(S)profondo sud. Campane a morto o a distesa?
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di Maria Teresa Capozza
Dopo le contestazioni, spariscono le pagine più spinose del Piano Strategico Nazionale per le Aree interne 2021-2027
Il dietrofront del governo Meloni sui rapporti del CNEL e del CENSIS intende spegnere le proteste contro il PSNAI, ma non incide sugli squilibri che ancora una volta si ripercuotono più pesantemente sul Mezzogiorno.
A inizio estate è stato reso noto il Piano Nazionale Strategico delle Aree Interne 2021-2027 con cui il governo Meloni ha attivato il secondo ciclo settennale di interventi attraverso 124 Aree di progetto (relative a 1.904 Comuni per un totale che supera i 4 milioni di abitanti), finanziate con 4 milioni di euro ciascuna.
La premessa del documento è lucida: all’interno del gravissimo problema demografico italiano, dovuto alla concomitanza di denatalità, degiovanimento e invecchiamento della popolazione, se ne apre un altro altrettanto grave e acuto, quello dello spopolamento di aree interne sempre più vaste che rischiano di diventare desertiche.
Si tratta di zone rurali, montane e collinari di tutta Italia, che i giovani adulti, single o con famiglia, abbandonano per spostarsi in centri urbani con maggiori e migliori opportunità lavorative, centri di studio, servizi sanitari, trasporti, attività culturali e ricreative, infrastrutture, connettività. Nei Comuni interni, progressivamente prosciugati delle forze più giovani, rimangono le generazioni più vecchie, con sempre meno servizi e prospettive di sviluppo. E si badi, non si tratta di piccoli numeri, dal momento che il problema bifronte dello spopolamento e della marginalizzazione delle Aree Interne riguarda oltre 13 milioni di persone (ossia quasi ¼ della popolazione nazionale), il 49% dei Comuni italiani e quasi il 60% del nostro territorio (specularmente le Aree Centro, ossia le aree urbane verso cui tendono queste migrazioni interne, rappresentano il 40% del territorio ed accolgono il 77% della popolazione tutta).
Esistono soluzioni alla questione, che non è solo strappo tra generazioni, ma è perdita di ricchezze e identità culturali, abbandono dei territori e delle risorse naturali?
Stando alla premessa del PSNAI, promuovere la “restanza” e il ritorno dei giovani rivitalizzando le Aree Interne si può, e si può a partire da investimenti pubblici nella sanità, istruzione, trasporti, infrastrutture materiali e immateriali che consentono lavoro da remoto, telemedicina, istruzione online, scambio di comunicazioni e informazioni. Di pari passo vanno forniti i presupposti per la stabilità lavorativa di qualità e l’imprenditoria nei settori dell’agricoltura sostenibile, della zootecnia, della manifattura, delle energie rinnovabili, della tutela ambientale, boschiva, territoriale, della valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici. Sullo sfondo si staglia il necessario potenziamento delle amministrazioni locali, molto più proficuo se associate tra loro, e dei sistemi di credito, mentre tutto deve avvenire nel segno dell’innovazione, dell’inclusione, della transizione ecologica e digitale, come UE e PNRR comandano.
Dopo l’incoraggiante premessa, che serve ad orientare le operazioni nelle 124 Aree finanziate, arriva la stoccata delle previsioni ISTAT: se non si inverte con più che robusti sistemi la tendenza, l’attuale declino precipiterà ulteriormente nei prossimi decenni, colpendo entro 20 anni ben il 93% dei Comuni delle Aree interne meridionali e il 73% di quelle centro-settentrionali.
La rappresentazione di questo declino (affidata ad uno studio commissionato al CNEL e recepito come parte integrante del Piano licenziato dal governo ad aprile 2025) ha provocato immediatamente le reazioni sconcertate di sindaci (https://www.pagina21.eu/la-narrazione-distopica-del-piano-strategico-nazionale-delle-aree-interne/stefania-russo/; https://ancitoscana.it/piano-strategico-nazionale-delle-aree-interne-lo-sconcerto-dei-sindaci/), clero (https://www.chiesacattolica.it/aree-interne-lettera-aperta-al-governo-e-al-parlamento/), intellettuali (https://www.officinadeisaperi.it/agora/citta-e-territorio/appello-per-la-salvaguardia-e-la-rigenerazione-dei-paesi/; https://www.scienzainrete.it/articolo/oltre-lo-spopolamento-le-aree-interne-tra-crisi-e-possibilit%C3%A0/grazia-battiato/2025-07-16), associazioni, cittadini, che hanno accusato il governo – per dirla in breve – di suonare le campane a morto per le Aree Interne, soprattutto del Mezzogiorno.
