Sanità pubblica, il disastro neoliberista e l’inganno del riarmo
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Esercizio di memoria
Il Servizio Sanitario Nazionale, nato come baluardo di uguaglianza, è oggi ridotto a un simulacro. Dietro il collasso attuale non ci sono solo i tagli della destra, ma una precisa strategia di smantellamento portata avanti per trent’anni dai governi tecnici e dal centrosinistra. Oggi, la pretesa del Partito Democratico di “salvare” la sanità si scontra con il sostegno incondizionato alle spese militari: una scelta che prosciuga le casse dello Stato e condanna definitivamente l’universalismo della legge 833.
L’Italia sta vivendo la fine di un’epoca. Quella che per decenni è stata definita “la sanità più bella del mondo” sta morendo sotto i colpi di una privatizzazione che non è più strisciante, ma dichiarata. I dati della Fondazione GIMBE parlano chiaro: nel triennio 2023-2025, il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) ha perso oltre 13 miliardi di euro in termini reali, mentre la spesa sanitaria sul PIL è crollata al 6%, ben al di sotto della soglia minima di sopravvivenza indicata dall’OMS. Ma per capire come siamo arrivati a questo punto, bisogna alzare il velo sulla narrazione politica corrente e guardare alla storia delle “controriforme” che hanno trasformato il diritto alla salute in una merce.
Il peccato originale: l’aziendalizzazione e lo smantellamento del ’78
Tutto inizia con il tradimento della Legge 833 del 1978. Nata sotto l’impulso di Tina Anselmi per dare attuazione all’articolo 32 della Costituzione, quella riforma aveva un obiettivo rivoluzionario: superare il sistema frammentato delle mutue per garantire cure gratuite e universali a ogni cittadino, indipendentemente dal reddito o dal lavoro.
La rottura di questo sogno universalistico avviene nei primi anni Novanta. È il 1992 quando il governo tecnico di Giuliano Amato, con Francesco De Lorenzo al Ministero, vara il D.Lgs. 502. È l’inizio della cosiddetta “aziendalizzazione”: le Unità Sanitarie Locali (USL) diventano Aziende (ASL), dotate di autonomia imprenditoriale e personalità giuridica di diritto privato. La salute cessa di essere un bene sociale fuori mercato per diventare una “prestazione” soggetta a criteri di efficienza economica e pareggio di bilancio. È in questa fase che si insinua il tarlo della competizione: il pubblico non è più l’unico erogatore, ma deve competere ad armi pari con le strutture private accreditate.
La stagione delle riforme del centrosinistra, Bindi, Turco e la regionalizzazione
Il processo di erosione prosegue con i governi di centrosinistra. Alla fine degli anni Novanta, la riforma Bindi (D.Lgs. 229/1999) consolida l’aziendalizzazione e introduce la regionalizzazione selvaggia. Invece di un unico sistema nazionale, l’Italia si spacca in 21 sistemi regionali differenti, complice anche la modifica al Titolo V della Costituzione voluto da D’Alema, creando cittadini di serie A e di serie B. La critica di esperti come Ivan Cavicchi è implacabile: queste riforme hanno subordinato il diritto alla salute alla compatibilità finanziaria, delegando al privato lo “scarto” tra i bisogni dei cittadini e le risorse messe a disposizione dallo Stato.
Un altro tassello fondamentale è la riforma Turco del 2007, che ha istituzionalizzato il cosiddetto “secondo pilastro” della sanità integrativa. Presentata come una necessità per rendere il sistema sostenibile, la sanità integrativa ha di fatto sottratto risorse alla fiscalità generale attraverso generose agevolazioni fiscali, spingendo i cittadini verso i fondi privati e le assicurazioni. È la prova tangibile che la sinistra ha smesso di investire nel pubblico per alimentare, direttamente o indirettamente, il mercato privato della salute.
L’intramoenia: la tassa sulla salute interna agli ospedali
In questo scenario si inserisce l’Attività Libero-Professionale Intramuraria (ALPI), comunemente nota come intramoenia. Introdotta formalmente dal governo Amato nel 1992 e mai seriamente contrastata dai successivi esecutivi PD, l’intramoenia rappresenta una delle più grandi storture del sistema, un simbolo della privatizzazione della salute che pompa le liste di attesa per indurre i cittadini a ricorrere al privato.
Oggi, il paziente che si scontra con liste d’attesa di dodici o diciotto mesi nel canale pubblico viene “gentilmente” invitato a pagare la stessa prestazione, nello stesso ospedale e con lo stesso medico, per ottenerla in pochi giorni. È una vera e propria tassa occulta che contribuisce a un dato drammatico: la spesa “out-of-pocket” delle famiglie italiane ha superato i 41 miliardi di euro nel 2024. Oltre 4,5 milioni di cittadini rinunciano ormai alle cure perché non possono permettersi il privato e non trovano risposte nel pubblico.
