Sicurezza sul lavoro. La memoria come utile prevenzione?
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Non capisco se queste considerazioni sono una confessione di sconforto di fronte alle stragi in continuo aumento ma siccome pare stabilizzato, dal punto di vista politico, ma anche nella memoria sociale, un dogma: fondato sul verbo dettato all’inizio di questo secolo dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) “I poveri devono morire prima”, e le morti sul lavoro ne sono un numero consistente. Un dogma che va anche letto come acquiescenza di massa, spesso inconsapevole ma forse giustificata dall’assenza, di fatto, di riferimenti politici in Parlamento che diano seguito concreto alle denunce di un mortale sistema produttivo delle Imprese di fronte al quale sono solo capaci di indignazione ipocrita con dichiarazioni nei giorni delle stragi.
Ne muoiono tantissimi ma sarebbero conteggiati almeno il doppio se venisse alla luce la strage silenziosa delle malattie professionali da infortuni, difficili da quantificare perchè il loro riconoscimento, quando avviene, segue un iter lungo e tortuoso e solo dopo alcuni anni o decenni si verificano i decessi delle vittime.
Occorrerebbero grandi processi con decine di imputati, ma trattandosi di eventi passati, non vengono più considerati attuali (Il detto napoletano scurdammoce ‘o passato sintetizza bene l’andazzo), come se, oggi, contaminazioni da sostanze tossiche e cancerogene, da organizzazione del lavoro stressante e debilitante, non esistessero più.
Invece esiste la realtà dello stato di cose presenti, e il ricorso alla memoria mi pare utile come passaggio sul presente per dimostrare, almeno quanto oggi viene sotterrato dalla narrazione utile alle Imprese, la unilaterale guerra di classe del capitale contro lavoratrici e lavoratori che si manifesta sempre di più senza una pur breve soluzione di continuità in tutta la sua brutalità nello sfruttamento, nell’aumento continuo dei morti sul lavoro e nell’indifferenza delle istituzioni governative che hanno contribuito attivamente.
Come esercizio di memoria per tutte e tutti credo utile, per i tanti che sono fuori, volenti o nolenti dai
circuiti di elaborazione sindacale e politica, ricostruire questi passaggi istituzionali:
Nel 1997 vennero istituiti gli uffici di collocamento e successivamente si trasferì le funzioni di collocamento dal pubblico al privato. Il lavoratore divenne ostaggio delle imprese e privato di qualunque possibilità di difesa.
Con il pacchetto Treu del primo Governo Prodi, si intervenne pesantemente per la prima volta a destrutturare il mercato del lavoro con l’introduzione della “flessibilità”, della “precarietà”, e con nuove forme di contratti precari: interinale, co.co.co. e altri.
Nel 2003, il Governo Berlusconi continuò l’attacco ancor più pesantemente con nuove forme di contratti precari: i contratti di somministrazione lavoro, lavoro accessorio, lavoro occasionale, ecc. ecc.
Nel 2012 il Governo Monti e il ministro del lavoro e delle politiche sociali, Fornero Nel 2015, il governo Renzi completò l’opera con il contratto a tutela crescente o “Jobs Act”, che abrogava completamente l’art. 18, che garantiva il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo.
Poi il governo gialloverde di Lega e 5stelle ha confermato la cancellazione dell’art. 18 dimostrando che anche questo governo è suddito dell’imprenditoria che si abbuffa di ricchezza con lo schiavismo e le morti sul lavoro, con il contorno dell’evasione fiscale.
Le morti quotidiane sul lavoro sono considerate un’italica fatalità endemica come la mafia, la corruzione e l’evasione fiscale dei ricchi. L’assuefazione agli infortuni sul lavoro è una vera e propria malattia sociale dei nostri giorni che aggredisce come un virus.
Assistiamo ogni giorno solo all’indignazione di chi dovrebbe far rispettare le leggi, per costringere gli imprenditori a non badare al proprio tornaconto ma garantire la sicurezza dei loro dipendenti, compresi gli esterni (cioè quei lavoratori non assunti direttamente) e inchiodarli alle loro la responsabilità.
I Sindacati, quelli di coscienza, dovrebbero ammettere che senza il conflitto contro questo sistema produttivo, e senza il controllo dell’organizzazione sul lavoro, non basterebbero neanche 10mila ispettori in più. Quindi sta ai sindacati, non limitarsi all’indignazione ma produrre azioni di sostegno, perché senza questo sostegno anche gli Ispettori sono isolati nella loro azione e subiscono pressioni, boicottaggi, da imprenditori e Governo che oggi vuole chiudere l’Ispettorato Nazionale del Lavoro.
Franco Cilenti
Editoriale del numero di dicembre 2025 del mensile Lavoro e Salute
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