Rubano alla sanità per finanziare gli armamenti

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di Daniele Zangrossi

Rispettivamente nell’articolo 11 e nell’articolo 32 della Costituzione Italiana si afferma che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali… e che” La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività…”

Sono due tra i principi più avanzati della nostra Costituzione, il primo mette la guerra fuori dai principi costituzionali e il secondo rappresenta il fondamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) (istituito con la legge n. 833 del 1978 per garantire cure universali indipendentemente dal reddito)

Ciononostante mentre negli ultimi anni, il sistema sanitario pubblico vive una pesante crisi dovuta al taglio degli investimenti con liste di attesa sempre più lunghe e si registra una forte espansione dell’offerta sanitaria privata mentre il dibattito politico europeo e italiano è sempre più concentrato sulla prospettiva di una guerra imminente e di conseguenza sull’aumento delle spese militari.

Sebbene sanità e difesa appartengano a capitoli di bilancio dello stato differenti, entrambe competono per le risorse pubbliche disponibili determinando quindi una gerarchia di priorità nella scelta degli investimenti che vede la corsa agli armamenti assumere progressivamente un peso proporzionalmente maggiore di quello della spesa per la Sanità.

Finanziare l’acquisto di armi e investire nella loro produzione è una scelta politica precisa che mette in secondo piano la salute dei cittadini in particolare per quanto riguarda tutti quelli che non hanno la possibilità di rivolgersi alla sanità privata o che per poterlo fare vedono decurtato in modo significativo il loro salario attraverso le assicurazioni o i fondi sanitari contrattuali.

Da diversi anni assistiamo ad un progressivo indebolimento del Servizio Sanitario Nazionale.

Secondo i dati OCSE e della Ragioneria Generale dello Stato, la spesa sanitaria pubblica italiana si mantiene intorno al 6-7% del PIL, una quota inferiore a quella di numerosi Paesi dell’Europa occidentale.

Nel frattempo cresce la spesa sostenuta direttamente dai cittadini. Oggi la spesa sanitaria privata supera i 40 miliardi di euro all’anno, di cui una parte consistente è costituita da pagamenti “out of pocket”, cioè effettuati direttamente dalle famiglie senza alcun rimborso assicurativo.

Questo fenomeno produce almeno tre conseguenze:
. aumenta le disuguaglianze nell’accesso alle cure;
. favorisce chi può permettersi visite ed esami a pagamento;
. trasforma progressivamente il diritto alla salute in un servizio sempre più dipendente dalla capacità economica individuale.

Il risultato è un sistema formalmente universale ma sempre più caratterizzato da una doppia velocità: chi dispone delle risorse economiche accede rapidamente alle prestazioni private; chi dipende esclusivamente dal SSN è spesso costretto ad attendere mesi oppure a rinunciare a curarsi.

Il problema delle liste di attesa è l’esempio più lampante, mentre in teoria il Piano Nazionale di Governo delle Liste di Attesa (PNGLA) stabilisce tempi massimi differenziati in base all’urgenza clinica della prescrizione, nella pratica questi tempi sono frequentemente superati.

Molto spesso gli appuntamenti sono disponibili solo dopo diversi mesi se non oltre un anno, inducendo il paziente, che se lo può permettere, a scegliere la prestazione privata per ottenere una diagnosi in tempi compatibili con il proprio stato di salute, e abbandonando a sé stessi i pazienti che non hanno i soldi per farlo (In Italia, circa il 10% della popolazione (quasi 6 milioni di persone) rinuncia a visite mediche o esami diagnostici.)

E’ evidente che l’allungamento delle liste di attesa favorisce inevitabilmente il ricorso al settore privato.

L’espansione della sanità privata in Italia ha raggiunto i 13,4 miliardi di euro di ricavi annui per i maggiori operatori del settore, sostenuta dalle difficoltà del servizio pubblico e dall’aumento della domanda di cure. con una crescita media del settore del 5,5% e un ulteriore incremento previsto del 3,7%
Gli italiani spendono oltre 41 miliardi di euro di tasca propria per curarsi nel privato a causa delle lunghe liste d’attesa nel pubblico.
Inoltre gli iscritti a fondi sanitari integrativi e casse mutue sono passati da 5,8 milioni nel 2013 a 16,3 milioni, movimentando miliardi di euro anche grazie al welfare aziendale.

Sempre più cittadini, pur pagando regolarmente le imposte che finanziano il SSN, sono costretti a sostenere ulteriori spese per ottenere visite specialistiche o esami diagnostici in tempi ragionevoli oppure quando vengono meno le disponibilità economiche a rinunciare a curarsi del tutto.

Il rischio è che il sistema sanitario perda progressivamente il proprio carattere universalistico, mantenendo formalmente il diritto alla salute ma rendendolo concretamente diverso in funzione della ricchezza, in sostanza se sei ricco ti puoi permettere di pensare alla tua salute se invece non lo sei devi sperare nel buon Dio.

