Secessione, quello che ho capito
Versione interattiva Lavoro e Salute Luglio 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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di Renato Fioretti
A volte sembra che in Italia la politica sia diventata una specie di teatro dove gli attori recitano per se stessi, mentre il pubblico non capisce più la trama. Non perché sia troppo complicata, ma perché nessuno si prende la briga di spiegarla davvero. L’Autonomia Differenziata è uno di quei temi che senti nominare come si sente un treno passare in lontananza: un rumore, un tremolio, un annuncio che qualcosa si muove, ma non sai se ti riguarda o se passerà oltre. Poi scopri che quel treno non solo ti riguarda, ma ti sta venendo addosso da anni, e tu non lo sapevi. E la cosa più sorprendente è che, mentre ti viene addosso, nessuno ti avverte: nessun fischio, nessun segnale, nessuna voce che dica “attenzione, sta arrivando”.
Io non sono un esperto. Non sono uno che passa le giornate a leggere leggi, commi, sentenze. Sono uno che vive in un quartiere normale, che va al mercato, che parla con i vicini, che sente le lamentele sull’autobus che non passa, sulla visita che ti danno dopo sei mesi, sulla scuola che non ha i soldi per aggiustare i bagni. E quando sento parlare di autonomia differenziata, la prima cosa che mi viene in mente non è la Costituzione, non sono le intese, non sono i tavoli tecnici. La prima cosa che penso è: “Se già così è difficile, cosa succederà quando ognuno farà da sé?”. Perché questa è la sensazione che arriva alla gente: che ognuno si prenderà quello che può, e chi ha meno resterà con ancora meno. È una sensazione che non nasce da ideologie, ma dalla vita quotidiana: dalle file, dai ritardi, dalle mancanze.
Negli ultimi anni ho visto che alcune Regioni del Nord si sono mosse come se fossero già un altro Paese. Lombardia, Veneto, Emilia Romagna prima; poi Piemonte e Liguria. Hanno chiesto più poteri, più competenze, più soldi. Hanno detto che vogliono gestire la scuola, la sanità, l’ambiente, perfino la giustizia di pace. Hanno fatto referendum, hanno mandato lettere ai governi, hanno trattato come se fossero Stati dentro lo Stato. E mentre qui al Sud la gente cercava di capire come pagare la bolletta, altrove si discuteva di trattenere più risorse, di avere più autonomia fiscale, di decidere da soli come spendere i soldi delle tasse. Non è che non ci riguardasse: è che nessuno ce lo spiegava. E quando nessuno spiega, la distanza tra chi decide e chi subisce diventa un fossato.
Poi è arrivata la legge 86 del 2024, quella che ha messo nero su bianco la procedura per trasferire competenze alle Regioni. Una legge che, detta così, sembra una cosa tecnica, ma che in realtà apre la porta a un’Italia dove i diritti non sono più uguali per tutti. La Corte costituzionale è intervenuta subito, dicendo che alcune parti non andavano bene, che servivano più garanzie, che i LEP dovevano essere definiti prima di spostare funzioni. E qui, per la prima volta, ho sentito parlare di questa sigla: LEP. Livelli Essenziali delle Prestazioni. In teoria, dovrebbero essere la garanzia che tutti, ovunque vivano, abbiano accesso a servizi minimi di qualità: sanità, scuola, trasporti, assistenza. In pratica, sono una lista di diritti che esiste solo sulla carta, perché per renderli veri servono soldi, e quei soldi non ci sono. Un LEP senza finanziamento è come un autobus che dovrebbe passare ogni dieci minuti ma non passa mai: il diritto ce l’hai, ma non lo vedi. E intanto ti arrangi, come sempre.
E infatti nel 2026 quattro Regioni hanno firmato le prime intese preliminari su nove materie. Non è più teoria: è pratica. È un processo che avanza mentre la maggior parte delle persone non sa neanche che è iniziato. E mentre tutto questo accadeva, i partiti parlavano. O meglio: parlavano tra loro, come se la questione riguardasse solo loro, come se il Paese fosse un dettaglio.
La Lega, da anni, ripete che è giusto che chi produce di più trattenga di più. È la loro linea storica: “Prima il Nord”, anche quando non lo dicono più apertamente. Per loro l’autonomia è un risarcimento, un premio, un riconoscimento. È la realizzazione di un progetto che hanno da trent’anni. E non hanno mai fatto mistero di volerlo portare fino in fondo.
Fratelli d’Italia, invece, ha un problema diverso: prende voti al Sud, e quindi deve dire che l’autonomia non farà male a nessuno. Giorgia Meloni ha ripetuto più volte che i LEP garantiranno l’uguaglianza, che nessuno perderà nulla, che il Paese resterà unito. Ma poi il suo partito ha votato la legge Calderoli, ha sostenuto le intese, ha difeso il percorso. È una posizione doppia: rassicurare il Sud mentre si accontenta il Nord. Una posizione che regge finché nessuno fa domande.
Forza Italia, come sempre, sta nel mezzo. Dice che l’autonomia è una buona idea, ma solo se ci sono garanzie. Chiede più tempo, più chiarezza, più equilibrio. Ma alla fine vota con la maggioranza. È un partito che non vuole scontentare nessuno, e quindi finisce per non rappresentare davvero nessuno.
