Parla José Nivoi, camallo di USB e del Calp: «Il 30 ottobre 113 porti di 22 paesi hanno bloccato 52mila container per 24 ore sulle banchine di tutto il pianeta»

Parla José Nivoi, camallo di USB e del Calp: «Il 30 ottobre 113 porti di 22 paesi hanno bloccato 52mila container per 24 ore sulle banchine di tutto il pianeta»

Genova, 30 ottobre. «Gli scambi commerciali sono in qualche modo anche scambi culturali, da sempre. Ma spedire missili non può essere considerato uno scambio culturale. È un’altra cosa». Il successo dello sciopero sprigiona l’ironia di José Nivoi, camallo genovese di USB e del Collettivo autonomo lavoratori portuali, uno di quelli salpati a bordo della Global Sumud Flotilla. Attorno migliaia di lavoratori, ma soprattutto studenti che si sono uniti allo sciopero dei portuali del 30 ottobre per bloccare lo scalo genovese. Quindicimila in tutto contro la guerra e il carovita, con striscioni e cartelli tra l’ironico e l’incazzato, hanno raggiunto i camalli genovesi attorno al varco Albertazzi, snodo strategico per l’ingresso al porto e simbolo della protesta contro il traffico d’armi.

Quello del 30 ottobre è la raffigurazione su scala globale di una protesta partita il 6 febbraio scorso, che allora aveva coinvolto 21 porti europei e che questa volta si è allargata a macchia d’olio in tutto il globo: 113 porti di 22 paesi in tutti i continenti, hanno bloccato per 24 ore sulle banchine di tutto il pianeta 52mila container. Frutto del lavoro della rete sindacale internazionale Ports in Action, che nel maggio scorso si è riunita a Istanbul per sottoscrivere una Dichiarazione a cui hanno aderito diversi sindacati tra cui Usb in Italia, Cgt in Francia, Enedep in Grecia, Lab nei Paesi Baschi, Liman-is in Turchia e Odt in Marocco.

«Per lo sciopero del 6 febbraio abbiamo lavorato un anno e mezzo. Per la riuscita di questo ci sono voluti sette mesi. Abbiamo capito la modalità con cui interloquire con i vari paesi. Ogni volta va meglio. D’altra parte è stata la prima volta per noi. Ci siamo incontrati online, ma poi anche in presenza. L’ultima a Istanbul a maggio. L’abbiamo soprannominata la “Terza Internazionale Portuale”, con un bel titolo storico – scherza ancora Josè Nivoi – per coordinarci sul periodo più adatto. La data del 30 ottobre è venuta fuori in seguito e si è dimostrata giusta».

Lo sciopero dei portuali contro l’economia di guerra e le politiche di riarmo, infatti, converge con le altre istanze presenti in piazza in queste settimane: primo fra tutti il carovita, dovuto all’impennata dei prezzi del petrolio, agli affitti alle stelle, e poi i disinvestimenti in sanità e istruzione. Che hanno portato in piazza due milioni di persone in tutta Italia, dicono da USB. «Non si può slegare la militarizzazione dell’economia dall’impoverimento della società – insiste l’esponente del Calp genovese – quello che oggi viviamo qui, in India lo vivono già da tempo, così come negli Stati Uniti o in Sudamerica».

È chiaro che se i soldi vanno alle armi, ce ne sono meno per altro. E l’altro in questo caso si chiama mancati investimenti in un welfare inclusivo, una fiscalità che premia i redditi più alti, la precarizzazione del lavoro, il mancato adeguamento dei salari al rincaro dei prezzi, le bollette sempre che impennano. I più giovani lo percepiscono, vedono i loro genitori preoccupati di non arrivare a fine mese. Solidarizzano con loro e scendono in strada. «Noi la guerra non la paghiamo», scandiscono anche a Genova. Una guerra che porta via loro la speranza di un futuro.

Per i portuali è chiaro che una guerra non si combatte solo sui campi di battaglia. Ha bisogno anche di navi, container, porti e infrastrutture. Ma soprattutto di lavoratori che permettano di trasportare attrezzature e armi. E loro non vogliono essere complici di un’economia di guerra che insanguina il mondo e stermina civili, come a Gaza. Nel nostro Paese questi traffici sono molti e soprattutto «violano la legge 185 del 1990, l’articolo 11 della Costituzione, oltre che la Carta dei diritti internazionali, che non la richiama mai nessuno. L’Italia viola tutta una serie di accordi internazionali spedendo armamenti legali», dice Nivoi.

Anche se non si hanno dati ufficiali sulla quantità di attrezzature e componenti militari destinate a Paesi in conflitto, le segnalazioni effettuate dai lavoratori del porto sono molte. A partire dal primo blocco, il 20 maggio del 2019, delle operazioni di carico della nave saudita Bahri Yanbu, sospettata di trasportare armi per alimentare la guerra in Yemen. Da quell’esperienza nasce The Weapon Watch, l’Osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranee. Una recente inchiesta della giornalista Linda Maggiori ha svelato che nel 2025 dal porto di Ravenna sono transitate 225 tonnellate di armi.

«Scioperiamo di venerdì non perché vogliamo fare il fine settimana lungo – dice ancora Josè Nivoi – perché noi portuali lavoriamo anche il sabato e la domenica. Ma il venerdì intercetta i magazzini e il rientro della logistica e così creiamo un danno maggiore». E poi spiega: «Il 6 febbraio lo sciopero ovviamente ha bloccato il porto, però la ricaduta c’è stata la settimana successiva: nella logistica ferroviaria, nei magazzini, perché si inceppa tutto il meccanismo e quindi le navi non arrivano, lo sbarco che doveva arrivare oggi sbarca dopo 24 ore. È un effetto domino a catena. Immagina oggi con 118 porti fermi contemporaneamente in tutto il mondo. Il PSA ad esempio (lo scalo container genovese, che fa capo a uno dei principali gruppi mondiali nella gestione di porti e terminal logistici, con sede a Singapore, ndr), gode di servizi di linea che arrivano dall’India, che arrivano dagli Stati Uniti d’America e dalla Cina. Bloccando le navi che dovevano venire qua c’è un accumulo di ritardo. Ne scopriremo presto gli effetti».

Dalle istanze della piazza genovese – le stesse del resto del Paese e in Europa – è chiaro che si va formando una convergenza di rivendicazioni e di obiettivi. Convergenza che ha bisogno di essere organizzata in un fronte, se non unitario, quanto meno legato dalle stesse parole d’ordine. Sul livello politico, a Nivoi, quella convergenza sembra ancora lontanissima: «Io faccio il sindacalista. Ma credo che i partiti che oggi ragionano con una logica di coalizione per paura di sparire, debbano rompere con certi partiti neoliberali come il Pd. E magari ascoltare le piazze, come quelle di oggi, e provare a ricompattare i piccoli partiti che si dicono vicini al popolo»

Massimo Lauria

31/10/2026 https://www.popoffquotidiano.it/

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