mercato del lavoro ed all’occupazione. 

Indici di frequenza 

Come peraltro ricordato più volte, i numeri assoluti di eventi hanno poco senso se non rapportati al numero degli occupati esposti al rischio ed assicurati all’INAIL. Troviamo (finalmente), calcolata una incidenza infortunistica di 1.720,4 casi ogni 100.000 occupati ISTAT, inferiore dello 0,3% rispetto al 2024 (1.725,6) e addirittura del 13,4% rispetto al 2019 (1.986,7). Quella dei casi mortali in occasione di lavoro scende a 3,69 decessi ogni 100mila occupati, registrando una riduzione del 4,9% rispetto al 2024 (3,88) e del 5,4% rispetto al 2019 (3,90). Il dato è positivo nel medio periodo; andrebbe approfondita la distribuzione per settori economici, a differente rischiosità, ed il peso di ciascuno sul totale degli occupati, la diversa distribuzione dell’occupazione, diminuita nell’Industria e nell’Agricoltura e cresciuta nel Commercio e Servizi, ha effetti non approfonditi. 

Infine, l’indice per le denunce d’infortuni in itinere è del 433,0 casi ogni 100.000 addetti, valore più alto del quinquennio (426,2 nel 2024, +1,6%), seppur ancora inferiore sotto del valore registrato nel 2019 (447,8; -3,3%). 

Viceversa, per i casi mortali, l’incidenza nel 2025 si stabilizza su 1,24 decessi ogni 100.000 occupati (1,25 nel 2024), restando inferiore al dato del 2019 (1,45; -14,5%). 

Confronto con l’Europa 

La Relazione tenta un confronto con i dati UE del 2023 (ultimo dato disponibile) pur nelle peraltro riconosciute parzialità e diversità delle rilevazioni (ad esempio, su COVID, itinere, casi mortali, settori economici considerati); I tassi standardizzati UE non sono confrontabili con gli indici in base agli occupati ISTAT, nonché infine diversi sono i sistemi assicurativi. E anche qui, ammesso sia possibile, gli eventi andrebbero ripartiti, e gli indici calcolati, sui diversamente rischiosi settori produttivi che non sono i medesimi da paese a paese, (ricordiamo che l’industria italiana resta quantitativamente la seconda in Europa). Registriamo comunque un indice di 1,20 casi mortali su 100.000 occupati, con quello UE a 27 di 1,23: Spagna 1,18, Francia 3,50, Germania 0,53: ed è questo confronto con la prima potenza industriale in Europa (è a mio parere, il dato più significativo, a conferma che c’è molto da fare). Per quelli non mortali, i tassi indicano, rispetto ad una media UE di 1300 casi per 100.000 occupati, 991 casi per l’Italia, notevolmente inferiori a quelli di Spagna (2.391), Francia (2.351) e Germania (1.418). 

Riflessioni 

Se conoscere è il presupposto per agire, che indicazioni ci dà la Relazione? L’impressione e rimanga alla superficie dei fenomeni, senza abbozzare neppure un tentativo di lettura per quel che riguarda gli infortuni, o, come si vedrà per le malattie professionali, con analisi parziali quando per nulla condivisibili. Forse ciò è inevitabile negli ovvi limiti di spazio di un prodotto che deve trattare argomenti eterogenei e complessi con sintesi lodevoli ma che rischiano di essere eccessive; tuttavia, ciò rende inevitabile una domanda: 

Al di là dell’indiscutibile valore statistico macro della rilevazione di infortuni e malattie professionali, e del non dichiarato ma implicito giudizio su una situazione non giudicata allarmante e con strategie di contrasto adeguate, quale è il valore operativo, di conoscenza ed analisi, delle cause dei fenomeni che fotografa? E anche questa fotografia non dovrebbe essere più particolareggiata? Per capire meglio cosa intendo faccio alcuni esempi di ciò che mi piacerebbe trovarvi, e manca: 

  1. Non c’è nulla sul tipo di rapporto di lavoro di chi si infortuna o peggio muore; cioè se si tratta di lavoratori dipendenti o autonomi, e se dipendenti con che tipo di contratto, nella cinquantina di diversi tipi dello stesso che qualche diligente studioso ha contato come stipulabili in Italia. Ne uscirebbe confermato quel che emerge da rilevazioni parziali, e dal semplice buonsenso o osservazioni empirica, che a maggior precarietà corrisponde una maggior rischiosità? 
  2. Sugli infortuni in itinere non c’è alcun approfondimento: dove accadono, su quali vie di comunicazione, quali i mezzi coinvolti, gli orari, età, sesso e nazionalità delle vittime … È peregrino mappare tutti i luoghi in cui accadono, visti i mezzi oggi disponibili, al fine di costruire una mappa geografica del rischio da circolazione? 
  3. Questa Relazione, come le precedenti, parla solo degli infortuni denunciati, non di quelli riconosciuti come tali ed indennizzati: su questi si limita a dire, sinteticamente, che “Gli infortuni in occasione di lavoro 2025, riconosciuti positivamente alla data di rilevazione del 30 aprile 2026, sono 273 mila (il 66% delle denunce); 422 (il 47% delle denunce) quelli riconosciuti con esito mortale. Numerosi i casi ancora in istruttoria al momento della rilevazione” 

L’area reale della tutela 

Sul punto 3 è necessario un approfondimento. Il riferimento ai casi riconosciuti ed indennizzati è elemento positivo che però non si approfondisce; e non credo sia casuale che il pur dettagliato Comunicato stampa, una vera e propria sintesi dell’intera Relazione, diffuso ai media e reperibile all’indirizzo https://www.inail.it/portale/it/inail-comunica/news/notizia.2026.09.la-relazione-annuale-inail-presentata-alla-camera-nel-2025-in-calo-gli-infortuni-mortali-denunciati-aumenta-l-emersione-delle-malattie-professionali.html 

non riporti quest’ultimo dato. 

