Roma all’ultimo stadio

A Pietralata, periferia della capitale, i cittadini bloccano il cantiere dello stadio della Roma. Una grande opera che minaccia il bene comune, emblema dell’attacco alla città pubblica

Abitare a Roma ai tempi del Giubileo e di Roberto Gualtieri potrebbe essere considerato uno sport agonistico in cui pazienza, resilienza e pronti riflessi sono sicuramente tra le caratteristiche necessarie alla sopravvivenza. Chi è più scaltro sarà certo capace di cogliere opportunità speculative al balzo, se ne ha il privilegio. Altrimenti si viene cancellati o marginalizzati. 

L’abitante di Roma del 2025, uscendo di casa, non sa a cosa andrà incontro ma sa che l’emozione che caratterizzerà la sua giornata sarà l’impotenza davanti a uno spazio che percepirà sempre meno come proprio e di cui si sentirà sempre più ospite sgradito. Troverò ancora il marciapiede davanti al mio portone domattina? O verrò transennato vivo da qualche ditta privata, di ignota provenienza, per dei lavori i cui intenti sono ancora più ignoti e la cui decisione proviene da luoghi indecifrabili? E domani sera, la mia chiave aprirà ancora la serratura di casa o qualcuno mi informerà con un reel di instagram di uno sfratto per far spazio a qualche B&B per turisti? 

La città del Giubileo

Sulla spinta sicuramente del Giubileo, ma non solo, l’attuale Amministrazione capitolina è da mesi impegnata nell’attivazione di cantieri, spesso mal segnalati e mal comunicati, a spasso per la città. Se classicamente questo genere di problemi coinvolge i quadranti «privilegiati» (leggi mercificabili) di Roma, i processi di gentrificazione della città hanno esteso a macchia d’olio le dinamiche di espropriazione degli spazi pubblici e di negazione dell’autodeterminazione dei quartieri. Oltre che di riassegnazione di servizi e spazi, inizialmente rispondenti ai bisogni della cittadinanza, a vantaggio di un «attraversatore» della città che è nei fatti un «turista» del territorio.

Una delle caratteristiche delle iniziative urbanistiche targate Gualtieri sembra il malcelato disprezzo verso le processualità della Pubblica amministrazione. Mentre promuove il rinnovamento del tessuto urbano in termini così incisivi, legittima le proprie azioni con l’urgenza «del fare» e dello «sbloccare» la città, dopo anni di immobilismo. Ma è un racconto in cui la città è principalmente al servizio di soggetti esterni, siano essi grandi imprese o investitori, non del cittadino di Roma, sempre meno protagonista del suo territorio e sempre più spettatore, quando non vittima, di tali stravolgimenti. Diversi di questi interventi avvengono infatti in deroga alla normativa dei contratti di appalto, la quale prevede la possibilità di accelerare gli iter di assegnazione nell’eventualità di necessità straordinarie.
Straordinarietà degli interventi che, nel caso degli aggressivi abbattimenti del verde pubblico che stanno avvenendo fuori stagione e in modalità ben poco «sicure», vengono strumentalmente giustificati con esigenze urgenti a tutela della pubblica sicurezza. Sta di fatto che a essere abbattuti non sono gli infiniti pini marittimi morti memoria del ventennio, ma piante sane che, se pure mal curate, ancora si ostinano a difendere un minimo la frescura della città, oltre che tutelarci dal dissesto idrogeologico. Lo sanno bene gli abitanti di Monteverde, Viale Quattro Venti e dell’Eur. I quali, anche loro, si sono svegliati la mattina con le ruspe sotto casa impegnate in generosi abbattimenti, noncuranti, tra l’altro, della stagione di nidificazioni di diverse specie di uccelli ospitate nei tigli di viale America all’Eur. E nonostante siano scesi in strada i cittadini per tentare di fermare fisicamente gli interventi, le «drastiche potature» e gli abbattimenti per «motivi di sicurezza» vanno avanti. 

Il progetto stadio a Pietralata

Una storia simile sta coinvolgendo il quadrante di Pietralata, zona che trova la sua etimologia in «Prata Lata», cioè largo prato, area fino a tempi non troppo remoti ospitante campi e pascoli. Ma, d’altronde, lo sviluppo urbanistico della capitale è relativamente recente. Ancora oggi, addentrandosi nel quartiere, si possono vedere i rimasugli di quel tempo incastonati tra le palazzine frutto dei processi di sviluppo urbanistico randagio caratteristico di un certo periodo di Roma. 

Contrariamente a quanto spesso si sente nelle chiacchiere da bar, lo sviluppo urbanistico del Municipio IV aveva già una sua progettualità ben prima dell’individuazione del nostro quadrante come papabile luogo per lo stadio della Roma. L’area designata alla realizzazione dell’impianto sportivo è infatti già coinvolta da una serie di interventi di cui diversi già finanziati. Questo in quanto designata per la realizzazione di altre opere di pubblico interesse, nonché confinante con l’area interessata dallo «Sdo – Sistema Direzionale Orientale», progetto molto ambizioso risalente agli anni Cinquanta che vedeva tra i suoi sostenitori Antonio Cederna, oggi in parte incompiuto e in parte superato. 

