Muore durante una perquisizione dei carabinieri: un’altra morte che impone verità e trasparenza

A Cosenza il 25enne Mohamed Amin Bessioud precipita dal balcone durante un controllo nella sua abitazione. La Procura ha aperto un’indagine. Le accuse della madre, il disagio psichico del ragazzo e le domande ancora senza risposta rendono indispensabile un accertamento rigoroso e indipendente

La morte di Mohamed Amin Bessioud, venticinque anni, cittadino italiano di origine tunisina, non può essere archiviata come una tragica fatalità. È una vicenda che impone un accertamento rigoroso dei fatti, perché si è consumata durante un intervento dello Stato all’interno della sua abitazione, mentre era sottoposto agli arresti domiciliari e i carabinieri stavano effettuando una perquisizione.

Secondo la ricostruzione finora disponibile, il giovane è precipitato dal balcone del terzo piano dell’appartamento di via Mille, a Cosenza. I soccorsi si sono rivelati inutili. La Procura ha aperto un fascicolo per chiarire ogni aspetto dell’accaduto.

Ma attorno a questa morte si addensano interrogativi che non possono essere ignorati. La madre di Mohamed racconta una storia profondamente diversa da quella di un gesto improvviso e imprevedibile. Al manifesto ha spiegato che il figlio soffriva da tempo di una grave depressione, aggravata dalla morte del padre e dalla condizione degli arresti domiciliari. Nel marzo scorso era stato ricoverato nel reparto di Psichiatria dopo episodi di autolesionismo. I controlli delle forze dell’ordine, racconta, rappresentavano per lui un momento di enorme sofferenza psicologica.

Secondo la sua ricostruzione, durante la perquisizione i militari avrebbero fatto entrare Mohamed in una stanza, impedendole di raggiungerlo. Poco dopo lo avrebbe visto scavalcare il balcone e precipitare nel vuoto senza riuscire a fermarlo.

La donna riferisce inoltre episodi precedenti che, se confermati, sarebbero estremamente gravi: sostiene che durante altri controlli il figlio sarebbe stato trascinato sul pavimento e maltrattato, fino a svenire in una precedente perquisizione. Anche la fidanzata conferma che Mohamed aveva già manifestato intenti suicidari proprio durante analoghi controlli e che la madre aveva cercato di intervenire perché temeva che potesse ripetersi una situazione simile.

Sono dichiarazioni che dovranno naturalmente essere verificate dagli inquirenti. Ma proprio perché esistono, rendono ancora più urgente un’indagine approfondita, capace di ricostruire minuto per minuto quanto accaduto.

Colpisce anche un altro elemento. Se davvero le condizioni psichiche del ragazzo erano note, e se erano già emersi in passato episodi di forte fragilità durante analoghi controlli, occorre chiedersi se siano state adottate tutte le cautele necessarie per gestire una persona vulnerabile. Quando lo Stato interviene nei confronti di chi soffre di un grave disagio psichico, la responsabilità delle istituzioni non diminuisce: aumenta.

In queste ore sono emerse anche indiscrezioni sul presunto ritrovamento di hashish durante la perquisizione, circostanza rilanciata da alcune agenzie di stampa e smentita dalla madre. È un dettaglio che, allo stato, non modifica il punto fondamentale della vicenda: un giovane è morto durante un’operazione delle forze dell’ordine e le modalità di quella morte devono essere chiarite fino in fondo.

Troppo spesso, in casi come questo, il dibattito pubblico si divide immediatamente tra assoluzioni preventive e condanne anticipate. Entrambi gli atteggiamenti sono incompatibili con la ricerca della verità. La magistratura dovrà stabilire se vi siano state responsabilità, omissioni o errori operativi. Ma perché questo accada è indispensabile che ogni elemento venga acquisito: eventuali testimonianze, registrazioni, verbali, comunicazioni di servizio e qualsiasi altra prova utile.

Quella di Mohamed Amin Bessioud è purtroppo l’ennesima vicenda in cui una persona perde la vita durante un intervento delle forze dell’ordine. Proprio per questo non può prevalere né la fretta di chiudere il caso né la tentazione di ridurlo a una statistica. Ogni morte avvenuta sotto il controllo dello Stato rappresenta una questione di interesse pubblico che riguarda tutti, indipendentemente dall’esito delle indagini.

Perché il primo dovere delle istituzioni democratiche non è chiedere fiducia. È meritarsela, attraverso la trasparenza, l’accertamento dei fatti e la piena assunzione di responsabilità qualunque sia la verità che emergerà dalle indagini.

24/7/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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