Quando l’impatto sociale diventa selezione: Roma e la sfida (persa) del patrimonio pubblico
di Giuseppe Libutti e Angelica Cavone
L’articolo pubblicato da Generazione su “Roma Regeneration” ha il merito di riportare nel dibattito pubblico una questione che la Comunità per le Autonome Iniziative Organizzate denuncia da anni. Il patrimonio pubblico di Roma viene progressivamente sottratto alla sua funzione sociale e trasformato in terreno di sperimentazione della governance neoliberale, della rendita urbana e della selezione competitiva tra soggetti sociali.
La contraddizione emerge con particolare evidenza nella cosiddetta Valutazione di Impatto Sociale, presentata come strumento neutro, moderno e capace di misurare il valore prodotto dalle esperienze territoriali. Dentro l’attuale impianto amministrativo, però, la VIS rischia di diventare un dispositivo selettivo, che riconosce legittimità solo a chi possiede competenze tecniche, solidità economica e strutture professionali adeguate a produrre business plan, report, metriche e rendicontazioni.
Non è casuale che questo strumento sia stato sostenuto da esperienze che ne hanno esaltato le presunte virtù, come nel caso di Spin Time Labs, dove la valutazione d’impatto veniva usata per affermare che ogni euro investito nella regolarizzazione avrebbe generato 1,95 euro di valore sociale. Spin Time ha quindi esercitato una forte pressione sull’amministrazione, ma in una direzione opposta alla nostra, fino al punto che, mentre noi scendevamo in piazza per contestare questa impostazione e denunciarne gli effetti selettivi, il sindaco Gualtieri riceveva proprio quelle realtà che contribuivano a legittimarla.
Quella narrazione è diventata progressivamente paradigma politico e amministrativo, fino a essere incorporata nella nuova regolamentazione del patrimonio indisponibile di Roma Capitale attraverso co-programmazione, co-progettazione e valutazione dell’impatto sociale dei progetti presentati all’amministrazione. CAIO si è opposta fin dall’inizio a questa impostazione, denunciando il rischio di sostituire il principio di uguaglianza con criteri pseudo-tecnici fondati sulla forza competitiva degli operatori.
Sulla gestione del patrimonio pubblico, la centralità attribuita alla VIS produce una selezione modellata sulle logiche del mercato. A essere favoriti sono i soggetti più strutturati, professionalizzati e già inseriti nei circuiti della progettazione, mentre restano ai margini collettivi informali, gruppi di quartiere, associazioni culturali e realtà sociali che costruiscono legami, mutualismo, conflitto e trasformazione, ma non dispongono delle risorse richieste dalla macchina amministrativa.
La retorica dell’impatto sociale rischia così di diventare uno sbarramento contro l’uguaglianza sostanziale prevista dall’articolo 3 della Costituzione. In questo passaggio si consuma una frattura profonda, perché negare centralità e soggettività ai cittadini e alle comunità significa negare loro spazi, opportunità di crescita collettiva e possibilità concrete di incidere sul futuro dei territori.
Una politica che avalla queste pratiche dimostra di non avere radicamento nella città e di non possedere una visione all’altezza delle sue contraddizioni. Amministrare Roma favorendo soltanto i grandi interessi, oppure le organizzazioni più efficienti sul piano progettuale e finanziario, significa impoverire il tessuto urbano e soffocare proprio quelle energie sociali da cui spesso nascono innovazione, solidarietà e trasformazione. La spinta al cambiamento non viene quasi mai dai luoghi già riconosciuti del potere, ma dalle zone in ombra, dalle pieghe della società, dagli spazi in cui esclusione, rabbia e desiderio di riscatto diventano pratica collettiva.
L’articolo di Generazione riconosce oggi questa incongruenza e mostra come il linguaggio dell’inclusività, della partecipazione e della sostenibilità sia stato spesso usato come copertura simbolica di operazioni urbane orientate soprattutto alla valorizzazione immobiliare e finanziaria.
La questione, allora, non riguarda il valore astratto della valutazione d’impatto sociale, ma il paradigma politico dentro cui essa viene utilizzata. Quando l’accesso al patrimonio pubblico viene subordinato alla competizione, alla managerializzazione del sociale e alla compatibilità economica, la città smette di essere attraversata dai bisogni di chi la vive e viene amministrata secondo le convenienze di chi la misura, la valorizza e la mette a rendimento.
Per questo occorre rovesciare l’impostazione. Roma ha bisogno di una politica del patrimonio pubblico fondata sul riconoscimento delle esperienze territoriali, sulla funzione sociale concretamente svolta nei quartieri e sull’accesso egualitario agli spazi. Non servono nuove barriere tecniche mascherate da innovazione amministrativa, ma strumenti capaci di sostenere chi produce partecipazione reale, cultura critica, mutualismo e autodeterminazione.
Ripartire dall’impianto originario della Deliberazione n. 26 del 1995 significa riaffermare che il patrimonio pubblico non può essere trattato come una posta da assegnare al soggetto più competitivo, ma come infrastruttura democratica della città. Significa costruire regole che non selezionino i più forti, ma mettano in condizione le comunità di organizzarsi, crescere e trasformare i territori. È da qui che può nascere una Roma più giusta, più conflittuale, più viva.
28/5/2025 https://www.lafionda.org/










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