Siamo alla fine del 2025e il privato festeggia ancora un anno di doni dallo Stato
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IMPUNITA’ E SCONFORTO SOCIALE
C’è una costante politica che inizia come dogma da dopo le indagini di “Mani Pulite” e il paradossale inizio del Berlusconismo che instaurò un “Fare politica” enormemente maggiore del marciume degli ultimi anni della Prima Repubblica. Sarebbe un paradosso se non fossimo in una Italia ormai orfana di una sinistra di massa con l’inizio della trasformazione del PCI in articolazione del neoliberismo e l’isolamento di Berlinguer.
Possiamo far risalire al 1999, con la ministra Rosy Bindi, l’accelerazione pianificata dell’attacco al Servizio Sanitario Nazionale (prima, dal 1978, ci sono stati boicottaggi istituzionali come di figure dirigenziali amministrative e mediche). L’allora governo di centro-sinistra emanava una legge, che modificava profondamente il diritto alla salute con la legge 133/1999 si disponeva la soppressione dei trasferimenti statali nella spesa sanitaria corrente sostituiti da nuove entrate regionali. era l’epoca della montante fanfara sul federalismo fiscale tanto caro alla Lega Nord, anticipata dalla la teoria dalemiana della Lega come “articolazione della sinistra”
Perchè questo passaggio di memorizzazione? Perché senza i passaggi che hanno determinato questa drammatica situazione attuale per la salute non è possibile districarsi nel fiume impetuoso di oggi. (L’archivio dei numeri – 41 anni – di lavoroesalute.org serve a tale scopo) ma volendo fare un breve riassunto ecco lo stato delle cose: oltre 80.000 posti letto negli ultimi 10 anni. L’attuale rapporto di 3,7 posti per mille abitanti è nettamente inferiore ai 6 posti letto francesi o agli 8 della Germania. Mentre il ricorso al precariato, come tappabuchi dei malridotti organici è cresciuto senza soluzione di continuità. In poche parole, oggi mancano complessivamente (sono dati per difetto non essendoci più un unico SSN ma 21 quante sono le regioni) oltre 4.000 medici e 60.000 infermieri, con conseguente chiusura di oltre 800 reparti ospedalieri.
Chi i responsabili? Come premesso, si inizia da Berlusconi a Bossi, da Monti a Draghi, da Gentiloni a Renzi, da Conte alla Meloni che hanno indotto di fatto gli stessi cittadini ad invocare la privatizzazione dell’SSN. Come? Semplice! Basta renderlo talmente disfunzionale, insufficiente, povero di risorse ed operatori che apparirà un tale carrozzone inutile e pericoloso da costringere tutti a recarsi comunque in privato per ottenere le “cure del caso”.
Questi Presidenti del Consiglio vanno condannati, sia in termini di consenso che sul piano penale in molti specifici casi, le prove dettagliate ci sono, ultime in ordine di tempo quelle che riguardano le RSA, in particolare durante la prima ondata pandemica, ma anche l’interruzione di pubblico servizio con la chiusura dei Pronto Soccorso.
Questo processo è ormai in moto da anni, provocato ad arte da mancate assunzioni, da pensionamenti non sostituiti, da chiusure di servizi territoriali (i punti nascita, le urologie decentrate, ecc.) che si giustificano invocando, o l’assenza di personale qualificato, o volumi di lavoro esigui in periferia, di modo che tutto possa rimanere tale.
Sempre più spesso i cittadini sono costretti a muoversi lontano da casa, ad andare in ospedali maggiori, quando non a fissare appuntamenti in giro per la ragione onde non aspettare mesi. Inoltre, questo sistema sradica il paziente dal territorio ed impedisce un rapporto medico specialista-paziente nel tempo, spingendo così, chi può, a rivolgersi al privato, anche solo per essere visto sempre dalla stessa persona. Chi ha potuto, e può tutt’ora, si rivolge al privato, sempre meno convenzionato per ottenere prestazioni singole (risonanze magnetiche, visite specialistiche, tac, endoscopia, ecc.) che pagherà di tasca propria o stipulando assicurazioni mediche più o meno legate al contratto di lavoro.
Tuttavia, queste storture indotte non sarebbero state del tutto sufficienti per far collassare il sistema, pertanto si è escogitato qualcosa di più subdolo: trovare il modo di debilitare gli operatori sanitari sotto l’aspetto professionale e stipendiale, ma anche con l’offerta/regalo dell’intramoenia (attività privata intraospedaliera) che ha rappresentato l’altra gamba della privatizzazione.
Abbiamo sempre fatto presente ai sostenitori di quella che hanno ipocritamente definito la “seconda gamba” della sanità nazionale, che quel progetto avrebbe portato ad accelerare lo sfascio del servizio sanitario pubblico a favore di un sempre più incalzante sistema privatistico – come la realtà di oggi conferma – e mentre continueremo a pagare il vecchio e dovremo anche pagare il nuovo. A sostegno di questo criminale disegno si sono levate voci petulanti, nei governi nazionali e locali, sostenute dai media televisivi e stampati, sul ruolo della famiglia come ammortizzatore sociale, operando così una squallida mistificazione per caricare sulla famiglia il peso di grossa parte della assistenza, facendo cadere, in particolare sulle famiglie povere, e di nuovo impoverimento causa le politiche di austerità ormai quarantennali, l’impatto del carico socio economico della forzata compartecipazione alla spesa sanitaria-assistenziale.
