Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina. Francesca Albanese
Il libro di Francesca Albanese, Quando il mondo dorme, andrebbe letto nelle scuole. Non solo per la passione civile che lo attraversa, ma per la capacità di coniugare il rigore storico e giuridico con la denuncia delle ingiustizie subite dal popolo palestinese. Attraverso dieci figure simboliche, l’autrice ci guida dentro un racconto che interroga non solo Israele, ma anche i silenzi, le ipocrisie e le responsabilità dell’Occidente.
Colpisce, ad esempio, leggere che in Germania la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sia stata minacciata di arresto. Albanese racconta: “È dovuta intervenire l’ONU, ricordando alla polizia tedesca che, in quanto Relatrice delle Nazioni Unite, godo dell’immunità diplomatica, e che un mio arresto sarebbe stato uno scandalo senza precedenti” [pag. 14].
Questo è il clima che si respira oggi anche nelle democrazie occidentali, dove persino ebrei anti-sionisti vengono attaccati e delegittimati.
Francesca Albanese è stata bersaglio di offese e delle consuete accuse di antisemitismo. Eppure la sua critica a Israele si basa su evidenze concrete e su analisi giuridiche documentate. Scrive:
“La distruzione di un gruppo in quanto tale, quando non è casuale, un mero ‘incidente di guerra’ – per quanto brutale – ma intenzionale, costituisce genocidio. Questa distruzione intenzionale è stata praticata sul corpo, sulla vita collettiva, sullo spirito dei palestinesi; sulla loro pelle. Gaza ne è stata il teatro, certamente il più feroce. Il più orribile. Mi fa paura una società in cui l’uccisione, la mutilazione, la tortura, lo stupro, la fame, la carestia fanno notizia a seconda di chi ne sia la vittima e chi l’artefice” [pag. 22].
Non è possibile riassumere tutte le storie e riflessioni contenute nel libro – che va assolutamente letto – ma ci sono alcuni passaggi particolarmente toccanti che meritano di essere ricordati. In particolare, quelli dedicati ai bambini.
L’Autrice descrive con empatia la difficoltà di una madre occidentale che si confronta con la realtà quotidiana della Palestina. Se per i suoi figli un problema può essere un brutto voto o il divieto di mangiare troppi dolci, per i bambini palestinesi l’infanzia si intreccia con la morte. La storia più sconvolgente è forse quella che apre il libro. Hind Rajab aveva sei anni nel 2024. L’auto in cui viaggiava era stata attaccata dall’esercito israeliano. Lei, unica sopravvissuta, ha chiamato i soccorsi: “Hind spiega che ‘gli altri sono morti o forse dormono’ e supplica di essere aiutata. ‘Il carro armato è accanto a me. Si sta muovendo. Verrai a prendermi? Ho tanta paura.’ Dall’altro capo della linea, l’operatrice – spaventatissima, perché sa quale rischio sta correndo Hind – le risponde con affetto: ‘Habibti’, ‘tesoro’, e resta al telefono con lei per non lasciarla sola” [pag. 26].
L’ambulanza ha impiegato tre ore ad arrivare, ostacolata dai blocchi militari. I soccorritori sono stati uccisi dai soldati israeliani. La stessa sorte è toccata a Hind. Scrive l’autrice: “La registrazione di quella straziante conversazione, con la vita della piccola appesa a un filo, è stata consacrata alla storia e, si spera, un giorno, al lavoro dei giudici che puniranno i responsabili della strage in cui Hind è stata uccisa dall’esercito israeliano”.
Domandiamoci: se una vicenda simile fosse accaduta in Ucraina, i nostri media l’avrebbero ignorata come in questo caso? In questa asimmetria narrativa c’è non solo fedeltà ai propri padroni, ma anche il razzismo latente di chi considera la vita di una bambina palestinese meno degna di quella di una occidentale.
Francesca Albanese parla di “unchilding”, cioè infanzia negata, per descrivere la condizione dei bambini palestinesi. Un dato è sufficiente a chiarirlo: “Dal 2000 al 2023, sono stati più di tredicimila i minori detenuti, arrestati e imprigionati; e da ottobre 2023 sono già più di trecento” [pag. 35].
Questo occultamento colpisce anche il passato. Perché della Nakba – la pulizia etnica del 1948 – non si può parlare apertamente? Racconta l’autrice che, di fronte alla sua affermazione, un noto giurista israeliano le rispose: “È successo tanto tempo fa, chi ci pensa più!” [pag. 131].
Eppure durante la Nakba ci furono stupri, omicidi, furti di proprietà. Perché si chiede ai palestinesi di accettare tutto questo senza discutere?
La forza di Francesca Albanese sta nel non fingere neutralità, allo stesso tempo la sua è una posizione imparziale, capace di coniugare indignazione morale, competenza giuridica e proposta politica. Tra le risposte concrete, l’Autrice richiama l’insegnamento di Ingrid Jaradat Gassner e il boicottaggio di Israele, come fu fatto per il Sudafrica dell’apartheid. Vale la pena chiudere con le parole che Gassner ha fatto scrivere sulla propria tomba, e che Albanese cita: “Ti promettiamo di sorridere ogni volta che possiamo, come hai fatto tu; di andare avanti a tutti i costi, lottando, riflettendo, difendendo la speranza a dispetto del dolore, cadendo, rialzandoci, cambiando strada, riprendendo la lotta e infine conquistando la nostra liberazione!” [pag. 107].
di Marco Pondrelli
26/7/2025 https://www.marx21.it/










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