Sanità pubblica colpita dalla privatizzazione consociativa
Versione interattiva Lavoro e Salute Settembre 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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C’è una strana, a dir poco, mobilitazione di parole in difesa del Servizio Sanitario Nazionale da parte di Partiti politici, associazioni e di singoli personaggi. Sarebbe il caso di dire “finalmente e benvenuti” se non fosse che le loro esternazioni mediatiche, come le loro analisi e proposte, non tengono conto delle cause del disastro attuale e il tutto si riduce a maggiori finanziamenti e proposte che sorvolano sugli aspetti determinanti della debilitazione che dura, senza soluzione di continuità, da almeno trent’anni.
Eh si, sono tanti gli anni durante i quali i ministri della salute del centrosinistra e del centrodestra hanno tutte e tutti con grande impegno svitato i cardini dell’impianto della Riforma sanitaria 833 del 1978. E risultano ipocrite le accusa al solo Governo attuale che sta solamente ottimizzando, e ultimando, il percorso privatizzazione costruito dai governi precedenti.
Un discorso a parte va fatto su chi, tanti singoli e parti associative, che credono di rimettere in moto la macchina sanitaria pubblica con qualche aggiustamento mirato a singoli aspetti ma non affrontano, con proposte mirate ed efficaci, i determinanti del crollo della salute delle italiane e degli italiani già alle prese con la sofferenza di vivere nella conclamata povertà, come delle nuove fasce di povertà a causa delle trentennali, almeno, politiche scelte governative in economia, che saranno ulteriormente aggravate con l’economia di guerra di quasi tutto l’arco parlamentare, insieme come nella distruzione del SSN.
Sulla proposta di legge di legge (LIP) della Cgil.
Una proposta lodevole nelle intenzioni iniziali ma complessivamente monca di proposte sui cardini principali: la sanità integrativa nei contratti di lavoro (ultimo caso, in ordine di tempo, a luglio scorso nella scuola) che rappresenta un vero e proprio sabotaggio; l’attività privata dei medici nelle strutture pubbliche che, tra l’altro, ha smentito l’ipocrisia dei tanti fautori che l’hanno promossa come soluzione delle liste d’attesa.
Inoltre manca nella proposta Cgil anche la fine dell’aziendalizzazione
che è stato il motore della privatizzazione, a partire dalle esternalizzazioni di settori e servizi. Lo dicemmo subito noi di Lavoro e Salute, con pochi altri, ma ci trovammo davanti al muro mediatico e politico dei grossi Partiti, ma anche degli stessi sindacati confederali che si sono distinti tra approvazione, dichiarazioni di critica formale e silenzi.
Sulla LIP abbiamo pubblicato, come contributo al confronto, articoli e interviste di chi onestamente è convinto che, comunque, nonostante il rifiuto della Cgil delle critiche e le conseguenti proposte di modifiche sui punti cruciali va sostenuta perchè “meglio che niente”. Rispettabile opinione, ma come redazione di Lavoro e Salute non conveniamo, il perchè lo abbiamo chiarito prima sui “cardini assenti”. Le critiche e le proposte di Medicina Democratica e del Forum per il Diritto alla Salute andavano accolte!. E affermiamo senza girarci attorno: temiamo, a prescindere da eventuali stupide accuse di settarismo, che rischia di tagliare le gambe a chi lotta da più di trent’anni, per la ricostruzione di effettiva, e non formale, della sanità pubblica.
Comunque, speriamo che i promotori si siano resi conto che la proposta rischia di essere buttata in un cassetto di questo e del prossimo governo, forse di centrosinistra (Campo largo), dato che il PD che lo traina ha la prima responsabilità del disastro e continua a non fare autocritica e anzi nelle Regioni da loro governate la privatizzazione è di fatto praticata, anche senza gli editti delle Regioni di centrodestra. E’ ovvio che il PD farà della Lip uno strumento di propaganda durante la campagna elettorale? Non è paradossale, è il teatro mistificante della politica di immagine.
Cosa hanno dimenticato?
In tante analisi e proposte dei “guaritori” dell’ultim’ora è assente o viene marginalizzata una ovvietà elementare: la prevenzione costa molto meno che la cura e la salute della popolazione ne beneficerebbe, ma alla prevenzione è riservata solo una piccola parte della spesa sanitaria pubblica, mentre l’80 per cento è assorbito dalle malattie croniche, che in larga parte si possono prevenire.
