Mense e cliniche, le trincee di Syriza.

Syriza, cambia la Grecia, cambia l’Europa
Cibo e assistenza sanitaria gratuita, attività culturali e media. Viaggio nelle roccaforti della sinistra radicale greca che ora vuole governare. Tra farmacie sociali e fabbriche recuperate, cibo ai poveri e assistenza ai migranti

Nella sala d’attesa della Kifa alle spalle del Muni­ci­pio di Atene ogni paziente rimane ad aspet­tare il suo turno disci­pli­na­ta­mente. C’è chi aspetta di pre­sen­tare la pre­scri­zione medica e pren­dere i far­maci che gli spet­tano, chi è in fila per una visita odon­to­ia­trica e chi per una con­su­lenza psi­co­lo­gica. Cate­rina si occupa di smi­stare il traf­fico, indi­riz­zando i pazienti là dove serve. Snoc­ciola qual­che cifra: «Da quando abbiamo aperto, nel gen­naio del 2013, sono state effet­tuate 2.364 ope­ra­zioni den­ti­sti­che, 5.580 visite, 2.500 medi­ca­zioni e una ven­tina di ope­ra­zioni ambu­la­to­riali». A prima vista sem­bra di essere finiti in un ambu­la­to­rio medico come tanti altri, rica­vato in un con­for­te­vole appar­ta­mento del cen­tro della città. Invece si tratta di una Kifa, un acro­nimo che indica una cli­nica e far­ma­cia sociale. Qui arri­vano a farsi visi­tare o a pren­dere medi­ci­nali, a frotte, gli esclusi dalla sanità pubblica.

Sedute ad atten­dere il loro turno, due signore con­fa­bu­lano fra loro, alcuni anziani riman­gono in silen­ziosa aspet­ta­tiva. In un angolo, un signore magro, con la bar­betta bianca, ha voglia di par­lare. Rac­conta di essere espa­triato al tempo dei colon­nelli e, dopo una vita tra Stati Uniti e Canada, una decina d’anni fa è tor­nato in Gre­cia. In tempo per assi­stere al crollo. «È nor­male che siamo andati a finire così, colpa dei governi ma pure del popolo. Abbiamo vis­suto troppo al di sopra delle nostre pos­si­bi­lità e ora rischiamo di tor­nare indie­tro di cinquant’anni», dice. La cli­nica sociale si regge sul volon­ta­riato. Ven­totto den­ti­sti si alter­nano gra­tis, fuori dal loro ora­rio di lavoro, a garan­tire cure per tutti, e lo stesso fanno psi­chia­tri, psi­co­logi, pedia­tri. Tra i danni più gravi pro­vo­cati dall’austerità impo­sta alla Gre­cia, quelli alla salute delle per­sone sono pro­ba­bil­mente i più pesanti. Solo ad Atene hanno chiuso otto ospe­dali, men­tre la spesa pub­blica per la sanità in Gre­cia è stata ridotta del 25 per cento tra il 2008 e il 2012. L’assicurazione sani­ta­ria è garan­tita solo a chi lavora e con la disoc­cu­pa­zione che affligge più di un terzo della popo­la­zione que­sto è diven­tato un pro­blema social­mente deva­stante. Ecco spie­gato per­ché le cli­ni­che sociali sono affol­late come e più di un qual­siasi ambu­la­to­rio pri­vato o pronto soc­corso pub­blico: nelle Kifa si viene per riti­rare medi­cine altri­menti troppo costose o per visite spe­cia­li­sti­che altri­menti fuori por­tata dalle tasche di una fascia di popo­la­zione espulsa dal mondo del lavoro o con red­diti ormai da fame. Su undici milioni di greci, si stima che almeno tre milioni oggi siano senza coper­tura sani­ta­ria, quasi uno su quat­tro. «Ma ci sono anche tanti che, pur avendo la coper­tura, non rie­scono a pagarsi cure spe­cia­li­sti­che o le medi­cine, visto che per­sino un esame del san­gue arriva a costare un cen­ti­naio di euro», spiega Caterina.

