Quando l’intelligenza artificiale spia i lavoratori
Una nuova forma di sfruttamento dei lavoratori passa per la sorveglianza algoritmica, il volto nascosto dell’intelligenza artificiale nelle fabbriche del Sud del mondo. Ecco qual è la situazione, a partire dal settore della moda in Bangladesh. Dove vengono prodotti anche i nostri vestiti
Le tecnologie di sorveglianza basate sull’intelligenza artificiale si stanno diffondendo sempre più rapidamente nel Sud del mondo, spesso al di fuori di ogni controllo e in assenza di tutele adeguate per i lavoratori. A denunciarlo è un approfondimento pubblicato dalla testata Rest of the World, basato su dati della piattaforma Coworker.org, che descrive come queste tecnologie stiano diventando strumenti quotidiani in paesi come Bangladesh, Kenya, Nigeria, Colombia, Messico e India, proprio dove le normative sul lavoro sono meno rigide e dove i lavoratori risultano più vulnerabili.
A guidare questa trasformazione è il cosiddetto bossware, una famiglia di software progettata per controllare in tempo reale ogni aspetto della vita lavorativa. Questi sistemi sono in grado di monitorare quanto tempo un dipendente resta attivo su una macchina, quante operazioni svolge, quando si assenta dalla postazione e persino quali siti web visita se usa un computer.
Intelligenza artificiale e lavoratori: cos’è e come si è diffuso il bossware
Il bossware, termine che deriva dall’espressione “software del capo”, è diventato particolarmente popolare dopo la pandemia, quando molte aziende hanno iniziato a utilizzare questi strumenti per tenere sotto controllo i lavoratori da remoto.
Tuttavia, il suo utilizzo si è rapidamente esteso anche nei contesti produttivi più tradizionali, come le fabbriche, con effetti ancora più pervasivi.
Si tratta di tecnologie sviluppate principalmente da startup emergenti – le cosiddette “Little Tech” e finanziate da venture capital provenienti soprattutto dalla Silicon Valley – che vedono nei paesi a basso reddito dei mercati “fertili” grazie alla quasi totale assenza di regole e alla debolezza delle tutele sindacali.
Moda in Bangladesh: lo sfruttamento passa per l’intelligenza artificiale
Un caso emblematico di questa nuova forma di sorveglianza digitale si trova in Bangladesh, dove l’industria tessile è uno dei settori trainanti dell’economia.
Nelle fabbriche di Dacca le operaie – in gran parte donne – sono sottoposte a un controllo serrato attraverso sistemi di smart manufacturing collegati direttamente alle macchine da cucire. Ogni lavoratrice, cioè, ha un display davanti a sé che registra in tempo reale il numero di pezzi prodotti.
Il monitor segnala con colori diversi se la produzione è sotto o sopra gli obiettivi richiesti: il rosso indica un ritmo insufficiente, l’arancione segnala che ci si sta avvicinando al target, mentre il verde conferma che si è in linea con le aspettative.
Il sistema si chiama Needle – acronimo di “no idle”, cioè “mai fermi” – e rappresenta una forma di sorveglianza continua che lascia pochissimo spazio alla libertà individuale.
Alcune operaie hanno raccontato a Rest of World di non potersi neppure concedere una pausa per andare in bagno, per paura di non riuscire a raggiungere i volumi richiesti.
Una giovane lavoratrice ha spiegato che il suo obiettivo giornaliero era cucire almeno 101 pezzi e se il display restava rosso troppo a lungo rischiava il licenziamento.
Sorvegliati speciali: gli effetti sulla salute dei lavoratori
Questa pressione continua non solo aumenta i livelli di stress e affaticamento, ma contribuisce anche a consolidare un clima di paura e insicurezza permanente sul posto di lavoro. Le lavoratrici, spesso prive di strumenti per conoscere o contestare i criteri con cui vengono monitorate e giudicate, subiscono senza avere voce in capitolo. È un sistema in cui l’intelligenza artificiale non si limita a raccogliere dati: decide, avvisa, punisce.
Le aziende che forniscono questi sistemi giustificano la loro diffusione con la necessità di aumentare la produttività per restare competitive rispetto ad altri paesi asiatici come il Vietnam e la Cambogia, dove i costi di produzione sono ancora più bassi.
Ma questa corsa al ribasso avviene a scapito della salute e dei diritti dei lavoratori, specialmente delle donne, che costituiscono la maggioranza della forza lavoro nel settore tessile del Bangladesh.
Queste stesse operaie – scrive sempre Rest of World – producono per grandi marchi occidentali, come H&M e Zara.
Intelligenza artificiale e sorveglianza: un mercato da 600mln$
Il fenomeno del bossware, secondo le analisi di Rest of World, si sta ormai consolidando su scala globale. Il mercato di questi software di sorveglianza è in rapida espansione: si stima che nel 2025 varrà circa 600 milioni di dollari e potrebbe superare 1,4 miliardi entro il 2032.
Se in passato questi strumenti erano riservati a contesti specifici, come il lavoro da remoto o i call center, oggi sono diventati parte integrante delle strategie produttive di molte aziende nei paesi a basso reddito, dove la regolamentazione del lavoro digitale è ancora agli inizi.
L’impatto psicologico di questa sorveglianza costante non è trascurabile. Diversi studi segnalano che molti lavoratori sotto controllo algoritmico soffrono di ansia, senso di inadeguatezza e alienazione. Il lavoro si trasforma così in una corsa senza tregua per non cadere nelle maglie di un sistema che, di fatto, non prevede deviazioni, pause o imprevisti.
Dal crollo del Rana Plaza al software del boss: violati i diritti dei lavoratori
In Bangladesh, dove la tragedia del Rana Plaza nel 2013 ha rivelato al mondo le condizioni di sfruttamento e insicurezza nei luoghi di lavoro, queste nuove tecnologie rappresentano una minaccia meno visibile, ma altrettanto pericolosa.
Se dopo il crollo dell’edificio si sono accesi i riflettori sulle condizioni strutturali delle fabbriche, oggi l’attenzione dovrebbe essere anche sulle nuove forme di controllo digitale che, se lasciate senza regolamentazione, rischiano di peggiorare la qualità della vita lavorativa.
Maurizio Bongioanni
977/2025 https://www.osservatoriodiritt/










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