La spesa sanitaria pubblica nel 2024 ha raggiunto 137,9 miliardi di euro, pari al 6,3 per cento del Pil, un valore nettamente inferiore sia alla media Ocse (7,1 per cento) sia a quella europea (6,9 per cento), e identico al livello pre pandemia del 2019: in termini reali, non si è mosso nulla. La quota destinata a cura e riabilitazione rimane sempre preponderante.
Alla prevenzione, secondo gli ultimi dati Istat-SHA disponibili (2023), sono stati destinati 8,5 miliardi, appena il 4 per cento del totale, una voce che in quell’anno era addirittura crollata del 18,6 per cento.
Non è una novità: l’Italia destina alla prevenzione circa lo 0,4 per centodel Pil, contro una media europea dello 0,65 per cento. Nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si attesta a 3.835 dollari a parità di potere d’acquisto, contro una media Ocse di 4.625 e una media europea di 4.689: un gap di 854 dollari per abitante che, proiettato sull’intera popolazione, equivale a oltre 43 miliardi di euro l’anno. L’Italia è ultima tra i paesi del G7 e quattordicesima tra i 27 europei dell’area Ocse. Anche questo è uno dei risultati delle esternalizzazioni.
Con la esternalizzazione dei servizi e di una grossa parte degli organici, prima ammnistrativi e tecnici e poi sanitari, vengono create le condizioni per cui un servizio sanitario pubblico, qualunque esso sia, si dissolve e questo servizio viene “appaltato” a privati esterni. Per portare alla dissoluzione di un servizio sanitario è sufficiente che questo sia messo nelle condizioni di non lavorare decentemente attraverso una più o meno rapida destrutturazione. La stessa formazione e l’aggiornamento vengono affidati al privato.
Siamo alla certificazione definitiva dell’abbandono del governo reale della sanità, , da parte dello Stato, che avrà la firma legislativa con la prevista “Autonomia differenziata” alle Regioni che trasversalmente nei fatti i grossi Partiti sostengono per consentire ai loro “Governatori” più spregiudicati di banchettare con i nostri soldi, ricordiamo che l’ottanta per cento delle finanze locali sono nella voce “sanità”.
La spesa sanitaria privata è in costante aumento: nel 2020 è stata di 43 miliardi, nel 2025 ha sfiorato i 50 miliardi. In media ogni italiano ha speso oltre 1.000 euro per tentare di curarsi.
Una grossa quota è servita per fare accertamenti non necessari, dettati dall’ansia o dalle pressioni della sanità privata (per esempio test di intolleranza non validati, check-up inutili ecc.). Ma, anche eliminando questo “consumismo sanitario”, rimane il fatto che ogni italiano ha speso almeno 600 euro per cure necessarie che avrebbero dovuto essere fornite dal sistema sanitario nazionale (prestazioni diagnostiche, curative, riabilitative o preventive, tra le quali si segnalano soprattutto le cure odontoiatriche, la fisioterapia, le visite specialistiche). E’ stata un’ulteriore tassa di 500 euro (per una famiglia di 4 persone una tassa di 1.600 euro). Una tassa che ogni anno aumenta sempre più.
Molti hanno deciso di non pagare questa tassa e hanno rinunciato a prestazioni sanitarie utili (prescritte da medici) per ragioni economiche: il 7,9% degli italiani (circa 4 milioni) ha rinunciato ad almeno una prestazione prescritta (in maggioranza cure odontoiatriche). Ovviamente a rinunciare sono soprattutto i poveri e meno abbienti e i cittadini del Sud Italia (più poveri e con un servizio sanitario meno finanziato dallo Stato rispetto a quello del Nord).
In Puglia e Calabria la percentuale di chi è costretto a ridurre le spese sanitarie oscilla tra il 45% e il 55%, a fronte di un ben più contenuto 8% registrato in alcune zone del Nord. Anche la spesa per i farmaci originali ricalca questo divario: la spesa pro capite passa dai 15 euro del Nord ai 27 euro del Sud.
In Lombardia sono già attivi Pronto soccorso privati a pagamento, gli accessi in Pronto soccorso sono aumentati di oltre 2 milioni in due anni, tra 2023 e 2025, e di 750mila pazienti nel solo 2024-2025, creando una situazione di emergenza in molte strutture sanitarie.
