Propaganda e ricerca del nemico

Le recenti proiezioni di alcuni dei documentari che ho realizzato in questi ultimi dieci anni mi hanno permesso di incontrare il pubblico in diverse occasioni, dandomi nuove occasioni di dialogo e riflessione, e offrendosi come spunto rispetto al tema da me proposto in una recente tavola rotonda, ossia “La propaganda e la creazione del nemico”.

Il primo spunto me lo dà un mio vecchio documentario dal titolo “La guerra delle onde – Storia di una radio che non c’era”. Perché “radio che non c’era”? Perché era clandestina. Fu la prima radio clandestina italiana, nata nel 1950 a opera di esuli politici comunisti che erano dovuti espatriare a Praga. Perché nel 1950, mentre in Italia nelle istituzioni operavano ancora tanti di quei fascisti che avevano ricoperto ruoli durante il ventennio, se volevi trasmettere notizie antigovernative dovevi farlo dall’estero. C’era il monopolio della Rai ed era illegale creare altre trasmissioni radiofoniche.

In pochi anni quella radio, che si chiamava “Radio Oggi in Italia”, acquisì grande popolarità, divenendo una seria antagonista all’informazione governativa della Rai, in un’epoca in cui da noi era dominante il conflitto tra Dc e Pci e nel mondo imperava la Guerra fredda. Ma quella fu una “radio che non c’era” perché divenne scomoda non solo per il governo italiano. Nacque come radio comunista, filosovietica, ma dopo la Primavera di Praga fu chiusa dai sovietici per aver preso posizioni pro Dubcek. E ben presto fu messa sotto il tappeto anche dai comunisti italiani, che hanno rinnegato la loro stessa storia. Infatti ben pochi sanno della sua esistenza. Eppure ebbe milioni di ascoltatori e fu un punto di riferimento per tantissime persone, soprattutto nelle zone rurali dove forte era ancora l’analfabetismo. Fu il primo organo d’informazione a dare notizia dei fatti di Ungheria nel 1956, anticipò la Rai nell’informare dell’accordo tra Kennedy a Krusciov sulla crisi dei missili a Cuba e realizzò la prima diretta radiofonica nel luglio 1960 durante la rivolta antifascista dei portuali di Genova contro il Governo Tambroni. Fu quello il merito e al contempo la sventura di quegli esuli che, da giornalisti improvvisati, riuscirono a diventare negli anni dei professionisti della contro-informazione. Perché l’informazione non asservita al potere dava fastidio settant’anni fa e dà fastidio anche oggi.

D’altronde le analogie con gli anni Cinquanta sono molte più di quelle che si possa pensare.

Prima analogia. Settant’anni fa c’era il monopolio di stato sull’informazione: se trasmettevi programmi antigovernativi eri demonizzato (andavi pure in galera). Oggi è uguale. Esemplare è il caso di Juliane Assange che rischia l’estradizione negli Usa e la condanna a 175 anni di galera per aver divulgato notizie che non sono mai state smentite ma che avevano la peculiarità di contraddire la narrazione statunitense e occidentale delle “guerre giuste”, quelle che secondo questa narrazione porterebbero pace, invece che distruzione e morte. Ma sempre più casi si possono vedere anche da noi: chi si oppone alla propaganda di guerra, così come chi ha portato anche solo tiepide critiche alla narrazione e alla gestione pandemica governativa, viene demonizzato, fatto tacere, esonerato dal suo lavoro.

Seconda analogia. Settant’anni fa chi rivendicava in piazza i propri diritti veniva bastonato dalla polizia di Scelba. Oggi abbiamo un altro ministro ma è davvero diverso? Abbiamo visto che i movimenti di chi rivendica diritti di tutela del lavoro, dell’ambiente, della salute e dà fastidio, vengano repressi. Bastino gli esempi dei NoTav o dei lavoratori contrari al greenpass o degli studenti che contestano le morti dei giovani compagni durante la cosiddetta “alternanza scuola-lavoro”

Terza analogia. Settant’anni fa si era in piena Guerra fredda e i russi erano visti come il male, i mangiatori di bambini, in contrasto con l’Occidente buono. Oggi è uguale. Abbiamo assistito alla creazione immediata del nemico russo con meccanismi assurdi che hanno portato alla colpevolizzazione addirittura di personalità del passato della cultura russa: vengono soppressi concerti di compositori russi, vietate rassegne di registi russi, messi al bando corsi su scrittori russi come Dostoevskij. Perché oggi come ieri c’è la metodica strategia di creazione del nemico, del capro espiatorio per dividere la popolazione e far passare provvedimenti liberticidi. Questa logica del capro espiatorio passa per la creazione di etichette entro cui eliminare la complessità di ogni discorso. Ecco dunque che nascono i novax, i proputin, e così via.

La logica del capro espiatorio ha sempre funzionato e così i governi, attraverso i media, continuano a riproporla. Questo mi porta a un altro spunto offerto dal documentario che ho girato su Giuseppe Pinelli, “Pino – Vita accidentale di un anarchico”. Giuseppe Pinelli e gli anarchici di quel periodo, della fine degli anni Sessanta, sono stati i perfetti capri espiatori di una strategia ben congegnata.