Que­sto spiega il pro­li­fe­rare di forme di autor­ga­niz­za­zione sociale. La rete di mutuo soc­corso è estesa e opera come una sorta di wel­fare paral­lelo, spesso clan­de­stino. Oltre alle cli­ni­che sociali, «ci sono medici che accet­tano di visi­tare gra­tis i pazienti nel loro stu­dio e altri che fanno pic­coli inter­venti chi­rur­gici. Quando sono neces­sari esami par­ti­co­lari, indi­riz­ziamo i pazienti in ospe­dali dove abbiamo dot­tori amici che li fanno di nasco­sto». La situa­zione è così tra­gica che alle cli­ni­che sociali si vede dav­vero di tutto: «Pensa che qui si sono pre­sen­tati per­sino dete­nuti in manette, accom­pa­gnati dalla poli­zia». E i far­maci? «Ci arri­vano attra­verso la rete Solidarity4all, che li rac­co­glie e poi li smi­sta alle cli­ni­che e far­ma­cie sociali. Altri ci ven­gono por­tati dalla gente. Spesso si tratta di dona­zioni dei fami­liari di per­sone che muoiono».

Quella che ho sotto gli occhi è una sorta di resi­stenza silen­ziosa, sot­ter­ra­nea, che si affianca e in molti casi ha preso il posto della rivolta di piazza che tra il 2008 e il 2009 incen­diò piazza Syn­tagma e il quar­tiere di Exar­chia, e che di tanto in tanto rie­splode con forza. Come un paio di set­ti­mane fa, quando lo scio­pero della fame di un gio­vane anar­chico appena ven­tu­nenne, Nikos Roma­nos, che pro­te­stava per l’elementare diritto a soste­nere un esame all’università, ha rischiato di togliere il coper­chio a una pen­tola ancora in ebollizione.

Attorno al Poli­tec­nico ci sono ancora i resti della bat­ta­glia. Marmi divelti tutt’attorno ai resti dell’ingresso sfon­dato dai tank dei colon­nelli, il 17 novem­bre del 1973, quasi a man­te­nere un filo tra la rivolta di allora e quelle di oggi. Negozi sbar­rati e un’aria da ribel­lione «no future», nono­stante i locali della movida gio­va­nile di Exar­chia siano fre­quen­tati come al solito. La lapide che ricorda l’uccisione di Ale­xis Gri­go­ro­pou­los è cir­con­data di mura­les, di tanto in tanto qual­cuno passa, sosta, foto­grafa, lascia una scritta. La strada è stata rein­ti­to­lata al gio­vane ucciso, come la piazza Ali­monda di Carlo Giu­liani. Ale­xis aveva 16 anni e si acca­sciò tra le brac­cia del suo grande amico Nikos Roma­nos, la sera dell’8 dicem­bre del 2008, ful­mi­nato dalla pal­lot­tola di un poliziotto.

«Quel giorno ha cam­biato la sto­ria della Gre­cia, per­ché la bat­ta­glia di quei giorni ha costi­tuito il pro­pel­lente che ha tra­sfor­mato Syriza, in bre­vis­simo tempo, da un par­ti­tino del 3 per cento alla prin­ci­pale forza poli­tica del Paese», sostiene Ada­mos Zacha­ria­des, seduto davanti al suo com­pu­ter nella reda­zione di Epohi, un set­ti­ma­nale di sini­stra che, pur indi­pen­dente come la gran parte delle cli­ni­che sociali e delle altre forme di autor­ga­niz­za­zione gre­che, costi­tui­sce una delle stam­pelle del par­tito della sini­stra radi­cale che ter­ro­rizza l’Europa. Zacha­ria­des è un noti­sta poli­tico, rac­conta sor­ri­dendo di venire da uno dei tanti grup­petti della sini­stra extra­par­la­men­tare con­fluiti nel ven­tre di Syriza («era­vamo non più di due­cento, ci chia­ma­vamo Rosa», con un chiaro rife­ri­mento a Rosa Luxem­bourg) e insieme riav­vol­giamo il nastro degli ultimi dieci anni, per pro­vare a rac­con­tare l’evoluzione di un modello che dal sociale sale alla poli­tica e non vice­versa, senza tra­la­sciare la cul­tura e l’informazione. «Le radici di Syriza sono nel movi­mento alter­mon­dia­li­sta. Gli attuali diri­genti si sono for­mati tutti nei social forum, lì hanno avuto modo di con­fron­tarsi e strin­gere rela­zioni in tutta Europa. Un’intera gene­ra­zione di greci è figlia di quella sta­gione. In seguito, nel 2006 c’è stato un for­tis­simo movi­mento stu­den­te­sco con­tro la pri­va­tiz­za­zione e Syriza è stato l’unico par­tito a sup­por­tarlo. Ma il punto di svolta vero è stato la rivolta del 2008», spiega Zacha­ria­des. L’uccisione di Ale­xis fece da deto­na­tore a un males­sere sociale che covava da tempo: quella che scen­deva in strada a scon­trarsi con la poli­zia fu defi­nita da gior­nali e tv come la «gene­ra­zione 800 euro». Pochi soldi, male­detti e soprat­tutto pre­cari, men­tre il resto del Paese spro­fon­dava sotto il peso del debito pub­blico, della cor­ru­zione e dell’evasione fiscale, e l’Europa non tro­vava di meglio che soste­nere quelle forze che ave­vano con­tri­buito a creare tutto ciò.