E che dire di altre enormi spese che tutti i cittadini sono obbligati a sborsare? Il dentista. L’odontoiatria italiana è pressoché interamente privata. Lo sanno tutti, ma pochi lo dicono con il dovuto sdegno. Il cavo orale è stato “espulso” dal corpo per ragioni di bilancio: i denti paiono appartenere non al diritto alla salute, ma al conto corrente.
Sono 150 milioni le prestazioni sanitarie pagate di tasca propria dagli italiani. Di fatto 7 cittadini su 10 hanno acquistato farmaci (per una spesa complessiva di 17 miliardi di euro), 6 cittadini su 10 visite specialistiche (per 7,5 miliardi), 4 su 10 prestazioni odontoiatriche (per 8 miliardi), 5 su 10 prestazioni diagnostiche e analisi di laboratorio (per 3,8 miliardi) e 1 su 10 protesi e presidi (per quasi 1 miliardo), con un esborso medio di 655 euro per cittadino.
Intanto
Centinaia di infermieri ogni anno lasciano l’Italia, con una perdita pubblica di oltre 200 milioni di Euro. Lo Stato si fa carico del futuro dei militari, ma abbandona a oneri pesantissimi tutte le professioni che lavorano nel pubblico, a partire dai professionisti della sanità pubblica. E la risposta/proposta dei sindacati confederali, da sottoporre alle assemblee, si riduce a un contratto della sanità a dir poco inadeguato: nessun aumento degli organici, nessun forte aumento salariale (miseri quei 240 euro lordi), nessuna prospettiva di riduzione dell’orario di lavoro, nessun miglioramento normativo concreto.
Domanda d’obbligo: è così che si intende fermare la fuga all’estero e nella sanità privata?
Redazione del mensile Lavoro e Salute
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Sanità pubblica quasi già tutta privata, una realtà rimossa
Il SSN è già ibrido: dal medico di famiglia alle RSA il privato è ovunque — serve governarlo con regole, dati e trasparenza prima che l’universalismo svanisca.
È presente ovunque: negli ambulatori, negli ospedali e nelle cliniche; nelle RSA, nei centri diagnostici e nei laboratori; dagli studi dentistici alle cooperative, dagli appalti ai software, fino alle mense, alle pulizie, alle manutenzioni, alle assicurazioni, ai fondi sanitari, alle prestazioni pagate di tasca propria e persino alla soglia d’ingresso del sistema: i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta. Il grande equivoco italiano è continuare a descrivere il Servizio sanitario nazionale come un monolite pubblico, puro, statale, autosufficiente. Non lo è più da tempo. Forse non lo è mai stato davvero. Il SSN è già un sistema ibrido. Lo ammettiamo sottovoce, perché riconoscerlo costringerebbe la politica a compiere l’atto più impegnativo: governarlo.
Il primo “privato” è quello più invisibile. Il medico di medicina generale non è un dipendente del SSN: è un professionista convenzionato. Lo stesso vale per il pediatra di libera scelta. Sono retribuiti con risorse pubbliche, svolgono una funzione pubblica e rappresentano la porta primaria di accesso, ma non sono incardinati a pieno titolo nella catena organizzativa delle aziende sanitarie. Non sorprenda, allora, se le Case della Comunità fanno fatica a decollare, se la presa in carico dei cronici spesso rimane un proposito, se il digitale procede a macchia di leopardo, se la continuità assistenziale somiglia più a un mosaico che a una rete. Abbiamo costruito il territorio su professionisti autonomi e poi pretendiamo che operi come una piattaforma integrata.
Il secondo “privato” è quello accreditato: cliniche, ospedali, centri diagnostici, ambulatori specialistici, riabilitazione, lungodegenza, salute mentale, attività chirurgiche. Il cittadino entra spesso in una struttura privata, ma paga il SSN. Oppure pensa di essere “nel pubblico” perché ha l’impegnativa, mentre la prestazione è erogata da un soggetto privato. Non è questo lo scandalo. In molte aree, senza l’accreditato il sistema collasserebbe domani mattina.