Di fronte a tante repliche la reazione del ministro per le Politiche di Coesione e per il Sud, Tommaso Foti, non si è fatta attendere. A luglio il Piano è stato ripubblicato con un salomonico vistoso “buco” dei paragrafi 2.2 e 2.3 dedicati alle analisi del CNEL e del CENSIS, poiché esse – si legge – “non rilevano ai fini della strategia del presente Piano”, ma che tuttavia vengono allegate con “valore meramente informativo” per alimentare il confronto. (https://politichecoesione.governo.it/it/documenti-ed-esiti-istituzionali/documenti-strategici-di-inquadramento/programmazione-2021-2027/piano-strategico-nazionale-delle-aree-interne-2021-2027-psnai-e-allegati/)
Venuta scaltramente meno la condivisione del rapporto CNEL da parte del governo, rimane tuttavia interessante conoscere quella che rappresenta – per così dire – la diagnosi nuda e cruda del medico di fronte al malato. Vediamola rapidamente insieme.
Nei prossimi anni – dice il prof. Rosina, estensore del documento CNEL- in Italia la popolazione potrà crescere solo nelle grandi città e in specifiche località particolarmente attrattive in quanto a servizi (obiettivo 1) e che siano in grado di disincentivare le migrazioni dei giovani e incentivarne la genitorialità (obiettivo 2) o che quanto meno riescano a rallentare la diminuzione delle nascite (obiettivo 3). In queste direzioni le Aree interne meridionali tenderanno più di tutte le altre ad arrancare, e quelle che già oggi si trovano in una condizione di “spopolamento irreversibile” (obiettivo 4) andranno accompagnate nel loro “cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita”. Eccole qui, le frasi che hanno diffuso un profondo sconcerto, ma che la Cabina di Regia sottoscriveva convintamente prima di essere subissata dalle critiche, senza cogliere per tempo la devastante portata politica del messaggio di resa che lanciava.
E cosa c’è di politicamente “problematico” nel documento CENSIS, risospinto anch’esso tra i numerosi (e interessanti) allegati? Forse l’allarme lanciato in base alla valutazione degli interventi (2.509) del settennato 2014-2020, finanziati con 1.18 mld di euro: molti di loro, secondo il rapporto, si sono rivelati solo una corsa alle risorse, poiché sono stati progettati senza tener nel dovuto conto gli obiettivi di contrasto dello spopolamento. Buchi nell’acqua, insomma?
Al di là dello sbianchettamento-maquillage, rimane il dubbio di fondo: i problemi in cui si dibattono le Aree interne hanno ulteriormente chiarito alla classe politica che è tempo di immaginare uno sviluppo diverso, programmare nuove qualità di vita, coltivare nuove prospettive, valorizzare inclinazioni diverse ? Si è compreso finalmente che se si continuano a polverizzare risorse tra mille progetti con i parametri fino ad ora usati, non c’è futuro per nessuno?
Che ci voglia una rotta unitaria e nuova intorno ad un obiettivo ben puntato e non emergenziale lo dimostrano i dati ISTAT presentati nel PSNAI (tabelle 1 e 2, rielaborazioni a cura dell’autrice). La linea di sviluppo fin qui tracciata nei decenni ha moltiplicato i Comuni-Centro (ossia quelli con maggiori servizi) del Nord, riducendoli di molto al Sud e Isole. Specularmente a Mezzogiorno si sono ampliati i territori di Aree Interne, meno numerosi a Nord. In termini di declino poi, non tutte le Aree interne patiscono le stesse condizioni: anche in questo senso, come si è prima riferito, quelle meridionali tendono a precipitare più velocemente di quelle centro-settentrionali, quasi a corollario dello scellerato progetto di sviluppo da autonomia differenziata a cui mirano voracemente 4 Regioni settentrionali (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto).
Lo spopolamento più consistente – quello delle Aree Interne meridionali – è in definitiva l’ultimo conclamato risultato di scelte politiche che da oltre un secolo privilegiano gli interessi di alcuni territori settentrionali, sempre gli stessi, sempre più bulimici, sempre più attrattivi. E che – nonostante le sempre più insostenibili condizioni di vita dovute al sovraffollamento – incessantemente risucchiano risorse, a partire dalla gioventù meridionale, “catturata” nella doppia veste di lavoratrice e consumatrice..