È certo che l’area di «Monti Tiburtini» risulta a oggi strategica perché servita dalla metro, prossima alla stazione Tiburtina, e vicina alle uscite del tratto urbano della A24 e della Tangenziale est di Roma. Si tratta infatti di un’area che, con l’allargamento del baricentro economico di Roma a est, sta vivendo un graduale sviluppo ma sta scoprendo anche i suoi costi. Basta infatti una celere indagine sul portale Ispra per scoprire come la media delle PM10 registrata dalla stazione di Tiburtina, proprio in prossimità del sito individuato per la realizzazione dello stadio, cioè il sito attualmente abitato dal Bosco di Pietralata, risulti dai 10 ai 20 microgrammi superiore alle rilevazioni del resto della capitale, traducendosi in una delle peggiori qualità dell’aria di Roma. E questo già oggi, ossia senza che il «cuscinetto verde» che separa il quartiere di Pietralata dall’autostrada A24 e dalla via Tiburtina sia stato ancora abbattuto. Qualsiasi opera che non preveda un aumento della superficie boschiva potrà solo ed esclusivamente andare a detrimento della salubrità del quartiere. 

Quanto meno per una contrattazione pubblico-privato trasparente ed equilibrata il Comune dovrebbe chiedere più soldi possibili all’investitore privato sotto forma di oneri, per evitare che i costi indotti dalla grande opera non ricadano direttamente sulle spalle degli abitanti, oltre che dell’erario capitolino. Come possiamo invece leggere nel Controdossier del Coordinamento «Si al Parco, Si all’Ospedale – No allo Stadio», l’attuale progetto prevede come unici oneri verso il soggetto proponente (l’As Roma) la realizzazione di due ponti ciclopedonali e un ponte pedonale di cui, a oggi, mancano studio di fattibilità ed effettivi costi. Per quanto riguarda la pubblica mobilità, non si trova nessun riferimento a eventuali oneri relativi al potenziamento della metropolitana linea B, la quale già opera in sovraccarico, come documentato dal «monitoraggio della frequenza della Metro B, 2024» di Acos, e come vissuto da buona parte di Roma est tutti i giorni. Infrastruttura che sappiamo si sta preparando a ospitare nuovi convogli (non pagati dall’As Roma), senza però esser sicuri se sarà sufficientemente alimentata da garantire un miglioramento della frequenza.

In questo progetto dello stadio manca quindi un contestuale ragionamento sul potenziamento del trasporto pubblico. Tra gli interventi citati, figurano tutta una serie di adeguamenti stradali nell’area compresa tra lo stadio, l’ospedale e le stazioni metro di Monti tiburtini e Quintiliani, ma sono interventi in buona parte già capitalizzati e già in corso, in quanto contestuali a una serie di altre opere che il quartiere si sta preparando a ospitare, con o senza lo stadio. Si tratta del grattacielo della nuova sede nazionale dell’Istat, di un nuovo studentato universitario, oltre che di un polo dell’università della Sapienza. Tutte opere che, necessariamente, portano con sé sia opportunità economiche per il quartiere sia un costo in termini di vivibilità, stress delle infrastrutture, emissioni, rumore oltre che – non ultimo per rilevanza – di consumo di suolo.
In un momento storico in cui la consapevolezza del ruolo del verde pubblico nella mitigazione delle temperature degli spazi urbani sta dando vita in altre città occidentali a progetti di riforestazione, così come a soluzioni architettoniche che integrano l’introduzione di sistemi di piante volte a stemperare il clima circostante, il patrimonio verde di Roma andrebbe considerato un privilegio da conservare. Finora però sono stati inefficaci i tentativi dei cittadini di interlocuzione con l’amministrazione comunale, la quale, anzi, ha provveduto ad accelerare i tempi del progetto indicendo una Conferenza dei servizi appositamente per cambiare la destinazione d’uso dell’area in questione. Inizialmente negando l’esistenza stessa del bosco in considerazione (poi ammessa vista la documentazione presente nelle carte regionali) e poi continuando a ignorare il parere tecnico disposto da agronomi qualificati sul valore del ricco patrimonio boschivo dell’area.
Questa settimana sbarcheranno a Roma i finanziatori statunitensi interessati all’opera in questione. Così il 12 maggio gli abitanti del quartiere sono stati svegliati dalle ruspe sotto casa. E di fronte all’ennesima mancata manifestazione di interesse a costruire canali di dialogo e contrattazione volti a uno sviluppo della Capitale che contempli anche i suoi abitanti, i cittadini di Pietralata hanno deciso di presidiare il proprio verde pubblico, per portare avanti un’idea di città vivibile in cui gli abitanti siano parte attiva delle decisioni pubbliche.

Andrea Ciuffarella, è studente di Ingegneria Meccanica presso la Facoltà di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Roma La Sapienza.

14/5/2025 https://jacobinitalia.it

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