Inoltre, come se non bastasse, il governo quasi di nascosto ha deciso l’aumento dei ticket sanitari, un provvedimento che farà ricadere sulle famiglie il costo della mancia elettorale che vede l’abolizione una tantum per un anno del bollo auto.

A fronte di questa situazione che va a discapito della qualità della vita della vita dei cittadini in particolare di quelli più deboli l’Italia ha progressivamente incrementato le risorse destinate alla difesa, anche in relazione agli obiettivi di spesa concordati in ambito NATO che prevedono il raggiungimento di una spesa complessiva pari al 5% del PIL entro il 2035.

Anche se non è automatico che ogni euro destinato alla difesa venga sottratto alla sanità, rimane il fatto che essendo il bilancio dello Stato è limitato perciò ogni aumento significativo di una voce di spesa richiede inevitabilmente decisioni politiche sulle altre priorità.

La frenetica corsa agli armamenti, le farneticanti dichiarazioni di molti leader europei che prevedono una guerra entro 2030 e si preparano a combatterla oltre a richiamare alla memoria gli anni che hanno preceduto l’immensa carneficina della prima guerra mondiale ci devono far chieder cosa significa veramente la sicurezza dei cittadini.

Una popolazione che non riesce ad accedere tempestivamente a visite oncologiche, esami cardiologici o prestazioni diagnostiche fondamentali vede compromessa una diversa e ben più importante forma di sicurezza: quella sanitaria.

La qualità di un sistema democratico non si misura dalla quantità di armi che si riescono ad accumulare ma dalla capacità di garantire diritti fondamentali.

Le scelte politiche che questo governo in totale continuità con quelli precedenti vanno verso un aumento smisurato della spesa per gli armamenti e incentivano le industrie che producono armi e sistemi di armamento con tutto l’indotto che ruota intorno a questa produzione.

Negli ultimi anni le azioni europee della difesa hanno avuto una rivalutazione eccezionale: secondo un’analisi IG, un paniere di grandi società europee della difesa ha guadagnato circa +813% in cinque anni.

Il principale motore è l’aumento strutturale della spesa militare europea e NATO, insieme alla ricostituzione delle scorte di munizioni e sistemi missilistici.

Tra i titoli più osservati ci sono Rheinmetall, Leonardo, BAE Systems, Saab, Thales e Renk.
Morningstar nel luglio 2026 indicava in particolare Rheinmetall, BAE Systems e Leonardo tra i nomi preferiti dagli analisti.

Leonardo S.p.A. è uno dei leader mondiali nel settore della difesa e degli armamenti.
Opera in diversi settori militari: elicotteri militari, aerei da combattimento e addestramento, elettronica militare, Droni e sistemi senza pilota, Cybersecurity e sistemi di comando e controllo e partecipa anche alla produzione di missili tramite la joint venture MBDA.
Secondo la classifica SIPRI delle aziende produttrici di armamenti la Leonardo è tra le prime 10 aziende al mondo per ricavi derivanti dalla difesa ed è tra le prime 2 nell’Unione Europea insieme alla francese Thales.

Va sottolineato che la Leonardo uno dei leader mondiali nel settore della difesa e degli armamenti è la principale azienda italiana della difesa, ed è controllata in parte dallo Stato italiano (circa il 30% delle azioni è detenuto dal Ministero dell’Economia) questo fa capire come lo stato italiano e i suoi governi siano legato a doppio filo con l’industria degli armamenti con evidenti commistioni di interessi reciproci.

Sicuramente investire nella Sanità Pubblica non ha lo stesso valore monetario, non rende qualcuno più ricco o più potente ma un sistema sanitario nazionale pubblico efficiente riduce le disuguaglianze, tutela i più fragili e rafforza la coesione sociale, è una scelta di civiltà rende la società più giusta e più solidale esattamente il contrario di quello che le armi e la guerra rappresentano morte e distruzione.

Nel nostro paese il rapporto deficit-Pil nel 2025 si attesta al 3,1% lasciandoci sotto la procedura di infrazione della Comunità Europea, di conseguenza l’eventuale spesa addizionale concessa in deroga dalla Ue per la difesa andrà ora computata nel deficit.

Perciò, ora più che mai, il punto non è soltanto quanto si spende, ma per che cosa si sceglie di spendere. Ogni euro destinato alle armi e alla preparazione della guerra è un euro che, direttamente o indirettamente, entra nel confronto con altre possibili priorità: la sanità pubblica, la prevenzione, il personale sanitario, le liste d’attesa, l’assistenza alle persone fragili, la scuola, il lavoro e i servizi essenziali.

Non un euro in meno alla sanità per comprare armi. E, più in generale, non un euro destinato alla guerra.
Questo dovrebbe diventare uno dei criteri fondamentali attraverso cui valutare le proposte politiche di qualsiasi partito, soprattutto in vista delle prossime elezioni. Non come uno slogan, ma come una precisa scelta di priorità: stabilire quali bisogni debbano venire prima nell’impiego delle risorse pubbliche.

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