Napoli, il diritto al lavoro sotto processo: la repressione contro i disoccupati organizzati

Dalle denunce alle accuse di associazione per delinquere, fino alle misure di prevenzione e alle pesanti sanzioni economiche: il caso dei disoccupati napoletani racconta la criminalizzazione del conflitto sociale e l’attacco alle organizzazioni autonome dei settori popolari.

Da anni il movimento dei disoccupati organizzati di Napoli rappresenta una delle esperienze di lotta più significative del Mezzogiorno. Un movimento nato per rivendicare lavoro, reddito e dignità e che, nel tempo, è riuscito a trasformare una condizione di marginalità sociale in un percorso di organizzazione collettiva e di iniziativa politica.

Ed è forse proprio questa capacità di organizzazione ad averne fatto uno dei bersagli privilegiati della repressione.

La storia recente dei movimenti dei disoccupati napoletani è costellata di denunce, procedimenti penali, richieste di misure di prevenzione, fogli di via e campagne di delegittimazione mediatica. In alcuni casi si è arrivati persino a contestare il reato di associazione per delinquere e a chiedere l’applicazione della sorveglianza speciale nei confronti di attivisti e dirigenti dei movimenti.

L’impressione è quella di una progressiva trasformazione della questione sociale in questione di ordine pubblico.

Dalle rivendicazioni al banco degli imputati

Il Movimento Disoccupati 7 Novembre e le altre realtà organizzate hanno avanzato negli anni proposte concrete per la creazione di lavoro socialmente utile: manutenzione urbana, messa in sicurezza del territorio, risanamento ambientale, recupero del patrimonio pubblico.

Non hanno chiesto assistenza, ma lavoro. Eppure, troppo spesso, la risposta istituzionale è stata quella della repressione.

Blocchi stradali, cortei, occupazioni e iniziative di protesta sono diventati oggetto di inchieste e procedimenti giudiziari, in una dinamica che ricorda quanto accaduto in altri settori del conflitto sociale, dalla logistica ai movimenti ambientalisti.

Le condanne agli ex BROS

In questo contesto si inseriscono anche le recenti condanne inflitte agli ex disoccupati BROS, oggi lavoratori della manutenzione stradale in Campania.

Su questo passaggio è intervenuta la Rete dei Comunisti della Campania, che ha invitato a non considerare queste sentenze come l’ennesimo episodio repressivo da archiviare frettolosamente, ma come un tassello di una più ampia offensiva contro le organizzazioni autonome dei settori popolari. Secondo la Rete dei Comunisti, la repressione punta a trasmettere un messaggio preciso: disoccupazione, precarietà e sfruttamento sono condizioni che non possono essere messe radicalmente in discussione e qualsiasi tentativo di organizzazione collettiva deve essere scoraggiato.

Una riflessione che coglie un elemento reale: la crescente tendenza a trattare il conflitto sociale come un’anomalia da contenere anziché come una componente fisiologica della democrazia.

La criminalizzazione del conflitto

Il ricorso a categorie come associazione per delinquere, estorsione e pericolosità sociale per colpire movimenti di lotta è un elemento che negli ultimi anni è emerso più volte nelle vicende giudiziarie napoletane.

Per la Rete dei Comunisti si tratta di un’operazione di delegittimazione politica e culturale del conflitto. Ma, al di là delle diverse letture politiche, resta un dato oggettivo: sempre più spesso le forme di organizzazione dei settori popolari vengono affrontate attraverso strumenti pensati per contrastare fenomeni criminali.

Il risultato è quello di spostare il terreno della discussione dalle ragioni sociali delle proteste alle modalità con cui esse vengono praticate.

La repressione economica

Accanto ai processi e alle misure di prevenzione si è affermata anche un’altra forma di repressione: quella economica.

Multe, risarcimenti e sanzioni pecuniarie colpiscono singoli attivisti e interi percorsi collettivi, rendendo sempre più oneroso l’impegno nei movimenti sociali. La stessa Rete dei Comunisti sottolinea come le pesanti condanne economiche rappresentino uno strumento di individualizzazione della pena e di disarticolazione delle esperienze di lotta.

Napoli, laboratorio di una tendenza nazionale

La vicenda dei disoccupati organizzati di Napoli racconta qualcosa che va oltre la realtà cittadina. Parla di un Paese in cui povertà, disoccupazione e precarietà vengono sempre più spesso affrontate con strumenti repressivi anziché con politiche sociali, di una democrazia che tende a restringere gli spazi del conflitto e a guardare con crescente diffidenza alle forme autonome di organizzazione popolare.

La repressione dei disoccupati napoletani, delle lotte sindacali nella logistica, dei movimenti ambientalisti e delle mobilitazioni sociali appare sempre più come parte di un unico processo: la progressiva trasformazione del dissenso in problema di sicurezza.

Eppure, la storia dei disoccupati organizzati di Napoli continua a ricordare una verità semplice: quando gli ultimi smettono di essere invisibili e si organizzano per rivendicare lavoro e diritti, la questione non è soltanto sociale. Diventa inevitabilmente una questione di democrazia.

2/7/2026 https://www.osservatoriorepressione.info/

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