Sei anni dopo, chi gua­da­gna 800 euro al mese può con­si­de­rarsi for­tu­nato. Davanti al mini­stero dell’Economia mi imbatto in una pro­te­sta tutta al fem­mi­nile. Il palazzo è tap­pez­zato di stri­scioni e un grup­petto di donne di mezza età è seduto davanti all’ingresso. Una di loro fa la maglia ed è la stessa ritratta a muso duro di fronte a un poli­ziotto, in una sequenza di foto affisse al muro che testi­mo­niano di uno sgom­bero. Sono lì da sei mesi, da quando sono state dismesse per­ché l’appalto per le puli­zie è stato aggiu­di­cato a un’altra ditta, a costi infe­riori. Si defi­ni­scono «vit­time della dere­gu­la­tion». Chiedo loro quanto gua­da­gna­vano. «Tra i 500 e i 600 euro al mese, dipende dai giorni di lavoro». Sono state man­date via in 595, per un periodo hanno avuto un sus­si­dio equi­va­lente al 70 per cento del sala­rio, ora più nulla. Domando anche chi le abbia sup­por­tate, finora: «Syriza, il Kke, gli Indi­pen­denti Greci», una for­ma­zione poli­tica di cen­tro­de­stra nata da una scis­sione di Nea Demo­cra­zia del pre­mier delle lar­ghe intese Anto­nis Sama­ras, al quale hanno tolto il soste­gno politico.

Pro­te­ste del genere non sono una rarità in Gre­cia. Il mal­con­tento sociale è eson­dato dai gio­vani costretti a emi­grare alla wor­king class, la classe media è stata spaz­zata via dalla crisi e il con­senso va cer­cato su que­sto ter­reno. Finora, chi è riu­scito a trarne gio­va­mento più di tutti è Syriza, gra­zie alla lezione appresa, a loro dire, nei social forum dove si sono for­mati i qua­dri diri­genti: oriz­zon­ta­lità nelle deci­sioni, sup­porto alle lotte sociali ma senza ban­diere, assi­stenza mate­riale e pre­senza sul ter­ri­to­rio. Nel quar­tiere di Neos Cosmos la vec­chia sede del par­tito è stata ria­dat­tata in mensa per i nuovi poveri: «Non c’era mai nes­suno, veni­vano solo gli iscritti per qual­che riu­nione», rac­conta Argy­ris Pana­go­pou­los, abi­tante del quar­tiere e brac­cio destro di Ale­xis Tsi­pras nelle tra­sferte ita­liane (non­ché vec­chio amico del mani­fe­sto). E allora, via le ban­diere e cibo per tutti: a ora di pranzo c’è la fila per un piatto caldo.

