Racconto da un Pronto Soccorso

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Quasi 31 ore in un ospedale di Rieti, riflettendo su strutture, personale sanitario, empatia e cura.

Arrivo fresco fresco (in questi giorni di caldo asfissiante è ovviamente una metafora) da un’esperienza diretta del difficile rapporto tra sanità e cittadini. Per un malore di mia moglie abbiamo trascorso, io e lei, quasi 31 ore nel Pronto Soccorso dell’Ospedale De Lellis di Rieti.

Non ho la minima intenzione di riversare la colpa sugli operatori. A loro carico, semmai, un comportamento non sempre adeguatamente professionale (in particolare gli infermieri e gli assistenti) e in più di un caso, al limite della scortesia. Gli IP sembrano non avere ben chiaro quello per cui mi sono impegnato per anni sulle pagine de L’Infermiere, l’organo dell’allora Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi. Sul bimensile si batteva con una notevole frequenza sul tasto dell’empatia verso un paziente da non considerare un numero ma, piuttosto, una persona. E per giunta sofferente.

Va detto a questo proposito che il numero di operatori (IP e medici) non mi è parso all’altezza della situazione di un Pronto Soccorso affollato e oberato di lavoro. Certo un’esimente del loro comportamento frettoloso e sempre pronto a chiudersi dietro il rispetto di regole che alla gente non possono essere chiare, né utili.

Chi accede a questi servizi – parlo non tanto per la mia personale esperienza ma soprattutto per quella dei miei compagni di sventura – lo fa in cerca di un (appunto) soccorso, di una cura. Spessissimo la trova ma accompagnata da un forte distacco tra l’operatore e il paziente. Che resta sempre un “oggetto” capace al più di esprimere insoddisfazione. Se poi ci aggiungiamo che i locali del Pronto Soccorso del De Lellis di Rieti sono quanto meno piccoli rispetto al numero degli utenti, è facile capire che il lavoro degli operatori non è affatto facile.

Detto questo, ed era doveroso dirlo, passo a elencare quelli che mi sono sembrati i limiti più evidenti del sistema di urgenza. Innanzitutto il fatto che al PS accede un numero spropositato di utenti che dovrebbero poter trovare risposta sul territorio. Troppi codici di triage blu o verdi. Il susseguirsi di codici rossi o arancioni finisce col creare una strozzatura che dilata all’infinito i tempi di cura per gli altri pazienti.

Un medico impegnato a salvare la vita di una (ad esempio) vittima di un incidente, non può occuparsi per un tempo lungo degli altri utenti. E se il numero di medici è troppo basso (dopo le 18, a un certo punto ce n’era solo uno impegnato con ben tre codici rossi) cosa succede? Un imbuto micidiale che fa affollare le sale di aspetto dove monta l’impazienza e la rabbia non tanto dei malati (tra loro moltissimi gli anziani, spesso non autosufficienti) quanto più dei loro familiari.

Confesso che anch’io mi sono sentito “imprigionato” in un sistema per cui il medico impegnato nei codici rossi non poteva nemmeno inviare la richiesta di una consulenza a uno dei reparti ospedalieri rimandando la soluzione del mio personale caso al giorno successivo. Insomma una situazione estremamente stressante per noi familiari (una trentina di persone accalcate in uno spazio non eccessivamente capiente) ma anche per gli infermieri del triage costretti a “contingentare” le nostre richieste.

E qui c’è un altro punto dolente. Una vera e propria ferita: quella dell’informazione. Immaginate (ma so che molti hanno avuto la stessa sfortuna) di dover trascorrere ore senza poter sapere nulla, nè delle condizioni del proprio congiunto, nè della sua situazione all’interno delle sale destinate ai pazienti. C’è, è vero, il sistema Salute Lazio che consente di seguire quanto meno il percorso di assistenza. Ma è cosa davvero poco adatta ai congiunti anziani di pazienti anziani e non del tutto alfabetizzati dal punto di vista informatico. Informazioni, quindi, molto carenti anche se c’è almeno il tentativo di porre una “pezza” organizzativa creando un box di accoglienza con un paio di infermiere che devono però “metterci la faccia” e non eseguire compiti più propriamente “tecnici”.

Insomma un’esperienza complicata che mi sembra stridere con forza dinanzi ai proclami di innovazione e di modernizzazione della sanità pubblica: poco personale (troppo pochi sia i medici che gli IP, gli infermieri professionali) e poco preparato a un supporto professionale del paziente (però efficiente sul versante tecnico), “colli di bottiglia” che creano pressioni fortissime su operatori e pazienti. Le affermazioni che ascolto da parte dei tanti addetti ai lavori mi paiono cozzare con forza con una realtà quotidiana fatta di impegno ma anche di una miriade di difficoltà. C’è troppa distanza tra la realtà e i progetti sulla carta: chiunque voglia davvero metter mano ai problemi della sanità non dovrebbe – la mia è una modestissima opinione – approntarli senza avere un’idea ben chiara della realtà che va ad affrontare. Piuttosto dovrebbe essere tanto forte da trascorrere una giornata intera all’interno di un PS, privandosi dello scudo che la propria posizione gli assicura, mettendosi con pazienza ad ascoltare quello che la gente dice e pensa. Perché la gente vive, pensa e soffre. E una sanità che costringe malati di ogni tipo (defedati, anziani che fissano con gli occhi vuoti le luci al neon in attesa, forse, solo di una voce amica) su barelle posizionate le une accanto alle altre, in un’asfittica corsia di un reparto di emergenza, per ore e ore, se non per giorni, non mi pare davvero una gran sanità. Accettare questo stato di cose significa fare del male a un servizio pubblico, danneggiarlo irreparabilmente e lasciare spazio a interessi che, magari, con la salute della gente hanno poco a che fare. In sostanza una chiara dimostrazione di come nel nostro Paese lo Stato non va dal cittadino ma costringe lui a muoversi delegando alla popolazione i suoi compiti: una sorta di evidente dichiarazione di fallimento.

Mi ha colpito molto quanto ascoltato in quelle lunghe ore da più di un parente seduto sulle – scomode – panche di metallo della sala d’attesa. Sono stati tanti quelli che hanno riconosciuto la maggior efficienza del sistema sanitario dell’Umbria esprimendo la loro preferenza per quella offerta dai nosocomi della vicina Terni (Rieti è in posizione di “confine” tra Lazio e Umbria). Un segnale eclatante delle disfunzioni del sistema regionale che tante volte ho visto criticare da molti dei nostri post.

Forse è proprio quello il vero nodo gordiano da sciogliere: dare un colpo di spugna ed eliminare queste differenze tra Regione e Regione restituendo ai cittadini la libertà di scegliere tra chi offre risposte alle loro esigenze e chi, al contrario, risponde (o, meglio, è spesso costretto a farlo) poco o male…

Mariano Rampini

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