Ma una cosa deve essere chiara: se a causa di tanta sbilanciatissima tendenza suonano campane a morto in tanti angoli del Paese, non è destino: le stesse campane possono intonare la distesa, se lo si vuole.
Tabella 1
AREE INTERNE
Sono “aree significativamente distanti dai centri di offerta di servizi essenziali (di istruzione, salute, mobilità), ricche di importanti risorse ambientali e culturali e fortemente diversificate per natura e per effetto di secolari processi di antropizzazione” (ISTAT).
In quanto lontani dai servizi essenziali, i Comuni delle Aree Interne devono riferirsi al più vicino Comune-Polo fornito di specifici standard (almeno 2 scuole superiori, 1 ospedale con Dipartimento di Emergenze e Accettazione di 1° livello e 1 stazione ferroviaria di livello Silver).
In base alla distanza dal Comune-Polo, ciascun Comune di Area Interna viene classificato come intermedio (tra i 27 e i 40 minuti di percorrenza stradale), periferico (tra i 40 e i 66 minuti) ed ultraperiferico (oltre 66 minuti).
SUPERFICIE e POPOLAZIONE TOTALI
Dei 7.903 Comuni italiani, 3.834 ricadono in un’Area Interna, interessando circa il 60% della superficie nazionale e ospitando oltre 13 milioni di persone (23% della popolazione nazionale; densità abitativa di 197 abitanti per kmq).
Di queste, 8 milioni vivono nei Comuni intermedi, 4.6 milioni in quelli periferici e oltre 700.000 in quelli ultraperiferici.
COMUNI e MACROAREE
(NORD-OVEST, NORD-EST, CENTRO, SUD, ISOLE)
Sono Aree Interne:
> il 75% dei Comuni delle Isole (con una popolazione pari al 45% della macroarea ed una superficie equivalente al 72% della macroarea);
> il 64% dei Comuni del Sud (con una pop. pari al 32% della m. ed una sup. equivalente al 68% della m.);
> il 55% dei Comuni del Centro (con una pop. pari al 20% della m., sup. equivalente al 56% della m.);
> il 41% dei Comuni del Nord-Est (con una pop. pari al 18% della m. e sup. equivalente al 53% della m.);
> il 34% dei Comuni del Nord-Ovest (con una pop. pari all’11% della m. e sup. equivalente al 44% della m.)
DOVE SONO DISTRIBUITI I COMUNI
I Comuni Aree interne si trovano:
> per il 30 % al Sud (con una popolazione pari al 32% del totale della pop. che risiede nelle Aree interne ed una superficie pari al 28% del totale della superficie nazionale delle Aree Interne);
> per il 26% nel Nord-Ovest (con una pop. residente pari al 13% e una sup. pari al 14%)
> per il 15% nel Nord-Est (con una pop. residente pari al 15% e una sup. pari al 19%)
> per il 15% nelle Isole (con una pop. residente pari al 22%e una sup. pari al 20%)
> per il 14% al Centro (con una pop. residente pari al 17% e una sup. pari al 18%)
Tabella 2
AREE CENTRO
Sono cosi definiti i Centri forniti dei servizi essenziali in materia di istruzione, sanità, trasporti. Le Aree Centro possono essere Comuni-Polo o Poli intercomunale o Comuni di Cintura (distanza max 27 minuti da un Comune-Polo). Ai servizi localizzati nelle Aree Centro fanno riferimento le Aree Interne.
SUPERFICIE E POPOLAZIONE TOTALI
Dei 7.903 Comuni italiani, 4.069 ricadono nelle Aree Centro, interessando il 41% della superficie nazionale e ospitando quasi 46 milioni di persone (77% della popolazione nazionale; densità abitativa di 1.507 abitanti per kmq).
COMUNI e MACROAREE
(NORD-OVEST, NORD-EST, CENTRO, SUD, ISOLE)
Sono Aree Centro:
> il 67% dei Comuni del Nord Ovest (con una popolazione pari all’89% della macroarea ed una superficie equivalente al 56% della macroarea)
> il 59% dei Comuni del Nord-Est (con una pop. pari all’ 82% della m. ed una sup. equivalente al 47% della m.)
> il 46% dei Comuni del Centro (con una pop. pari al 80% della m. ed una sup. equivalente al 43% della m.)
> il 35% dei Comuni del Sud (con una pop. pari al 68% della m. ed una sup. equivalente al 32% della m.)
> il 25% dei Comuni delle Isole (con una pop. pari al 55% della m. ed una sup. equivalente al 27% della m.)
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