Non chiamatela così

La forza di un legame che spezza il silenzio: perché “Non chiamatela così” è un libro necessario

di Alberto Deambrogio

Ci sono libri che si leggono per evadere dalla realtà e libri che, al contrario, scelgono di prenderti per mano e scaraventarti dentro di essa, costringendoti a guardare dove spesso si preferisce voltare lo sguardo.

Non chiamatela così, l’intenso romanzo-saggio scritto da Daniela Bertino Papandrea (auto pubblicato su Amazon), appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. Si tratta di un’opera potente, coraggiosa e profondamente umana che riesce in un’impresa non facile: tradurre la rigidità e la complessità di un saggio sociale e antropologico nelle dinamiche calde, vibranti ed empatiche di una narrazione romanzata.

La vicenda si sviluppa attorno alla figura di Lavanda, una donna comune che gestisce con dedizione un doposcuola casalingo. È uno spazio sicuro, una bolla di normalità e crescita per molti bambini. Tra questi c’è una piccola allieva di origine somala, una bambina solare il cui destino, improvvisamente, si incrocia con una realtà drammatica e silenziosa.

Quando la bambina scompare per qualche tempo per poi ritornare profondamente cambiata nel corpo e nello spirito, Lavanda intuisce che dietro quell’assenza si nasconde un trauma indicibile.

L’evento drammatico diventa così il motore immobile del libro, la crepa da cui entra la luce della consapevolezza. La protagonista si trova proiettata in un viaggio di scoperta devastante, incentrato sulla sopravvivenza di antiche pratiche lesive dell’integrità femminile, come le mutilazioni genitali femminili (MGF).

Una realtà che l’opinione pubblica occidentale spesso percepisce come distante o confinata in territori remoti, ma che i flussi migratori e la globalizzazione hanno drammaticamente portato a due passi dalle nostre case, nei nostri quartieri, nelle nostre scuole.

L’originalità del testo risiede proprio nella sua struttura ibrida. Gli autori non scelgono la via del sensazionalismo o della spettacolarizzazione del dolore. Al contrario, preferiscono la via del rispetto e dell’approfondimento. La prima parte del volume rapisce il lettore con il ritmo della narrativa, creando un legame affettivo indissolubile con i personaggi.

Nella seconda parte, l’opera si trasforma in un saggio rigoroso, offrendo dati, contesti storici e strumenti culturali fondamentali per comprendere il fenomeno. Questa combinazione trasforma il libro in un formidabile strumento di attivismo letterario.

La scrittura di Daniela Bertino Papandrea è fluida, limpida, priva di fronzoli retorici ma carica di una rara intensità emotiva. Non c’è spazio per il pietismo: ogni pagina trasuda dignità, urgenza comunicativa e un profondo senso di responsabilità civile.Non chiamatela così è una lettura che scuote le coscienze, fa male perché demolisce l’indifferenza, ma al tempo stesso guarisce, perché indica una via d’uscita basata sulla solidarietà, sulla comprensione interculturale e sull’istruzione.

È un testo universale che parla al cuore delle donne, ma che dovrebbe essere letto da chiunque creda nel valore inviolabile dei diritti umani. Un’opera che non si esaurisce con la parola “fine”, ma che continua a far riflettere il lettore ben oltre l’ultima pagina, trasformandolo da semplice spettatore a testimone consapevole.

Una testimonianza letteraria di straordinario valore, consigliata a chiunque cerchi nelle pagine di un libro non solo una bella storia, ma un pezzo di verità.

Versione interattiva Lavoro e Salute Ottobre 2026 – Lavoro & Salute – Blog

Archivio Lavoro e Salute – Home page

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Sentitevi liberi di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *