Sicilia/NATO. Piano strategico di depopolamento

La Sicilia ha da sempre dovuto subire pesanti gerarchie. Non solo di poteri, ma soprattutto di scopi, di obiettivi, di interessi.

A cosa serve infatti la Sicilia?

In quest’isola sono presenti siti turistici straordinari e unici al mondo, che non occorrerebbe nemmeno elencare, tanto sono noti, e l’agricoltura potrebbe essere uno dei settori di punta, come dimostrano le imprese del ragusano, che esportano in tutta Europa.

Ma né il turismo nè il settore primario vengono considerati importanti da chi ci amministra.

A cosa serve allora la Sicilia? O meglio, a chi serve realmente?

La Sicilia è utile soprattutto come territorio militare strategico: come luogo di transito per il commercio, lecito e illecito, delle armi; come luogo di coordinamento delle azioni militari della NATO in tutto il mondo; come uno dei quattro tasselli fondamentali per lo sviluppo della nuova strategia della guerra globale automatizzata.

La conferma di questa priorità, su tutte le altre esigenze di sviluppo economico, è fornita dal recente Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027.

Il piano cerca di individuare le strategie migliori per rallentare o invertire il processo di spopolamento delle aree interne dell’Italia: promuovere l’economia locale, sostenendo l’artigianato e l’agricoltura; implementare l’offerta dei servizi essenziali come la scuola e la sanità; migliorare le vie di comunicazioni; sono questi gli interventi principali individuati

Ma questi interventi devono comunque obbedire ad un calcolo di costi-benefici: l’investimento per innescare un processo di ripresa  dev’essere fatto su quei territori che effettivamente hanno potenzialità di sviluppo.

E così, sulla base di calcoli che tengono conto di un complesso di parametri, i territori delle aree interne sono stati variamente classificati.

Vi sono aree interne nelle quali è possibile investire utilmente, per salvaguardarne l’esistenza: aree che, per risorse e economia, risponderebbero bene ai piani di sviluppo. Queste aree si trovano tutte tra il centro e il nord Italia.

Vi sono invece aree nelle quali ormai non si può fare più nulla: aree destinate alla desertificazione demografica assoluta.  Queste aree si trovano tutte nel mezzogiorno.

La Sicilia è addirittura occupata, per una buona metà, da aree destinate, come dice il Piano Strategico, ad uno “spopolamento irreversibile”. Sono aree con “basse prospettive di sviluppo economico e deboli condizioni di attrattività”. Aree, cioè, dove non vi sono né attrazioni turistiche, né attività economiche degne di essere prese in considerazione.

Ma di quali aree della Sicilia si sta parlando?

Si tratta di una vastissima zona, che comincia alcuni chilometri a sud di Messina; attraversa i Peloritani e i Nebrodi; si addentra nei territori di Troina, Nicosia e Gangi; e poi si dirama a sud verso Caltagirone e Piazza Armerina; a ovest verso Agrigento e Sciacca; sfociando nella costa a sud ovest dell’isola.

Definire aree dalle “deboli condizioni di attrattività” il parco naturale dei Nebrodi, decine di comuni inclusi tra i borghi più belli d’Italia, la villa del Casale e gli scavi di Morgantina, per citare  a braccio solo qualcosa presente in quell’area,  è quanto meno stupefacente. Per non parlare delle centinaia di piccole medie aziende che lavorano in quelle zone.

Allora, è evidente che, per la più grande isola del Mediterraneo, il piano ha un intento diametralmente opposto a quello dichiarato: per la Sicilia, l’aberrante strategia è semplicemente quella di un “accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”.

Bisogna comprendere il motivo di questa stralunata scelta e porsi con franchezza la domanda cruciale: a chi conviene che tutta quell’area della Sicilia sia depopolata?

Serve agli interessi strategici e militari, semplicemente.

Qualche esempio può essere d’aiuto a motivare la mia risposta.

Dagli anni ottanta al 2023 il centro esatto della Sicilia, a sud dei Nebrodi, è stato l’obiettivo di numerosi e reiterati tentativi di realizzazione di campo addestrativo NATO; ma il grande scoglio insuperabile è stato sempre l’opposizione della cittadinanza e degli agricoltori presenti in quelle zone: una popolazione combattiva e vitale, tutt’altro che intenzionata a farsi rimpiazzare da un poligono di tiro.

La resistenza della popolazione si è organizzata tenacemente anche contro il MUOS di Niscemi, dopo aver constatato sulla propria pelle i danni all’ambiente, alla salute e all’economia inferti da un mostro elettromagnetico di quelle dimensioni. Il progetto MUOS è veramente impressionante: si tratta di una rete di comunicazioni satellitari in grado di gestire il controllo di cacciabombardieri, unità navali, sommergibili, missili Cruise, droni e tantissime altre unità mobili pronte a intervenire, con rapidità immediata, in ogni angolo del mondo. È un sistema che inaugura una nuova forma, completamente automatizzata e disumanizzata, di guerra: un controllo capillare su tutti i singoli soggetti coinvolti. Si serve di cinque satelliti, ma si appoggia, sulla superficie terrestre, a quattro basi: in Virginia, in Australia, nelle isole Hawaii e nei pressi di Niscemi, in Sicilia.

Ancora una volta, la popolazione insorge e si oppone al progetto di costruzione del ponte sullo stretto, un’opera dall’impatto ambientale devastante, che non risolve affatto i problemi della viabilità dell’isola, dove l’alta velocità è costretta a rinunciare alla propria corsa, appena varcato lo Stretto. Ma i veri motivi di quest’opera non hanno mai riguardato lo sviluppo economico dell’isola.

Nel periodico Rivista Militare, numero di agosto-settembre 1987, il generale di corpo d’armata Gualtiero Corsini, sosteneva che la sicurezza e difendibilità del ponte da eventuali attacchi fossero sostanzialmente nulle. “L’opera sarebbe esposta ad ogni tipo di offesa condotta con vettori navali, aerei e missilistici”, scrive Corsini. Quindi, far transitare carri armati lungo il ponte non sarebbe stata una buona idea. Una risposta, evidentemente, ai motivi di fondo che giustificano la costruzione del ponte.

Adesso, in un momento in cui l’Europa cade vittima di un bisogno di riarmo compulsivo, quel motivo riaffiora nuovamente: il miglioramento dei collegamenti tra le basi militari sul territorio italiano.

Tuttavia, a turbare in Sicilia i sogni dei signori della guerra, c’è sempre stato il fastidioso ostacolo delle proteste dei nativi locali, l’imbarazzante polemica con una popolazione che non si rassegna e non si è mai rassegnata a vedere la propria terra trasformata in un arsenale.

Stefano Vespo. Poeta e scrittore. Laureato in Filosofia, attualmente insegna lettere al Liceo di Nicosia. Sposato, vive a Sperlinga. Scrive su temi di politica e società su ComeDonChisciotte.

15/7/2025 https://comedonchisciotte.org/

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