A Nea Phi­la­del­phia, quar­tiere ope­raio a una quin­di­cina di chi­lo­me­tri dal cen­tro, il mini­sin­daco di Syriza Aris Vas­si­lo­pou­los ha tra­sfor­mato un edi­fi­cio pub­blico in un cen­tro di assi­stenza ai biso­gnosi. Vado a incon­trarlo il giorno dell’inaugurazione. Nel giar­dino c’è una festa popo­lare, si soli­da­rizza con cubani e vene­zue­lani venuti fin qui a soste­nere cause inter­na­zio­na­li­ste, poi tutti a pranzo come a una vec­chia Festa dell’Unità. Vas­si­lo­pou­los rac­conta i suoi tra­scorsi poli­tici, dal G8 di Genova al Forum sociale euro­peo di Firenze («ci sem­brava la rivo­lu­zione», dice, non capa­ci­tan­dosi di quello che è acca­duto in seguito in Ita­lia), poi passa a elen­care i pro­blemi del quar­tiere, dalla «mafia dei rifiuti» che gli sta facendo la guerra al ten­ta­tivo di fer­mare la spe­cu­la­zione per la costru­zione del nuovo sta­dio dell’Aek Atene. Infine spiega che, se è vero che il par­tito ha accolto diversi tran­sfu­ghi del Pasok e que­sto fa stor­cere il naso a molti, la base è invece molto più intran­si­gente: «Noi siamo molto radi­cali sulle que­stioni sociali, le per­sone votano Syriza non per ragioni ideo­lo­gi­che ma per­ché sosten­gono che la situa­zione è così grave che non pos­sono fare altro». La domanda da un milione di dol­lari è però cosa acca­drà se Syriza dovesse andare dav­vero al governo. Vas­si­lo­pou­los non nasconde un certo timore che il grande sogno di una «rivo­lu­zione greca» possa eva­po­rare di fronte a una real­po­li­tik fatta di alleanze poli­ti­che dif­fi­cili da gestire, pres­sioni finan­zia­rie inter­na­zio­nali e impo­si­zioni di Bru­xel­les. Già nella situa­zione attuale non è sem­plice gestire un muni­ci­pio di 35 mila resi­denti: «Da quando c’è il Memo­ran­dum i tra­sfe­ri­menti del governo sono dimi­nuiti del 70 per cento. Abbiamo meno soldi e con­tem­po­ra­nea­mente più respon­sa­bi­lità». La solu­zione adot­tata è ancora una volta l’autorganizzazione. Il Comune ha messo a dispo­si­zione la strut­tura, il resto lo fanno i volon­tari. Dafne Tri­co­pou­los è una di que­sti. Lavora all’ospedale psi­chia­trico, gua­da­gna 850 euro al mese “dopo 22 anni di anzia­nità” e rischia il licen­zia­mento per­ché, pur non essen­doci il cor­ri­spet­tivo greco della nostra legge Basa­glia, il governo vuole chiu­dere i mani­comi senza sapere che farne dei suoi ospiti. E nel tempo libero viene alla Soli­da­rity Cli­nic a dare una mano. Gra­tis. “Qui c’è molto da fare, più che in altri quar­tieri. La chiu­sura delle fab­bri­che ha creato molti pro­blemi psi­co­lo­gici e di depres­sione agli ex ope­rai», dice. Gior­gios Dia­man­tis, che si defi­ni­sce ammi­ra­tore di Gram­sci, vive tutto ciò come un attacco ai lavo­ra­tori: «Sia chiaro, per noi quella che stiamo com­bat­tendo è una lotta di classe».

Il quar­tier gene­rale della sini­stra sociale è nella cen­trale via Aka­di­mia. Al set­timo piano di un palazzo come tanti altri c’è la sede di Soli­da­rity for all, il net­work dei cen­tri di mutuo soc­corso, delle mense e cli­ni­che social e dei cen­tri di assi­stenza agli immi­grati. In una stanza sono acca­ta­state sca­tole di medi­ci­nali, un’altra è adi­bita a stu­dio legale, un’altra ancora ospita gli atti­vi­sti che si occu­pano del soste­gno al movi­mento coo­pe­ra­tivo. Su un ter­razzo dal quale si gode di una pano­ra­mica da bri­vido dello sprawl urbano ate­niese sono pog­giate alcune con­fe­zioni di sapone liquido pro­dotte dalla Vio​.me di Salo­nicco, la fab­brica recu­pe­rata di Salo­nicco defi­nita da Naomi Klein «un segnale di spe­ranza cri­tica» per l’Europa. Chri­stos Gio­van­no­pou­los, uno dei respon­sa­bili della cam­pa­gna, sro­tola una mappa dell’Attica sulla quale sono indi­cate le roc­ca­forti della gau­che ate­niese: far­ma­cie sociali, scuole per immi­grati, cen­tri sociali. Sono decine, una legenda spiega il nome e l’attività di ognuna. Ce n’è per­fino una che si chiama Lacan­dona, zapa­ti­sti nella giun­gla urbana ate­niese. «Abbiamo tre linee prin­ci­pali di azione: il cibo con le mense sociali e la distri­bu­zione di viveri, la sanità con le cli­ni­che e far­ma­cie, e le coo­pe­ra­tive», spiega Gio­van­no­pou­los. Soli­da­rity for all aiuta i lavo­ra­tori a recu­pe­rare le aziende che chiu­dono: un feno­meno che è comin­ciato qual­che anno fa alla Vio​.me e attorno al quale si sta strut­tu­rando un vero e pro­prio movi­mento.

In nome di Poulantzas

Chissà cosa avrebbe detto oggi Nicos Pou­lan­tzas se non si fosse lan­ciato dalla fine­stra dell’abitazione di un amico il 3 otto­bre 1979 a Parigi, ad appena 43 anni. È quello che si chie­dono all’Università Pan­teion, in un quar­tiere di palaz­zoni che non fanno rim­pian­gere la peri­fe­ria romana. Il Pou­lan­tzas Insti­tute, think thank inti­to­lato al filo­sofo mar­xi­sta greco allievo di Louis Althus­ser, ha orga­niz­zato due giorni di dibat­tito sulla crisi euro­pea, alla quale par­te­ci­pano stu­diosi e atti­vi­sti, soprat­tutto del nord Europa. La crisi greca ha pro­vo­cato come effetto col­la­te­rale una risco­perta del Gram­sci elle­nico, che ebbe lo sguardo lungo sul futuro del con­ti­nente. Pou­lan­tzas aveva già pre­fi­gu­rato un’Europa divisa tra cen­tro e peri­fe­ria, con i paesi medi­ter­ra­nei sopraf­fatti sia dal capi­tale inter­na­zio­nale che dalle avide bor­ghe­sie nazio­nali. E sem­bra che ci abbia preso.