Lo scandalo è un altro: non sappiamo sempre con chiarezza che cosa acquistiamo, a quale prezzo, con quali esiti, con quale appropriatezza e con quale integrazione nei percorsi pubblici. Il privato accreditato può essere un alleato. Ma può anche trasformarsi in un “bancomat al contrario”: il pubblico paga, il privato decide, il cittadino attende.
Il terzo “privato” è quello delle RSA. Qui l’ipocrisia sfiora la crudeltà. L’anziano non autosufficiente è l’emblema del nostro welfare incompiuto: un po’ sanità, un po’ sociale, un po’ famiglia, un po’ retta, un po’ Regione, un po’ Comune, e moltissimo portafoglio.
Quando l’assistenza domiciliare non basta, quando il caregiver familiare cede, quando la demenza diventa ingestibile, quando l’ospedale dimette ma il territorio non prende in carico, paga la famiglia. Paga la RSA, la badante, l’infermiere, il fisioterapista, il trasporto, la visita, l’ausilio. È sanità privata mascherata da destino familiare.
mondosanita.it

Sanità privata. Pochi gruppi, molto potere
Il comparto è dominato da un ristretto oligopolio. In testa alla classifica dei ricavi 2024 c’è Papiniano, la holding della famiglia Rotelli che controlla il Gruppo San Donato e l’Ospedale San Raffaele di Milano, con 2 miliardi e 163 milioni di fatturato. Seguono Humanitas, riconducibile alla famiglia Rocca, con 1 miliardo e 260 milioni; il Gruppo Villa Maria con 968 milioni; la Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli, primo operatore non profit, con 946 milioni; e Kos, il gruppo delle residenze per anziani controllato dalla Cir della famiglia De Benedetti, con 799 milioni. Nella diagnostica primeggiano multinazionali come Synlab e Cerba Healthcare; nella riabilitazione, gli Istituti Clinici Scientifici Maugeri e il San Raffaele di Roma della famiglia Angelucci.
Non si tratta soltanto di dimensioni economiche. Questi gruppi esprimono un potere che travalica la sanità: intrecciano proprietà editoriali, relazioni politiche, presenza parlamentare. Il caso più emblematico è quello di Antonio Angelucci, proprietario del gruppo San Raffaele di Roma, editore dei quotidiani Libero, Il Tempo e Il Giornale, e al tempo stesso deputato della Lega, dunque membro della maggioranza che legifera sulle regole del settore in cui i suoi ricavi si formano. Un intreccio tra interesse imprenditoriale, potere mediatico e mandato legislativo che in qualunque democrazia matura solleverebbe interrogativi di fondo sulla qualità del processo decisionale.
La linfa pubblica dell’impresa privata
La retorica dominante presenta la sanità privata come un’alternativa efficiente al pubblico, capace di stare sul mercato con le proprie forze. I numeri raccontano un’altra storia. L’accreditamento, cioè il flusso di denaro pubblico che il Servizio sanitario nazionale trasferisce alle strutture private convenzionate per le prestazioni erogate, resta la linfa vitale del settore. Il rapporto Mediobanca individua proprio negli Istituti Maugeri e nel San Raffaele di Roma i due operatori con la massima incidenza di ricavi da accreditamento: secondo i dati riportati dalla stampa, nella riabilitazione si toccano punte vicine al 96 per cento per Maugeri e all’87 per cento per il gruppo Angelucci, mentre nell’assistenza ospedaliera l’accreditamento vale circa quattro quinti del fatturato di grandi gruppi come Villa Maria e Papiniano. Solo la diagnostica, che punta su assicurazioni e pagamenti diretti, mostra una dipendenza più contenuta dal denaro pubblico.
In altre parole: i profitti sono privati, ma il rischio d’impresa è socializzato. Lo Stato garantisce un flusso di ricavi stabile e prevedibile, i cittadini lo finanziano con la fiscalità generale, e i margini che ne derivano remunerano famiglie proprietarie e fondi di investimento. Un ulteriore dato del rapporto merita attenzione: la redditività degli operatori a scopo di lucro è sistematicamente superiore a quella dei non profit. Il che dimostra che, a parità di funzione svolta per conto del sistema pubblico, la differenza la fa la capacità di estrarre margine, e il margine, in un settore ad alta intensità di lavoro come la cura, si estrae principalmente in un modo: comprimendo il costo del personale.
Stralci redazionali
da mariosommella.com











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