Era un’epoca in cui crescevano i movimenti che chiedevano maggiori diritti (il diritto a un lavoro più dignitoso, alla casa, all’istruzione per tutti, solo per citarne alcuni) e ci fu la consapevole e orchestrata volontà di sopprimere quei movimenti e le loro richieste attraverso la cosiddetta “Strategia della tensione”, che nasce con la strage di Piazza Fontana e inaugura il periodo dello stragismo. Una strategia mirata a creare una situazione di paura e disordine con le bombe, imputate agli anarchici, capri espiatori per eccellenza, tra cui Giuseppe Pinelli. Anche allora ci furono giornalisti e attivisti coraggiosi che cominciarono una costante e capillare opera di contro-informazione per opporsi alla propaganda governativa, sostenuta da tv e giornali. E anche in quel periodo si era in piena Guerra fredda. L’Italia, una delle roccaforti della Nato, era dominio politico degli Usa che non potevano tollerare che movimenti di sinistra diventassero sempre più popolari. Dunque esistevano due nemici: il nemico comunista interno e il nemico comunista esterno, il sovietico.

Più o meno la stessa strategia, seppur modificata, si è riproposto trent’anni dopo, nel 2001 con il Movimento cosiddetto “No Global” e i giorni del G8 di Genova. Sto trattando questo tema nel lavoro che sto girando, “La cattiva strada”, dedicato a Carlo Giuliani. Carlo è stato un altro “nemico”, un altro capro espiatorio perfetto per la propaganda nostrana: definito di volta in volta come black block violento, punk-abbestia, drogato. Invece Carlo Giuliani era semplicemente un ragazzo sensibile a quello che gli accadeva intorno e che a suo modo incarnava gli ideali del movimento no global. Un movimento che, per la prima volta a livello mondiale, riuniva gruppi e associazioni anche molto diversi tra loro, ma che avevano in comune una finalità: globalizzare i diritti e non i profitti, portando avanti riflessioni e rivendicazioni che sono valide ancora oggi: l’abbattimento del debito dei Paesi del Sud del mondo, la lotta agli Ogm, la lotta alle delocalizzazioni, solo per citarne alcune. Così come è successo nel 1969, il nostro governo ha fatto di tutto per sopprimere quel movimento, usando una violenza inaudita e mobilitando tutta la propaganda mediatica che addossava la colpa dei disordini a gruppi di violenti e, nel caso di Carlo Giuliani, a quel ragazzo che è diventato solo e soltanto “il ragazzo con l’estintore”.

Oggi purtroppo paghiamo caro il prezzo di quelle operazioni di propaganda, di quelle strategie della paura, di quelle creazioni del nemico. Infatti le vediamo riproposte tali e quali. Ma oggi forse è anche peggio del passato. Ormai, con assoluta leggerezza, vengono calpestati articoli fondamentali della nostra Costituzione: articoli che dovrebbero garantire il diritto di opinione, di libero movimento, il diritto al lavoro, il diritto alla scelta delle cure, e infine l’articolo 11 che recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Attraverso una massiccia opera di propaganda vogliono farci credere, così come fecero per la guerra in Iraq, in Afghanistan, nella ex Jugoslavia, che esistono delle “guerre giuste”, delle guerre che portano la pace. Si arriva a ossimori insostenibili come quelli dei “carri armati per la pace”, o a paragoni indegni come quello che equiparerebbe un battaglione filonazista alla Resistenza dei nostri partigiani.

Voglio chiudere però con una nota di ottimismo: sono felice di constatare che si stanno moltiplicando iniziative (come il convegno-tavola rotonda “In marcia per la pace”, a cui sono stata invitata il 26 aprile, promosso dal Teatro Fabbrica dell’Esperienza di Milano e dall’Associazione per i diritti umani). Mi pare di recepire dai tanti incontri a cui ho partecipato negli ultimi mesi che, seppur lentamente, le persone abbiano voglia di tornare a riunirsi per portare avanti riflessioni e discussioni che divergono totalmente dalle narrazioni dominanti e per sostenere azioni concrete di pace, come quelle dei portuali di Genova o degli aeroportuali di Pisa che si sono rifiutati di caricare armi dirette in Ucraina. Forse i due anni in cui ci hanno imposto di non vederci e non incontrarci, e in cui ci hanno messi gli uni contro gli altri per cancellare le loro responsabilità, non hanno eliminato del tutto la nostra voglia di agorà, imprescindibile e vitale. E sono importantissimi questi momenti di incontro perché è fondamentale continuare a opporre discorsi e pratiche di pace ai discorsi dei guerrafondai e al loro invio di armi. È fondamentale opporsi al manicheismo mediatico per cui ci sono i buoni e i cattivi, i nemici da contrastare, responsabili di ogni problema. È fondamentale opporsi alla strategia della paura e delle divisioni che tende a far dimenticare come ci sia una direzione ben chiara da parte dei governi, che è quella di uno smantellamento feroce dei diritti, del diritto al lavoro, alla salute, all’istruzione. La ricetta del governo Draghi è semplice e ci viene ripetuta costantemente: sacrifici ed economia di guerra. Ma la guerra, da sempre, è contro gli interessi dei cittadini. È fondamentale opporsi perché cercano di farci credere che la maggioranza degli italiani sia a favore della guerra, ma i sondaggi invece dicono l’esatto contrario. E seppur siano da prendere con le pinze, ci dicono che, nonostante una poderosa campagna mediatica con l’elmetto, la maggioranza degli italiani è contro l’invio di armi in Ucraina e per accordi reali di pace.

Claudia Cipriani,

regista

29/4/2022 https://comune-info.net

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