Il PD e il M5S, dall’altra parte, denunciano il rischio di spaccare il Paese. Parlano di “secessione dei ricchi”, di “Paese a due velocità”, di “diritti diseguali”. Ma anche qui c’è una contraddizione: l’Emilia Romagna, governata dal PD, è stata una delle prime Regioni a chiedere più autonomia. E il M5S, quando era al governo, non ha mai davvero bloccato il processo. È come se tutti avessero paura di dire la verità: che l’autonomia differenziata conviene ai territori forti, non alle persone fragili.
Per un cittadino del Sud, tutto questo significa una cosa molto semplice: la sanità potrebbe diventare ancora più diseguale. Già oggi, se hai un problema serio, spesso devi andare al Nord. Già oggi le liste d’attesa sono più lunghe, gli ospedali più affollati, i medici meno numerosi. Se le Regioni ricche trattengono più risorse, allo Stato resterà meno per finanziare i territori più deboli. E non è una questione di merito o colpa: è una questione di capacità fiscale. Se una Regione ha più imprese, più redditi, più tasse, potrà investire di più. Se una Regione ha meno, potrà investire meno. È semplice, e proprio per questo è pericoloso.
Ma c’è un’altra cosa che spesso non si dice: credo che anche i poveri del Nord rischino di perdere. Se la logica è quella che immagino, l’autonomia differenziata non è fatta per loro. È fatta per i territori forti, non per le persone fragili. Se una Regione ricca decide di investire di più nella sanità, lo farà nei territori che generano valore, non nei quartieri popolari. E se lo Stato avrà meno risorse, i trasferimenti perequativi diminuiranno. Il risultato è che un cittadino povero di Milano potrebbe trovarsi in una situazione non molto diversa da quella di un cittadino povero di Napoli: servizi più costosi, meno accessibili, più diseguali. L’autonomia differenziata – probabilmente – non crea solo un Nord compatto e vincente: crea un Nord diviso tra chi ha e chi non ha.
La cosa che mi colpisce di più, però, è la distanza tra ciò che accade e ciò che la gente percepisce. Mentre le Regioni trattano, mentre il Governo approva leggi, mentre la Corte costituzionale interviene, la maggior parte dei cittadini resta ai margini. Non perché non voglia capire, ma perché nessuno glielo spiega. E quando nessuno spiega, la gente si difende come può: con intuizioni, sospetti, paure. È un terreno fertile per chi vuole semplificare, per chi vuole dire che il Sud è un peso, che il Nord è virtuoso, che l’autonomia è la soluzione. Ma la realtà è più complessa: l’autonomia differenziata rischia di creare un’Italia dove i diritti non sono più nazionali, ma regionali.
Dove la scuola non è più la stessa per tutti. Dove la sanità dipende dal codice di avviamento postale. Dove la cittadinanza non è più un legame comune, ma una somma di appartenenze territoriali.
E qui, proprio qui, entra in gioco una metafora che non riesco a togliermi dalla testa. Perché a volte mi viene da pensare che questa Autonomia Differenziata assomigli più alla raccolta dei rifiuti che a una riforma dello Stato. Solo che qui non si tratta di plastica, vetro o organico: si tratta di diritti. E come nella differenziata, ognuno separa ciò che gli conviene. Le Regioni più ricche mettono da parte il materiale pregiato, quello che si può riciclare in servizi migliori, stipendi più alti, infrastrutture più solide. Al resto del Paese, invece, resta il sacco nero dell’indifferenziato: tutto ciò che non rende, tutto ciò che costa, tutto ciò che non interessa a nessuno.
È curioso come la politica ci abbia insegnato per anni a dividere con cura la spazzatura, mentre ora sembra volerci abituare all’idea che i cittadini, invece, possano essere trattati come rifiuti indifferenziati: alcuni da valorizzare, altri da lasciare dove sono. E così la geografia diventa un cassonetto: se vivi nel posto giusto, i tuoi diritti vengono riciclati; se vivi nel posto sbagliato, finiscono nel sacco nero.
La chiamano autonomia, ma a volte sembra solo un modo elegante per dire che ognuno si tiene il meglio e scarica il resto altrove. Come quando, nei condomìni, qualcuno fa finta di non sapere dove va buttato il sacchetto e lo lascia accanto ai bidoni, sperando che lo raccolga qualcun altro. Solo che qui non parliamo di rifiuti: parliamo di sanità, scuola, trasporti, assistenza. Parliamo di vite.
E allora mi chiedo se questa riforma non sia, in fondo, una gigantesca operazione di smaltimento: non dei problemi, ma delle responsabilità. Una differenziata dei vantaggi e un’indifferenziata dei disagi. Un Paese che separa ciò che conviene e lascia marcire ciò che non conviene. Una modernizzazione che profuma più di discarica che di progresso.
Io non so se questa riforma passerà così com’è, se verrà modificata, se verrà frenata. So però che, se non si interviene prima sui divari, l’autonomia differenziata li renderà più profondi. E so che, mentre la politica discute, la vita delle persone continua. Le liste d’attesa non si accorciano, gli autobus non passano più spesso, le scuole non diventano più sicure. E allora mi chiedo: a chi serve davvero questa riforma? A chi porta un vantaggio concreto? Perché io, da cittadino, non lo vedo. Vedo solo un rischio: quello di ritrovarci in un Paese dove chi nasce in un posto ha più diritti di chi nasce in un altro. E questo, per me, non è progresso. È un ritorno al passato.
Napoli 16/6/2026
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