Pacificare la rabbia? I cattivi maestri del liberismo nelle psicosette

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Leggendo il libro “Il capo e la folla” di Emilio Gentile sulla storia del rapporto antropologicamente conflittuale tra governati e governanti, dalla repubblica di Atene ai nostri giorni, è elementare riflettere, a partire dal periodo berlusconiano per finire al suo erede Renzi, sulla politica come “arte di governo del capo, che in nome del popolo muta i cittadini in una folla apatica, beota o servile”. Una deduzione dello stesso autore, tra i massimi studiosi internazionali di fascismo e delle religioni, nota quanto mistificante può essere la politica del capo nel manipolare l’individuo e la collettività fino all’obbedienza, pari alla forza dei monopoli religiosi, per raggiungere l’obbiettivo ultimo, indurre a domare la rabbia e quindi la ribellione per cambiare la propria condizione.

Lo stato di prostrazione conseguente alle difficoltà in una società guidata verso la depressione con le politiche economiche e con le guerre, con l’aumento delle diseguaglianze e delle ingiustizie sociali genera ansia, timori e bisogno di compensazione. La risposta emotiva individuale, seppur dentro spazi vissuti intimamente come “rifugio collettivo”, è rivolta spesso all’indifferenza verso la realtà, oppure alle religioni determinate da regole di riverenza al credo, in entrambe le scelte il risultato è di sudditanza mentale e autoconsolatoria. Viene meno la rabbia, si tende a mascherare i conflitti, in una logica di conforto predestinato all’offerta del bene a prescindere. Inconfutabile è il risultato della rinuncia allo spirito critico verso lo stato di cose presenti, all’irriverenza verso i poteri politici e mistici. Chi doma la sua rabbia, ha vinto il suo peggior nemico? Tanto per citare Confucio, ma è un “consiglio” comune a tante psicologie religiose. Eppure arrabbiarsi è umano, allora perché reprimersi a prescindere dalla motivazione? Questo non è dato da sapere dai maestri del fideismo al credo. Anzi, essi sono supportati da tanti “esperti” e “studiosi” che ci spiegano come fare per domare i nostri sentimenti di rabbia (che noi sappiamo essere propedeutici alla ribellione e per trovare una via d’uscita ai nostri disagi) attraverso la negazione della stessa realtà che ci opprime. I poteri politici ringraziano sentitamente, anche materialmente con finanziamenti statali.

Giuoco facile visti i tempi che viviamo, in cui dilaga ogni genere di populismo, quindi è una manna dal cielo che ci sia qualcuno che proponga la ricetta della felicità e spiegarci che la causa dei problemi e delle difficoltà della nostra problematica esistenza siamo noi stessi che non abbiamo realizzato il nostro “io”.

I “maestri mistici” ci prospettano successi economici e professionali in cambio della recitazione di formulette, esecuzione di riti purificatori e se questi non funzionano? Beh è perché non ci credi ancora abbastanza e devi applicarti di più nelle tue preghiere e nei tuoi atti di fideismo, vedrai così un inarrestabile miglioramento anche nella tua professione e negli stessi ambiti relazionali e sentimentali. In poche parole il dogma ti offre la fine della sofferenza in cambio di frequentazione alle “funzioni”, dell’acquisto di manuali didattici, e ovviamente di fedeltà al leader. La fine del dolore è assicurata.

Ovvero, come il misticismo, quello religioso e parafilosofico, annulla la soggettività e le responsabilità della persona nella realtà che vive, lasciandola immodificata e,inconsapevolmente, finisce per sostenerla. Le certezze dei sentimenti costruiti nel tempo ci fanno camminare e scegliere liberamente, mentre i sentimenti destrutturati consapevolmente nelle incertezze, coniugate in presunta indipendenza dagli altri, ridisegnano una cornice di individualismo e opportunismo, bloccandoci in una prigione edulcorata da sbarre invisibili.

Crisi, socialità, depressione e salute psicofisica

Accurate inchieste ci dicono che il proliferare delle sette è un fenomeno tipico della modernità che si sta espandendo anche in Italia, paese tra i più tartassati dalla depressione sociale e politica. Il crollo delle idee e dei valori di comunità è il vero dramma della coscienza moderna. Queste nuove forme di aggregazione propongono tre linee di forza: il ricorso ad una esperienza “interiore”, un messaggio di salvezza, l’aderenza ad una comunità protetta da intrusioni infedeli. Dovrebbe condurre all’autorealizzazione, ad un miglioramento delle capacità mentali, all’equilibrio psicofisico come dimostrazione effettiva dell’opera di proselitismo, di rinnovamento, di una trasformazione a livello mondiale delle relazioni sociali, individuali e simboliche.

