Sanzioni e illusioni: l’Europa di fronte alla realtà della guerra
di Marco Pondrelli
Cosa sta succedendo sul fronte ucraino?
La prima impressione è che, per la prima volta dopo mesi di incertezza, Unione Europea e Stati Uniti abbiano marciato in modo relativamente coordinato. Mentre il Consiglio europeo approvava il diciannovesimo pacchetto di sanzioni, questa volta diretto al settore del gas russo e presentato come “risolutivo”, Washington colpiva due giganti energetici: Lukoil eRosneft, prendendo di mira così anche il petrolio di Mosca.
La stampa italiana ha accolto la notizia con toni trionfali, sottolineando che Cina e India – secondo la loro versione – avrebbero interrotto gli acquisti di greggio russo.
Come spesso accade, tuttavia, la realtà è più complessa di come viene raccontata.
Il quadro militare
Sul terreno, la situazione appare sempre più sfavorevole per Kiev.
Perfino la Repubblica, in passato tra le testate più caute nel riconoscere i successi russi, è costretta ad ammettere che le forze di Mosca stanno avanzando.
Come scritto da Gianandrea Gaiani su Analisi Difesa, una delle poche testate italiane che mantiene un tono analitico, “i russi avanzano ovunque, hanno conquistato quasi per intero le roccaforti di Pokrovsk e Kupyansk e stanno vincendo la guerra sul campo di battaglia e nelle retrovie ucraine, dove il sistema energetico e quello ferroviario risultano quasi paralizzati. La situazione peggiora di giorno in giorno per Kiev”. Se la linea difensiva ucraina dovesse cedere, l’esercito russo troverebbe davanti a sé ampie praterie, difficilmente difendibili da un apparato ormai logorato.
Zelensky e l’ipotesi di tregua
In questo scenario, Zelensky si dice pronto a una tregua, questa congelerebbe la linea di contatto ma permetterebbe di continuare a ricevere armi dall’Occidente: ciò gli consentirebbe di rifiatare e riorganizzare le forze, in vista di una possibile controffensiva futura. Tuttavia, come ricordava Carl von Clausewitz in Della guerra, “i due avversari non possono essere interessati simultaneamente né ad agire né a temporeggiare.”
È la risposta implicita che Mosca ha dato al presidente ucraino: la Russia non ha lanciato la sua “Operazione speciale” per ritrovarsi, fra qualche anno, a ricominciare tutto daccapo.
L’Europa e la spirale delle sanzioni
Sul piano politico, l’Unione Europea sembra ripetere, come un riflesso condizionato, gli stessi gesti degli ultimi tre anni e mezzo. L’economista Jeffrey Sachs, in un’intervista a Il Fatto Quotidiano, ha affermato: “I politici europei – in particolare Keir Starmer, Emmanuel Macron e Friedrich Merz – sono semplicemente dei guerrafondai. Sospetto che agiscano come agenti delle proprie industrie degli armamenti. In ogni caso, sono profondamente detestati dai loro cittadini. Sono politici falliti: l’opinione pubblica non vuole altre guerre.”
Durante l’ultimo vertice, oltre alle sanzioni sul gas, si è discusso anche dell’uso degli asset finanziari russi congelati. Una misura che, in termini giuridici, sfiora la criminalità comune: appropriarsi di denaro non proprio resta, in ogni contesto, un furto. Neppure durante la Seconda guerra mondiale si arrivò a tanto nei confronti dei beni tedeschi. Come spesso accade, i ladri sono anche pavidi. Il premier belga Bart De Wever, consapevole che in caso di ricorso la Russia potrebbe vincere e far pagare i danni solo a Bruxelles, ha chiesto una mutualizzazione del rischio. Ma le ripercussioni potenziali sono più ampie: gli investitori internazionali potrebbero perdere fiducia in un’Europa che dimostra di potersi appropriare degli investimenti stranieri. L’Unione europea somiglia sempre più al marito che per fare un dispetto alla moglie si taglia…
Trump e la logica delle sanzioni
Negli Stati Uniti, Donald Trump sembra aver appreso la stessa logica autodistruttiva. È bastata la minaccia di sanzionare Lukoil e Rosneft per far salire il prezzo del petrolio del 5%. Se le misure entrassero effettivamente in vigore, le conseguenze sarebbero disastrose: aumento del prezzo del greggio e nuova ondata inflazionistica globale.
Putin ha commentato con prudenza, definendo l’iniziativa “un atto ostile che non rafforza le relazioni russo-americane”, ma ha aggiunto che non avrà un impatto determinante sull’economia russa. Come ha ricordato Il Sole 24 Ore, citando il professore Phillips O’Brien dell’Università di St Andrews, “da qui al 21 novembre, data prevista per l’avvio delle sanzioni, Lukoil e Rosneft avranno tutto il tempo di correre ai ripari: accelerando gli acquisti, dirottando gli scambi su società fittizie e impostando transazioni che escludano l’uso del dollaro.”
La posta in gioco per Mosca
Le sanzioni di Trump potrebbero avere due scopi:
- Rafforzare la posizione negoziale in vista dell’incontro, formalmente non ancora annullato, di Budapest con Putin.
- Rilanciare l’influenza americana in Asia, mirando in particolare all’India, possibile anello debole della catena russo-cinese.
Ma il punto è un altro: Trump sembra ignorare che, per la Russia, il conflitto ucraino è strategico, non territoriale. L’obiettivo primario del Cremlino non è conquistare nuove province, ma impedire che l’Ucraina entri nella NATO. Come ha ricordato Putin durante il vertice in Alaska, Mosca intende discutere dell’intera architettura della sicurezza europea – un tema che riguarda anche la stabilità di Kiev. In una prospettiva di nuova “Helsinki”, una piattaforma di sicurezza condivisa potrebbe rendere tutti più sicuri, compresa l’Ucraina.
Gli errori dell’Occidente
Le questioni territoriali, dunque, sono conseguenti a un problema politico irrisolto. Gli Accordi di Minsk2 non prevedevano perdite territoriali per Kiev (escludendo la Crimea, che era oggetto di confronto).
Se oggi Mosca pone rivendicazioni più ampie, è per due motivi:
- il costo umano ed economico della guerra, che spinge a pretendere di più;
- la convinzione, alimentata dal mancato rispettato degli accordi di Minsk, che l’unica opzione efficace sia quella militare.
La giornalista Barbara Spinelli ha ricordato le parole di Angela Merkel, secondo cui nel giugno 2021 la cancelliera aveva proposto un nuovo formato di negoziato per chiudere la guerra nel Donbass. A bloccarla – sostiene Merkel – furono le repubbliche baltiche e la Polonia, più intransigenti verso Mosca.
Conclusione
Anche di fronte all’evidenza dei propri errori, l’Unione Europea non arretra.
I suoi leader, sempre più autoreferenziali, hanno bruciato i ponti alle proprie spalle e scelto di combattere una guerra che sanno di non poter vincere. Nel frattempo, i fronti si cristallizzano, le economie si logorano e la pace si allontana.
26/10/2025 https://www.marx21.it/










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