Sono oltre 5 milioni i lavoratori italiani con una retribuzione insufficiente per vivere

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In Italia, si stima che ci siano oltre 3 milioni di lavoratori in situazione irregolare o che operano nel cosiddetto mercato nero. Inoltre, vi sono oltre 5 milioni di lavoratori che vivono in condizioni di povertà, ricevendo una retribuzione annuale pari o inferiore a 6.000 euro.

Perché dagli anni ottanta del novecento lo smantellamento delle politiche di welfare sono procedute di pari passo con quelle di deregolamentazione del mercato del lavoro favorendo la proliferazione di forme alternative sempre più spinte di flessibilità di ingaggio e gestione del lavoro (contratti, orari, messa a disposizione, ecc).

I salari sono bassi, vergognosamente bassi. Anche quei pochi “fortunati” (i giornali padronali ancora scrivono “privilegiati”) che hanno un lavoro da molti anni, e dunque salari fissati da contratti nazionali stipulati in altre condizioni, negli ultimi anni hanno visto bloccarsi la dinamica verso l’alto. Per precari e discontinui, invece, la dinamica è addirittura discendente, quando si passa da un lavoro all’altro. In molti comparti, specie nella grande distribuzione, i 600 euro al mese per orari settimanali decisi arbitrariamente dalle aziende, sono diventati quasi la normalità.

Per le aziende è ovviamente una pacchia, a un primo sguardo (che è poi quello delle aziende stesse, notoriamente molto miopi). Ma basta guardare il problema da un po’ più in alto – un paese, per esempio – e subito si vede che questa compressione salariale è anche un problema negativo per l’economia capitalistica. Se la gente lavora e viene pagata poco – o addirittura nulla, come in molti stage o all’Expo – non ha molto da consumare. Insomma, compra poche merci, riduce i servizi, taglia le spese superflue e anche gran parte di quelle necessarie (le cure mediche, per prima cosa). Ma se la domanda di consumi cala, anche per le aziende le cose si mettono male, sono costrette a ridurre la produzione, ecc.

Questo dato strutturale, unito alla deregolamentazione del mercato del lavoro e alla legislazione sui licenziamenti, spiegano le ragioni della desertificazione sindacale nel mondo del lavoro, particolarmente in Italia come nei paesi nei quali la normativa rende sempre più difficile l’iscrizione al sindacato. Con la particolarità in Italia dell’esistenza di un doppio regime di tutele sul licenziamento dagli anni 70, dove nelle medie grosse imprese il licenziamento è disincentivato mentre nelle piccole-micro aziende è agevolato. Ebbene proprio la porzione delle imprese agevolata nei licenziamenti, ha subito una crescita abnorme rispetto a quella dei licenziamenti disincentivati per lo meno dagli anni 90.

I cambiamenti strutturali nel sistema economico e nel mercato del lavoro hanno dunque favorito in generale nel mondo e nel nostro paese il declino del sindacato con la diminuzione delle tutele e l’aumento delle forme di ingaggio del lavoro non salariali, atipiche e informali, ovvero precarie.

A questo cambiamento solitamente le organizzazioni sindacali hanno risposto in questi ultimi trent’anni tutelando, al minimo sindacale, la parte organizzata o più facilmente organizzabile (grandi imprese private e lavoro pubblico), spesso arroccandosi dentro modalità corporative, come quelle di introdurre i doppi regimi di trattamento fra i neo assunti e i più anziani, a partire dal nefasto accordo Dini sulle pensioni e ai diversi rinnovi dei CCNL dalla seconda metà degli anni 90, fino ad arrivare a vere e proprie forme di deregolamentazione sui part-time, sui tempi determinati, su diverse forme di lavoro flessibile o precario.

La necessità di arrivare a una ricomposizione del mondo del lavoro è ormai un dato sempre più oggettivo e ineludibile. Pone la necessità di organizzare tutte le diverse forme del lavoro sfruttato.

Così come per il vecchio modello contrattuale di matrice concertativa se ne è verificata l’inadeguatezza con la scoperta dell’acqua calda dei salari italiani in permanente perdita di potere d’acquisto, in particolare dagli anni 90, in controtendenza rispetto al resto d’Europa.

Oggi con la nuova spinta inflazionistica globale quel modello farà la fine del guscio di noce nella tempesta. In questo quadro parlare di salario minimo è vitale anche se non risolve il problema del modello contrattuale, del recupero contrattuale, della necessità di reintrodurre automatismi salariali legati all’andamento dei prezzi, visto che una politica dei prezzi e dei redditti centralizzata non si è mai voluta fare in questo paese dagli accordi del 1993.

E’ quello che emerge occasionalmente in tutte le lotte difensive aziendali, industriali e terziarie, degli ultimi quindici anni. E’ quello che si esprime nelle battaglie dei braccianti immigrati del Sud (e pure del Nord come a Saluzzo o Pinerolo) per avere una casa, una cittadinanza, una dignità, per uscire dal supersfruttamento.

E’ quello dei lavoratori precari dei call center, dei servizi di prenotazione sanitaria, dei musei, degli insegnanti a tempo determinato da dieci anni della scuola che con la loro singola lotta oggi illuminano ben più di uno sciopero generale (che comunque ci mancano!) sulle condizioni disastrate del lavoro a causa delle scelte politiche della classe governante degli ultimi 30 anni e le insufficienze delle risposte sindacali.

Scelte drammaticamente riscontrabili quotidianamente dalle morti sul lavoro, dagli infortuni, dalle denunce in Procura, all’Ispettorato del Lavoro, ai servizi di Prevenzione e Salute del Lavoro, alla Finanza.

Purtroppo le cause individuali per lavoro sono diminuite a seguito degli sbarramenti introdotti all’accesso alle cause (sempre più onerose per il lavoratore), ma stanno emergendo sempre più cause pilota e collettive che spesso vedono la giustizia funzionare, come le vittorie in tribunale dei raiders.

Redazione Lavoro e Salute

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