SICILIA DISASTRATA

Il disastro siciliano in queste settimane ha raggiunto il massimo di visibilità: dopo quella avuta nella torrida estate di incendi e nel bimestre ottobre/novembre di piogge torrenziali), la cronaca ci racconta la tremenda e tragica esplosione di Ravanusa avvenuta nella tarda serata di sabato 11 dicembre ’21, per un accumulo di metano nel sottosuolo. Conseguente a smottamenti progressivi, già da tempo denunciati e accertati. Crollo di palazzine, morti, dispersi e feriti hanno colpito giustamente l’immaginario sociale, anche sul piano simbolico, sollecitato dalla scomparsa di un’intera giovane famiglia, con la madre sul punto di partorire che trascina nel suo destino il bimbo ancora nel suo grembo; così anche la lettera di un professore in pensione, inviata a fine carriera a tutti i suoi allievi.

Ma già un paio di giorni prima si era registrato il crollo di un ponte sul fiume San Bartolomeo, fra Castellammare del Golfo e Alcamo, che solo per un caso non aveva prodotto morti, e che è stato preceduto, nel corso dell’autunno, da numerosissime frane, da chiusure di strade interne e di tratti autostradali, da incontrollate alluvioni in tutte le provincie; frutto questo, certamente, del riscaldamento globale, ma anche e soprattutto dell’abbandono del territorio al suo destino, delle politiche di austerità nazionali e internazionali, del taglio dei trasferimento agli enti territoriali e infine del malgoverno e della corruzione locali. A tutto ciò si aggiunge il fenomeno delle emergenze continue nel campo dei rifiuti, che invadono a rotazione, da Palermo a Catania, le città dell’isola. Un quadro che annovera lo stato di insicurezza delle scuole, ora per il crollo dei tetti ora per le abbondanti infiltrazioni di acqua piovana, così come l’allagamento degli ospedali come il Nuovo Garibaldi di Catania di recente costruzione, dovuto anche alla realizzazione di un distributore di carburante autorizzato più che discutibilmente dalla Regione siciliana in concorso con il Comune di Catania, meritevole di un attento intervento delle Autorità inquirenti. Per non dimenticare le foto che ci ripropongono ripetutamente i degenti dell’Umberto I di Siracusa abbandonati su lettighe di fortuna nei corridoi della struttura sanitaria aretusea. O le centinaia di bare accatastate nei cimiteri in attesa di sepoltura a Palermo.

Interrompiamo qui l’elenco dei disastri, dovuti alla colpevole insipienza, alla irresponsabilità, alla corruzione, alla arroganza di una classe dirigente impunita e assolutamente trasversale, fatta non solo di politici ma anche di imprenditori, di mediatori, di affaristi e di professionisti, spesso secondati dal consenso popolare, secondo una tradizione borbonica; una classe dirigente che, per la stessa tradizione, innalza di tanto in tanto il vessillo del Ponte sullo Stretto, idea ormai accettata dall’intero schieramento dell’Assemblea regionale siciliana.

Ma un altro episodio, altamente emblematico, vogliamo qui segnalare, che ha toccato per un giorno le cronache dei giornali, per poi sparire, naturalmente. Il 2 dicembre una donna di Mistretta, incinta, ha segnali di un parto imminente e prematuro, e deve spostarsi, in macchina, col padre del nascituro, al più vicino ospedale: quello di Patti, a circa 80 Km di distanza. Il bambino nasce su una piazzola di sosta dell’autostrada Palermo-Messina, con l’aiuto di alcuni operai dell’ANAS di passaggio. A Mistretta esisteva una struttura ospedaliera con punto nascita, ma è stata chiusa anni fa, in ossequio al presunto principio della “sicurezza”: un punto nascita che non raggiunga le 500 unità annue è poco sicuro; la trionfale logica che consegue alle esigenze del taglio dei costi (e della privatizzazione della medicina) è che sia più sicuro partorire in autostrada (una volta che sia stato possibile raggiungerla dai Nebrodi o dalle Madonie, servite da magnifiche strade prive di buche ed esenti da smottamenti) piuttosto che in un piccolo ospedale, ma comunque con l’assistenza di un medico, di un infermiere, di adeguati farmaci. E la stessa logica vale per infartuati, traumatizzati e così via. Dopo il drammatico epilogo, tutti a protestare, da destra a “sinistra”. Come se a produrre il disastro fosse stato un concilio di dei pagani.

E dove saranno finite le risorse del PNRR per la medicina di prossimità? Dove le promesse di un cambio di rotta dopo l’irruzione dell’emergenza SARS-COV2? Dove i riequilibri territoriali sempre invocati e promessi?
Le tragedie sono solo il momento più evidente di un disastro molecolare della Sicilia, di un irresponsabile abbandono politico, sociale, economico, culturale e civile, di una corrotta cecità del potere, in una parola della declinazione isolana, stracciona e parolaia, del neoliberismo e del pensiero unico che lo sorregge. Al disastro si è risposto con l’emergenza, con la presenza dei militari nei presidi sanitari e soprattutto nelle scuole, qui per fare formazione, come se la natura dei problemi fosse quella della assenza di ordine. Era già avvenuto in passato con le misure di contrasto alla mafia: il risultato è sotto gli occhi di tutte e tutti: la borghesia mafiosa, ripulitasi delle sue tentazioni terroristiche e militari, pervade e controlla i settori decisivi dell’economia isolana.

La Sicilia, come la Calabria, come aspetto moderno della questione meridionale: che reclama una idea radicale e nazionale di alternativa, non un bubbone da recidere o una eccezione da risolvere con qualche intervento drastico ed esemplare. La Sicilia del nuovo caporalato come quello della Puglia e del nord del paese, funzionale strutturalmente all’accumulazione di capitale, con istituzioni complici e interne al fenomeno. Ce lo avevano già detto e insegnato Salvatore Carnevale e Peppino Impastato. E anche Francesca Serio e mamma Felicia Bartolotta che si sono rifiutate di accettare le narrazioni delle istituzioni, le loro compromissioni e responsabilità, la retorica del pianto e dell’accettazione della tragedia come contingenza del caso e non come normalità voluta e gestita dalla classe padronale e dall’acquiescenza della pubblica amministrazione pubblica alla eversione dei diritti riconosciuti dalla Costituzione.

Felice Rappazzo 
Mimmo Cosentino 
Nicola Candido

16/12/2021 http://www.rifondazione.it

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