Il Project Financing ovvero ospedali come asset finanziari
Il disastro si estende anche all’edilizia sanitaria. Sotto i governi tecnici e le giunte regionali del PD (si pensi al caso Toscana), si è fatto un uso massiccio del Project Financing per costruire nuovi ospedali. Il meccanismo è perverso: il privato costruisce l’opera e ne gestisce i servizi non sanitari per trent’anni, mentre lo Stato paga canoni di disponibilità esorbitanti, spesso del 30-50% superiori ai costi di una gestione diretta.
Il caso dei quattro ospedali toscani (Prato, Pistoia, Lucca e Massa) è emblematico: l’80% del finanziamento è stato pubblico, ma la gestione dei profitti è rimasta saldamente in mano privata, configurando quella che la Corte dei Conti ha definito una “spiccata convenienza per il concessionario”. Addirittura, il Decreto Balduzzi del governo Monti (sostenuto con convinzione dal PD) ha permesso ai privati di ricevere come corrispettivo le vecchie strutture ospedaliere dismesse nei centri città, trasformandole in condomini di lusso o centri commerciali.
Dalle Case della Salute al PNRR le scatole vuote per le cooperative e i privati.
Oggi la nuova frontiera è la “medicina territoriale”. Le Case della Salute, oggi ribattezzate Case della Comunità nel PNRR di matrice Draghi-PD, sono presentate come la soluzione al sovraffollamento dei pronto soccorso. Tuttavia, la realtà è ben diversa. Nonostante i 2 miliardi di euro stanziati per la costruzione delle strutture, mancano i fondi per il personale.
Il risultato? Molte di queste strutture, costruite con soldi pubblici, vengono date in gestione a cooperative private di medici o a soggetti del privato accreditato. Si assiste al fenomeno dei “gettonisti”: medici esterni pagati a ore con tariffe triple rispetto ai dipendenti pubblici, forniti da agenzie private che lucrano sulla desertificazione degli ospedali statali. È l’ultimo stadio della privatizzazione: lo Stato costruisce le mura e il privato gestisce il servizio, incassando profitti e rimborsi pubblici senza alcuna responsabilità strutturale.
La grande contraddizione della sanità pubblica vs. spese militari
Qui arriviamo al punto di rottura finale, quello che smaschera l’ipocrisia della politica attuale. Da un lato, il Partito Democratico di Elly Schlein riempie le piazze parlando di “diritto alla salute” e denunciando i tagli del governo Meloni. Dall’altro, però, lo stesso partito vota sistematicamente a favore dell’aumento delle spese militari per raggiungere l’obiettivo NATO del 2% e il prossimo al 5% del PIL.
I numeri non mentono. Mentre la sanità agonizza per una carenza di fondi stimata in 50 miliardi rispetto alla media europea, la spesa militare italiana nel 2025 ha registrato un’impennata del 38,5%, balzando a oltre 45 miliardi di euro annui. Il Ministero della Difesa ha confermato programmi di armamento per oltre 130 miliardi di euro nei prossimi anni.
È un’equazione matematica semplice quanto brutale: ogni euro destinato a tank, missili e portaerei è un euro tolto agli ospedali, alle assunzioni di medici e infermieri e alla riduzione delle liste d’attesa. Le politiche di guerra non sono neutrali: esse determinano attivamente l’avanzamento della privatizzazione del sistema sanitario. Togliendo ossigeno finanziario al pubblico, lo si condanna deliberatamente all’inefficienza, spianando la strada all’espansione delle cliniche private e delle assicurazioni.
Verso un sistema duale
Il Partito Democratico e i governi tecnici hanno una responsabilità storica immensa. Hanno introdotto la logica del mercato nella salute, hanno creato il mostro dell’intramoenia, hanno svenduto gli ospedali alla finanza di progetto e oggi, pur gridando al lupo, scelgono di finanziare le armi invece dei medici.
Senza un’inversione di rotta radicale, che denunci la contraddizione tra l’economia di guerra e lo Stato sociale, il SSN è destinato a scomparire del tutto. Quello che resterà sarà un sistema duale: una sanità privata d’eccellenza per chi può pagare e un’assistenza caritatevole, povera e degradata per tutti gli altri. Il sogno della riforma del 1978 è stato sacrificato sull’altare dei bilanci aziendali e dei bilanci militari. È ora che i cittadini sappiano che chi oggi dice di voler salvare la sanità è spesso lo stesso che ieri ne ha preparato il funerale e oggi ne nega i fondi in nome dei cannoni.
Sintesi delle fonti utilizzate per la critica:
- Responsabilità PD/Tecnici: I tagli lineari di Monti (8 mld), Letta (8,5 mld) e Renzi (12 mld) hanno sventrato il sistema.
- Contraddizione Riarmo: La spesa militare balza al 2,01% del PIL nel 2025 (45,3 mld) a fronte di un SSN che perde 13,1 mld nel triennio 23-25.
- Privatizzazione territoriale: Le Case della Comunità PNRR rischiano di essere “cattedrali nel deserto” gestite da cooperative.
- Project Financing: Operazioni speculative in Toscana e Veneto con profitti privati certi e rischi pubblici.
di Marco Nesci
Collaboratore redazionale di Lavoro e Salute
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