RIFORMA DELLA CONTRATTAZIONE = FINE DEL CONTRATTO NAZIONALE

La trattativa sulla cosiddetta”riforma della contrattazione” tra Cgil, Cisl e Uil e Confindustria, è stata interrotta apparentemente in modo unilaterale dal Presidente Squinzi che ha affermato che sarebbe inutile continuare, viste le posizioni del sindacato. Possiamo soltanto immaginare quanto “avanzate e rivoluzionarie” possano essere le posizioni di Cgil, Cisl e Uil: quindi Confindustria persegue evidentemente altri obiettivi. Squinzi aveva condizionato il rinnovo dei contratti nazionali in scadenza all’accordo con CGIL CISL UIL sulla riforma del modello contrattuale. Ma aveva anche previsto che il contratto nazionale dovrebbe trasformarsi in una cornice con poche regole generali e con gli aumenti contrattuali per tutte le aziende che non praticano la contrattazione decentrata o di secondo livello,  pretendendo anche di non applicare più il principio dell’inflazione programmata perché “troppo favorevole per i lavoratori”. Tutto ciò che è relativo invece a orari, flessibilità, turnazioni, organizzazione del lavoro ecc., andrebbe affrontato a livello aziendale come pure gli aumenti salariali che dovranno essere legati alla produttività aziendale. Una produttività che non dipende principalmente dai ritmi e dagli orari di lavoro ma dall’andamento del mercato, dalle innovazioni tecnologiche, ecc. Nella contrattazione decentrata poi dovrebbero essere inseriti anche elementi di welfare aziendale relativi alla salute/sanità (privata naturalmente) e alla previdenza complementare, in linea con la distruzione dei diritti e dei servizi sociali pubblici che Renzi sta attuando. Si dovrebbe poi cominciare a discutere della partecipazione dei lavoratori alla gestione aziendale, sull’esempio tedesco, che a prescindere dal modello economico e politico che sottende, anche dal punto di vista esclusivamente economico, in tempi di crisi economica ormai permanente,  non dà proprio l’idea di un futuro sereno. La rottura con CGIL CISL UIL si è verificata soprattutto rispetto ai tempi e alle modalità di entrata in vigore delle  nuove norme: se già con i prossimi rinnovi contrattuali come vuole Squinzi con la CISL consenziente, o nei prossimi come chiede la CGIL. Quindi Squinzi afferma che di rinnovo dei Contratti nazionali ora non se ne parla e in ciò si inserisce la decisione del Governo Renzi che, pienamente convinto della necessità di svuotare rapidamente il Contratto nazionale, oltre a continuare a tener bloccati il Contratto dei dipendenti pubblici,  annuncia una legge per l’introduzione del “salario minimo”, tra l’altro già previsto dai decreti attuativi del Jobs Act. Più che di “salario minimo” sembrerebbe trattarsi di un “salario al minimo”, se è vero che si vocifera una cifra di 6 euro l’ora o poco più che corrisponde a circa la metà della media prevista nei contratti nazionali esistenti. L’adozione di un “salario minimo” di quell’entità per legge, quindi sottratto alla contrattazione, fa subito venire in mente che le aziende faranno a gara, come fece la Fiat di Marchionne, per uscire da Confindustria e conseguentemente dal Contratto nazionale di riferimento per poter poi applicare una normativa e salari contrattati a livello aziendale. Certo al personale già assunto, salvo licenziamenti e successive riassunzioni, cosa questa non da escludere, non si potrebbe ridurre lo stipendio, ma ai nuovi assunti si applicherebbe da subito il contratto aziendale e i nuovi aumenti sarebbero per tutti legati esclusivamente alla produttività, con enormi tagli al costo del lavoro e risparmi notevolissimi per le aziende. Ma allora, come associazione dei datori di lavoro, se potrebbe uscire ridimensionata nel proprio ruolo e nel potere di contrattazione generale con il sindacato e con le istituzioni, perché mai Confindustria decide di rompere la trattativa con Cgil, Cisl e Uil e affidarsi all’intervento del Governo? Potrebbe essere soltanto un bluff per tentare di alzare la posta nella trattativa con il sindacato e ottenere maggiori margini di guadagno. Potrebbe aver concordato con il Governo una soluzione legislativa che riduce i salari, svuota il contratto nazionale, ma lascia a Confindustria una sorta di monopolio di rappresentanza nell’ambito delle aziende. O, infine, potrebbe essere il risultato di un pre-accordo con lo stesso sindacato per inscenare una farsa che, come al solito, vedrebbe la Cisl sull’uscio e in procinto di entrare, la Uil a metà strada e la Cgil un po’ più lontana, ma tutti in movimento verso la stanza dei bottoni e del banchetto ufficiale che consacrerebbe un accordo al massacro, ma magari dopo qualche volto indignato alla TV o magari qualche scioperetto da operetta per dimostrare di aver fatto il massimo e di aver ottenuto il possibile. Quale che sia il perché, il risultato non cambierebbe: addio Contratto nazionale, strumento solidaristico e di acquisizione generale di migliori condizioni di lavoro e di un progressivo incremento del salario per tutti. Addio addirittura anche a quel parzialissimo recupero dell’inflazione al quale eravamo abituati e aumenti salariali legati esclusivamente alla produttività e ad un merito che, sempre a discrezione dell’azienda, suona come premio a chi non crea problemi, a chi non sciopera, a chi non si ammala, a chi non fa figli. E in questo progetto i bassi salari saranno parzialmente compensati da un modello di relazioni sociali che prevederà un welfare aziendale che accompagnerà il lavoratore nel suo percorso di vita e pian piano sostituirà al ribasso l’intervento dello stato sociale che verrà progressivamente privatizzato in ogni suo aspetto: dalla scuola alla sanità, dall’abitare alla maternità, ecc. Della serie: o paghi o crepi! Da sottolineare anche un altro aspetto non marginale in questa partita generale sulla “riforma della contrattazione”. Questo è un obiettivo non soltanto di Confindustria e di Renzi, ma è ciò che è stato chiesto alla Grecia nel famoso memorandum che si dovrà rispettare per ottenere prestiti da strozzini, ed è la stessa richiesta fatta da Draghi e Trichet all’Italia nel 2011. Le cambiali si pagano e nessuno può far finta di nulla: che questo passi sulla testa di milioni di persone, di donne e di uomini che non arrivano a fine mese, che perdono una casa e qualsiasi certezza, che vengono licenziati o che non riescono a godersi un giorno di pensione, per loro è poca cosa. E se serve ridurre gli spazi democratici, sfregiare la democrazia, uccidere il diritto allo studio, il diritto alla salute, il diritto ad una pensione, il diritto di sciopero ….. non è importante! Tenteranno di passare su tutto come un carro armato. L’importante è assicurare profitti e margini di guadagno anche in un periodo di lunga crisi come l’attuale, costi quel che costi. Si può e si deve fare qualche cosa. Si può e si deve reagire! Costruire conflitto, costruire opposizione e dissenso è assolutamente necessario ma non basta più.  Costruire un’alternativa sociale e sindacale è ormai una necessità impellente e chi ha più coscienza di ciò ha il dovere di impegnarsi in questo progetto. Questo è ciò che stiamo facendo come Unione Sindacale di Base e i riscontri positivi arrivano ogni giorno dalle lavoratrici e dai lavoratori, dai pensionati e dai disoccupati, dai giovani e dai migranti che ogni giorno riempiono le nostre sedi e con i quali percorriamo urlando le piazze e le strade di questo paese. Abbiamo buone gambe e tanta voce: non sarà facile far finta che non ci siamo! 9/10/2015 www.usb.it

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