Quanti libri e fiumi di articoli scrivono sulla malasanità? Tanti e troppi per essere basati su cognizione di causa, in particolare quando partono dall’individuazione preconcetta dei responsabili, quei medici e infermieri ai quali si addebitano le cause senza quasi mai individuare i mandanti che costringono – con la ultraventennale disorganizzazione programmata dalle istituzioni delegate alla gestione e con i fenomeni strutturali della corruzione diretta e indotta diffusamente anche nel quotidiano lavorativo – a mal lavorare. Eh si, perchè i mandanti sono evidentemente troppo in alto per essere colpiti, (domanda ingenua alla Magistratura) mentre risulta facile puntare terra terra? E anche quelle poche volte che la magistratura riesce a puntarli, su “indicazione” di denunce, spesso se la cavano con pochi graffi.
Pochi attenti studiosi e opinionisti – tra i quali brillano per negligenza consapevole i giornalisti delle grandi testate – partono dalle condizioni reali di lavoro delle professioni sanitarie, indotte ad arrangiarsi nel magma delle direttive politiche e aziendali sempre più contorte e per nulla funzionali all’efficacia del servizio prestato in termini appropriatezza e di razionale uso delle risorse umane e finanziarie. Tutti gli altri, una pletora ben retribuita da giornali e tv, si guardano bene dal considerare lo stato di cose presenti.
Con il modello aziendalista dei servizi sanitari, copiato dalle imprese di profitto, ci si preoccupa di stendere grandi strategie cartacee atte a ridurre i costi della salute pubblica – aumentando enormemente i costi per i cittadini spintaneamente indotti a rivolgersi al un maggiore impegno, a minor costo e con minori garanzie. Senza più strumenti li si accusa di non voler o non saper partecipare al miglioramento del “prodotto” sanitario e li si accusa di non voler o non saper partecipare al contenimento della spesa. Non c’è nulla di più evidente di questo meccanismo eppure non c’è comprensione diffusa.
Eppure questa è la realtà ma sembra di difficile comprensione e di difficilissima comunicazione dire che il progetto attuale del governo sulla sanità, sulla scia degli ultimi, porterà a sfasciare definitivamente il servizio sanitario nazionale a favore di un sempre più incalzante sistema privatistico, ma noi cittadini e noi lavoratori continueremo a pagare il vecchio e dovremo anche pagare il nuovo, con maggiori costi e con meno diritti. Facciamo un altro esempio: in Piemonte si tagliano risorse e posti letto, la Regione deve pagare grandi e piccole strutture sanitarie private/convenzionate per ricoveri e servizi, ma allora, ci si dovrebbe chiedere, se abbiamo bisogno del convenzionato sia come servizi che come posti letto perché tagliamo nel pubblico? Vuol dire che abbiamo bisogno di quei posti letto e di quei servizi se li usiamo e li paghiamo!!!! E non li paghiamo certamente di meno, infatti se così fosse i sistemi regionali avrebbero dei risparmi veri, e gli istituti privati non avrebbero alcun plusvalore. Allora perché dobbiamo tagliare sulla salute? Domanda forse retorica in un Paese nel quale la corruttela legalizzata, e protetta.
E allora di cosa cianciano queste penne di corte? La malasanità la si produce rendendo il lavoro dei professionisti della salute sempre più difficile, favorendo l’indistinta, fatua e costosa managerialità e disperdendo le più importanti e fondamentali ricchezze intellettuali e operative che ogni singolo professionista è in grado di offrire se messo nelle migliori condizioni di lavorare. E loro, i gestori politici, cosa fanno? Sbriciolano l’operativa di uomini e donne con logiche incomprensibili, e quando – quelle ormai rare volte – questi e queste hanno l’ardire di rendere pubblico il loro disagio, e tentano una motivata discolpa sui danni prodotti ai cittadini – vengono derisi o messi alla gogna se coinvolge l’opinione pubblica mentre nella realtà quotidiana del lavoro nelle strutture sanitarie si usano provvedimenti disciplinari, mobbing lavorativo e isolamento nell’equipe di appartenenza.
Quindi non pare difficile capire che questi tecnici – con evidente peso politico senza essersi sottoposti a un grado di elezione popolare – che vogliono governare un sistema fatto di lavoro per la salute di tutti, declamando di essere i soli in grado di gestire sono agli ordini di chi ha prodotto lacci e lacciuoli legislativi per regalare il potere economico e sociale delle scelte di salute nelle mani di quei pochi che da questa pianificata crisi economica del sistema capitalista hanno aumentato il loro potere di vita e di morte sui cittadini.
Nella pratica si è sradicata la professionalità dell’impiegato pubblico, penalizzando la sua azione e affiancandogli nel tempo, per poi sostituirlo, personale a contratto privato, di consulenza. Ma non certo e non solo il singolo professionista pubblico viene inesorabilmente esautorato, ma soprattutto il singolo servizio. Gli operatori pubblici vengono privati di strumenti di dialogo, di partecipazione sindacale e li si costringe ad un superlavoro, sul campo, respingendo le loro critiche o analisi e si chiede loro un maggiore impegno, a minor costo e con minori garanzie. Senza più strumenti li si accusa di non voler o non saper partecipare al miglioramento del “prodotto” sanitario e li si accusa di non voler o non saper partecipare al contenimento della spesa.
Non c’è nulla di più evidente di questo meccanismo eppure non c’è comprensione diffusa. Eppure questa è la realtà ma sembra di difficile comprensione e di difficilissima comunicazione dire che il progetto attuale del governo sulla sanità, sulla scia degli ultimi, porterà a sfasciare definitivamente il servizio sanitario nazionale a favore di un sempre più incalzante sistema privatistico, ma i cittadini e i lavoratori continueranno a pagare, con maggiori costi e con meno diritti.
Chi può, volendo concretamente, iniziare a rimettere faticosamente in piedi un progetto di rinascita del SSN? Medici, infermieri, le associazioni di riferimento e gli organismi sociali.
Altra risposta non c’è!
Redazione Lavoro e Salute
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