Note, a chi s’informa, sono le campagne di propaganda promosse per criminalizzare tutti i movimenti di liberazione ed emancipazione e quasi tutte sono legate a filo doppio a potenti lobby politico/finanziarie e azioniste di multinazionali in ogni settore. Per non parlare di sette che sono proprietarie di partiti di destra al governo. E’ di secondaria importanza il vertiginoso giro di miliardi legato a tutti i gruppi, alle sette e alle organizzazioni esoteriche.

Di fronte alle figure dei maestri gli adepti si fanno sottomessi, fiduciosi, si privano di ogni senso critico e diventano succubi, pronti ad essere manipolati in ogni senso. L’individuo si perde completamente nel suo mondo soggettivo, tanto da estraniarsi dalla realtà fisica. Quale persona nel pieno delle proprie facoltà di analisi dello stato reale della propria vita vorrebbe un capo, quasi un Dio, che in nome della libertà gli dia invece schiavitù? Pare che siano tanti quelli che si sentono imbattibili, inaffondabili, inattaccabili, sentendosi “coperti” nel rifugio della fede con strumenti consolatori come il perdono, utile per soprassedere alle contraddizioni, all’inconcludenza, al l’ostinazione e al disordine dei sentimenti.

La psicoreligiosità è una scelta di oblio, di accettazione interiore e spirituale dello stato di cose presenti. Ha un’unica equazione, a prescindere dalla realtà quotidiana: Capitalismo e religione uguale benessere e pace terrena. Quindi accettazione interiore e spirituale dello stato di cose presenti e affermazione di un modo di vedere la propria esistenza solo dal punto di vista del proprio Ego e di conseguenza improntare la propria miseria su basi terrene senza sbocco se non quello di raggiungere uno stato di auto-gratitudine, di auto esaltazione all’interno di un gruppo chiuso, auto-esaltato ed auto-gratificato, pieno di false illusioni e di auto-compiacimento fatto di stimoli di gruppo.

Per i poteri politici e finanziari dominanti tutto fa brodo per disarmare la ribellione dell’individuo oppresso e prevenire la maturazione sociale collettiva.

La schiavitù di chi doma la sua rabbia nelle psicosette

Le psicosette hanno di solito, ufficialmente nella loro comunicazione mediatica, una valenza terapeutica, ma spesso sono accusati di sfruttamento economico dei frequentatori e del cosiddetto “lavaggio del cervello”. Propongono una terapia, che in realtà è una forma di pressione psicologica assillante nelle pratiche di adempimento del dovere dell’aderente.

I trattamenti “terapeutici” inducono a recitare atti: un mantra, una preghiera (come ripetere ininterrottamente per un’ora “coca cola, coca cola, coca cola), un ritmo musicale, una danza, che influiscono nell’equilibrio biochimico, alterando lo stato di coscienza, stimolando varie funzioni neurovegetative, creando dipendenza psicologica. Il risultato di queste pratiche ripetitive e ritmiche è uno stato euforico ed iperattivo. Ciò è dovuto al livello di adrenalina nel sangue. Quindi è solo uno “sballo”.

Tante religioni, filosofiche o laiche come si spacciano, hanno utilizzano queste pratiche di persuasione che non riguardano solo le catecolamine, ma anche le endorfine, gli ormoni, ecc. e lo hanno ritualizzato con preghiere, litanie e canti che frequentemente inducono stimolazione, altre volte rilassamento, addirittura stati di trance semi ipnotica, catalogate dalla scienza come neuro-endocrinostimolante.

L’abitudine ad aumentare il proprio livello di adrenalina può effettivamente dare un aiuto psicologico in alcune circostanze, tipo dare un po’ di sollievo ai depressi, ma non è sempre e comunque una pratica salutare, specialmente per gli ipertesi, che possono aggravare la propria sintomatologia, in particolare quando la preghiera viene ripetuta spesso, ciò può creare uno stato di dipendenza psicologica dalla pratica stessa, così come avviene con le droghe, con ovvie ripercussioni psicologiche sui seguaci.

Lenire le sofferenze, mettere un cerotto curativo alle proprie fragilità, caratteriali o prodotte da dolorose esperienze di vita, con la droga psicotica disorienta la percezione di sé, debilita, disabilita. Non cura perché quando ti cattura sei prigioniero di un oblio a prescindere, diventa indissolubile il legame fino a considerare presente nella tua vita chi ti “droga” di concetti sacrali in un viaggio apparentemente governato dal tuo “io”. Come uscire dalla dipendenza religiosa in una setta? Guardarsi attorno e confrontarsi con la realtà.

franco cilenti

Dal numero di luglio del periodico Lavoro e salute www.lavoroesalute.org

 

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