L’aspetto cul­tu­rale non è secon­da­rio nel «modello Syriza». «Abbiamo stu­diato tanto in que­sti anni», dice Ada­mos Zacha­ria­des, che snoc­ciola i rife­ri­menti teo­rici del partito-coalizione che sta rivo­lu­zio­nando la sini­stra euro­pea: da Etienne Bali­bar a Michel Fou­cault, pas­sando per Cor­ne­lius Casto­ria­dis e Gior­gio Agamben.

Ale­xis Tsi­pras non è nella sede del par­tito. L’uomo più temuto d’Europa è in cam­pa­gna elet­to­rale per­ma­nente, impe­gnato a schi­vare gli euro­sgam­betti di Jean Claude Junc­ker e le spal­late del pre­mier Anto­nis Sama­ras. Da quando si è deli­neata l’ipotesi di un ritorno anti­ci­pato alle urne e dai son­daggi Syriza risulta il primo par­tito di Gre­cia, la tem­pe­ra­tura poli­tica del Paese è improv­vi­sa­mente salita, in misura pro­por­zio­nale al crollo della Borsa. Nel quar­tier gene­rale del par­tito, in piazza Elef­the­ria, si denun­cia il «ter­ro­ri­smo» delle élite interne e di quelle euro­pee, le stesse che hanno ridotto il Paese allo stremo e ora annun­ciano sce­nari da Argen­tina 2001 a par­tire dal giorno dopo la vit­to­ria dell’uomo che minac­cia di ribal­tare il dogma tede­sco dell’austerità. «Il pro­blema per Tsi­pras sarà gestire la tran­si­zione», dice un ana­li­sta alla tv. Una fase di tur­bo­lenza è con­si­de­rata quasi ine­vi­ta­bile, «ma noi siamo pronti a tutto», rispon­dono da Syriza. Dal 2008 per il par­tito della sini­stra radi­cale un tempo fra­tello minore, e acer­rimo rivale, dei comu­ni­sti del Kke, è stato un cre­scendo: gli ultimi son­daggi lo danno, in caso di pro­ba­bili ele­zioni anti­ci­pate, tra il 25 e il 28 per cento. La bat­ta­glia si com­batte nelle piazze e sui media. La galas­sia Syriza può con­tare sul quo­ti­diano Avgì e radio Kok­kino, non­ché sul set­ti­ma­nale d’area Epohi e su isti­tuti cul­tu­rali come il Pou­lan­tzas. Ma non basta. Biso­gna sfon­dare sui media main­stream ed è l’operazione più dif­fi­cile, anche se qual­che brec­cia si sta aprendo, se è vero che per­sino una Bib­bia del capi­ta­li­smo glo­ba­liz­zato come il Finan­cial Times è stata costretta ad ammet­tere, sia pur a malin­cuore ma con one­stà, che gli unici ad avere le idee chiare su come si possa uscire dalla crisi in Europa sono due par­titi di fronte ai quali gli alfieri teu­to­nici dell’ordoliberismo sbuf­fano come i tori come quando vedono rosso: Syriza, appunto, e lo spa­gnolo Podemos.

Altra stam­pella fon­da­men­tale sono le alleanze inter­na­zio­nali. Metà della sfida di Tsi­pras si gioca in Europa, e per que­sto nei con­ve­gni di Syriza poli­tici e mili­tanti di Pode­mos e della tede­sca Linke sono di casa. «Ma c’è un pro­blema: nes­suna di que­ste forze è al potere», ricor­dano in molti., temendo che la sini­stra greca possa tro­varsi sola al governo, a soste­nere una sfida più grande di lei . Il para­dosso è che men­tre Syriza è pro­iet­tata all’esterno, con­sa­pe­vole che la bat­ta­glia la si vince o si perde tutti insieme, in Europa molti guar­dano a Syriza con spe­ranza, sì, ma come spet­ta­tori di una par­tita che si gioca altrove.

Angelo Mastrandea

21/12/2014 www.ilmanifesto.it

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