Ma credo sia di immediata evidenza come tali percentuali siano preoccupanti, e qualche interrogativo sull’effettiva efficacia ed estensione della tutela lo suscitano. La Relazione si limita a definire “numerosi” i casi ancora in istruttoria senza ulteriori dettagli (pudicamente?); ma, anche per esperienza personale, la percentuale del 66% al 30 aprile 2026 non può essere cresciuta di molto fino alla fine dell’anno, quindi non possono essere numerosi i casi ancora aperti. Aggiungo come storicamente le percentuali di riconoscimento, quando calcolate a dati stabilizzati, davano le definizioni negative su percentuali largamente inferiori, nell’ordine del 20, 25%. Potrebbe invece crescere, e di molto, la percentuale degli infortuni mortali non ancora riconosciuti a causa dei lunghi tempi di istruttoria; ma in entrambi i casi non posso che auspicare che nella prossima relazione sul 2026, o in altra forma/occasione, l’INAIL diffonda le percentuali definitive degli eventi riconosciuti su quelli indennizzati; e che nella Relazione compaiano i dati su numero e grado delle conseguenze permanenti, per quanto normativamente o medicalmente in una certa misura provvisori. 

Quanto spende l’INAIL? Perché? 

La percentuale di riconoscimento va letta insieme ai dati sulla spesa per le prestazioni erogate. Per queste ultime nel 2025 risultano spesi 5.610,2 milioni di euro, con + 1,70% sui 5.516,6 milioni dell’anno precedente. La maggior parte di tali spese va al pagamento delle rendite, 4.919 milioni di euro, + 1,73% sui 4.835,3 milioni di euro del 2024; detto aumento è dovuto a vari provvedimenti legislativi di rivalutazione +1,73%) con decorrenza 1° luglio 2025. Sulle rendite l’apposito Relativo Rapporto Statistico 2025 (pubblicazione, mi si consenta, semiclandestina, nel senso che non se ne fa menzione esplicita nella pur copiosa attività di comunicazione esterna dell’INAIL stessa e bisogna cercarla tra i dati statistici) riporta i seguenti dati: 

Chi volesse approfondire anche questo pregevole Rapporto, osserverà peraltro (figura 1.4, in allegato) che le rendite dirette costituite da infortuni dalla progressiva diminuzione nel decennio 2016 – 2025 (da 8.158 a 7.712, meno 5,47%) mentre all’inverso aumentano quelle da malattia professionale (da 5.844 a 10.418, ben più 78,27%). L’andamento inverso di quelle a superstiti (da 2877 a 2274, meno 21%) può verosimilmente spiegarsi con il progressivo esaurimento (finalmente!) delle morti da esposizione all’amianto. 

Differenze da spiegare 

La spesa per le prestazioni temporanee, cioè le indennità di inabilità temporanea assoluta – ITA -fino a che la persona non torna in grado di lavorare (con danni permanenti o meno), è stata per contro molto più contenuta: 684 milioni di euro, più 1,48% rispetto ai 674 milioni del 2024. L’aumento di spesa è spiegato con la contenuta crescita delle retribuzioni unitarie del settore privato e all’aumento della durata media dell’inabilità temporanea. Però sono d’obbligo due considerazioni:  

  • la crescita (attenzione, ove pure c’è stata, sono milioni i lavoratori in attesa del rinnovo di contratti collettivi scaduti) è largamente inferiore all’inflazione; 
  • non viene neppure abbozzata una spiegazione dell’aumento della durata media dell’inabilità temporanea, aumento della durata peraltro neppure quantificata. 

E francamente questa assenza colpisce: gli infortuni sono, come parrebbe, diventati mediamente più gravi? Sono cambiate le caratteristiche, e quindi la vulnerabilità, di chi si infortuna? I medici INAIL sono diventati di manica più larga, emendandosi in qualche modo dall’eccessiva “avarizia” che i Patronati, forse fisiologicamente stante i rispettivi ruoli, imputano loro? Gli interventi INAIL per la riduzione della durata dell’inabilità temporanea stessa, (quali maggior numero di visite, nonché prestazioni fisioterapiche e riabilitative svolte quasi sempre in convenzione che la accorcino), non sono stati efficaci, o non sono sufficientemente estese? 

Un interrogativo 

Infine, un dato che non può non colpire: se divido i 684 milioni spesi nel 2025 per le prestazioni temporanee dei 273.000 infortuni riconosciuti, l’importo medio per singolo infortunio è di 1318 euro; e anche a considerare bassa la percentuale reale dei primi a istruttorie concluse (ma relativi pagamenti che andranno sul 2026), tale somma è meno di un quarto dell’importo medio delle rendite dirette, pari a 6125 euro. 

Ora, però, le nuove rendite sono dovute in maggioranza a malattie professionali, queste ultime continuano a crescere a ritmi sostenuti mentre gli infortuni calano sia pure di pochissimo, visti i rispettivi costi e spese (sia quelli citati sopra, sia quelli dell’apposito studio INAIL commentato nel precedente articolo, che al 2023 davano costi medi per singoli infortunio di 32.299 euro, e per singola malattia professionale di 61.135), e osservati anche sommariamente studi, ricerche, articoli, ma anche norme in materia di prevenzione e sicurezza, un dubbio mi assale: non si sta dando troppa enfasi ed attenzione alla prevenzione degli infortuni, mentre sono insufficienti quelle sulle malattie professionali? Ne riparlerò nel prossimo articolo. 

12/10/2026 https://www.ilmanifestoinrete.it/

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