Sotto il segno dello sfruttamento: le multinazionali dei rider nel mirino della Procura di Milano
Negli ultimi giorni la Procura di Milano ha alzato il velo su un sistema che da troppo tempo si alimenta di lavoro precario, paghe avvilenti e diritti negati. Dopo l’inchiesta che aveva portato al controllo giudiziario della filiale italiana della spagnola Glovo-Foodinho, ora è il colosso britannico Deliveroo Italy srl ad essere travolto da un’azione penale per caporalato digitale e sfruttamento dei suoi ciclofattorini.
Secondo gli atti dell’indagine, fino a 20 mila rider in tutta Italia – 3 mila solo nel territorio milanese – venivano impiegati con compensi in alcuni casi inferiori fino al 90 % rispetto alla soglia di povertà e ai minimi contrattuali, con ritmi di lavoro disumani di oltre 10 ore al giorno e zero tutele reali.
La Procura ha sottolineato come questi lavoratori, formalmente autonomi, siano in realtà governati da logiche di mercato e algoritmi che decidono turni, ritmi e retribuzioni, configurando una subordinazione mascherata da tecnologia.
Non si tratta di casi isolati o di qualche deroga di mercato: è un modello di impresa che ha fatto della precarietà un vantaggio competitivo. Paghe da 3-4 euro a consegna, costi di trasporto e strumenti di lavoro a carico dei fattorini, e nessuna protezione sociale concreta: questa è la moderna frontiera del caporalato digitale.
E non è tutto: insieme agli atti contro Deliveroo, la Procura ha chiesto documenti anche a multinazionali come McDonald’s, Burger King ed Esselunga per verificare se i loro modelli organizzativi siano adeguati a impedire lo sfruttamento dei rider.
Una denuncia che si scontra con l’inerzia politica
La gravità di queste denunce giudiziarie assume uno spessore ancora più inquietante se si guarda **all’atteggiamento del governo di Giorgia Meloni sul tema del salario minimo legale**, un nodo centrale per prevenire proprio questo tipo di sfruttamento. Nel 2023 e anche recentemente il **governo ha respinto proposte di salario minimo per legge**, affidandosi piuttosto alla contrattazione collettiva e sostenendo che una norma statale rigida potrebbe avere impatti negativi sul mercato del lavoro.
Nel frattempo, mentre arrivano i gridi di allarme di parlamentari come Angelo Bonelli che parlano di **“schiavismo moderno” pagato meno di 4 euro l’ora e di un governo che “dice no al salario minimo” lasciando i lavoratori “intrappolati in paghe indecenti”**, la politica appare incapace di tradurre in legge una soglia minima di dignità salariale.
Questa scelta politica non è un dettaglio secondario: è la cornice dentro cui operano aziende che fanno profitti enormi sulle spalle di chi sorregge con la propria fatica la logistica urbana quotidiana.
Tra denunce giudiziarie e silenzi istituzionali
La vicenda dimostra che un potere giudiziario attivo può portare alla luce **forme di sfruttamento che la politica preferisce ignorare o banalizzare**. Ma la denuncia dei magistrati non può sostituire **una politica del lavoro degna di questo nome**, che metta un freno alle pratiche predatorie di multinazionali multibilionarie e garantisca condizioni di lavoro dignitose a chi consegna l’ordinario, turno dopo turno.
In un Paese in cui lavorare non può significare sopravvivere, **la difesa della dignità del lavoro deve diventare una priorità legislativa e sociale**, non un tema residuale lasciato ai giudici.
Giancarlo Cavalleri
25/2/2026 https://www.farodiroma.it/










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