Stare o restare. I paesi interni, il grano, lo spontaneismo

Dialogo con Antonio Pellegrino

Circa le otto di sera, entroterra cilentano, terrazza di Perito, provincia di Salerno. Il tramonto si anticipa a fine estate. Ho attraversato il paese con Antonio Pellegrino, cofondatore della cooperativa sociale Terra di Resilienza e del Palio del Grano, giunto quest’anno alla ventiduesima edizione. Ai piedi dei tre scalini della cappelletta della Maddalena, incontriamo alcune signore sedute fuori casa. Antonio si ferma e chiacchiera con loro in cilentano stretto – di grano, di varietà locali, di mietitura. Diffidenti all’inizio, le signore si aprono quando riconoscono nelle sue parole la conoscenza delle stesse pratiche di un passato che sembra lontano. Maria, una di loro, ci apre le porte della cappella della Maddalena, dopo una breve visita proseguiamo verso la terrazza. «Io sono un sostenitore dello spontaneismo. La spontaneità è un esercizio vitale anti-pianificazione, determinante per molte cose. Almeno per me lo è stato. Non è tanto legato all’occasione. Adda succedere perché adda succedere».

Con questa frase si può leggere tutto il resto.

Dopo gli anni di studio a Napoli, cosa ti ha riportato a Caselle in Pittari?

«In realtà ero già tornato a Caselle, perché l’università l’ho fatta in età adulta. Mi sono iscritto a trent’anni, mi sono laureato a trentacinque. Sono andato all’università proprio perché avevo voglia di fare un percorso accademico. Mi ero iscritto all’università già appena diplomato, però mollai dopo sei mesi. Poi sono andato in Toscana».

Che facevi in Toscana?

Sono andato in Toscana perché dovevo fare il militare. Volevo mettere da parte un po’ di soldi. Però, arrivato là, mi hanno fatto una proposta di lavoro, di entrare in una società. Ho fatto per tre anni l’imprenditore. Guadagnavo bene. Avevo dei soldi a venticinque anni, con grandi responsabilità. Però questo è coinciso pure con la mia politicizzazione, con la necessità di tornare. Quindi ho venduto le mie quote sociali e sono tornato. Quindi più che un ritorno da Napoli, è stato un ritorno dalla Toscana. Dopo quattro anni sono tornato con una voglia operativa incredibile. Ti sto parlando di anni pure molto particolari, il G8 di Genova, la nostra voglia di partecipazione, di una politicizzazione che non era più di partito. Insomma, il tema di quegli anni era il no-global, ci chiamavano no-global. Ora il paradosso è che i no-global sono diventati quelli di destra… E quindi, dopo quattro anni, torno con la voglia di conoscere le montagne, la storia, la geografia. Ho fatto un’indagine totalizzante, con questo bisogno di definire il proprio. Era più che altro la necessità di avere un quadro più chiaro sullo sviluppo del pensiero e del territorio in ambito storico e politico — in mezzo, il percorso di sociologia a Napoli, tra il 2008 e il 2012. Col ritorno dalla Toscana è nato pure il Palio del Grano, che poi è la cosa che forse più di tutto mi ha cambiato la vita.

«L’ispirazione è stata mettere insieme la cultura del palio che avevo conosciuto in Toscana con un ricordo infantile, quando con mio nonno si mieteva il grano a mano… Vabbè, ho avuto uno strano battesimo. Nel senso che appena sono entrato nel grano, il mio primo ricordo è che un biacco, una serpe nera, mi è passato in mezzo alle gambe. Quando si mieteva il grano partecipava la famiglia allargata, dieci-dodici persone. E la storia riguarda compa’ Giovanni Terenzio, un parente di famiglia, nipote di mia nonna. Io andavo con loro e avevo il compito di andare a prendere l’acqua alla sorgente, “alla lancetta”, che è un contenitore di terracotta. Avevo dieci anni. Compa’ Giovanni in quell’occasione mi mise la falce in mano. Mi diede le prime lezioni di mietitura. Quando ho iniziato a tagliare il grano, mi faceva: “Nun te fa fa o’ zaccano. Quando due mietitori lavorano, se uno va più veloce dell’altro e gli taglia la strada, il primo si riposa e l’altro deve mietere per tutti e due. Era un gioco. Da quel gioco è nato il Palio del Grano, da quella nozione. Lo organizziamo con la Proloco di Caselle in Pittari dal 2005, prima edizione. Poi la prima Biblioteca del Grano, nel 2008. Di seguito sono venute fuori un po’ a cascata tutte le altre storie. La cooperativa sociale Terra di Resilienza, costituita nel 2012 insieme a Dario, Claudia e Marianna, aveva pure lo scopo di rendere produttiva quest’attività che avevamo recuperato con la Proloco. Poi abbiamo aperto il mulino, la biblioteca. Quindi oggi vivo e lavoro di questo. La cooperativa è diventata il braccio operativo; il palio, invece, è più un’azione volontaria che attraversa il paese».

Come ti sei avvicinato alla coltivazione dei grani antichi?

«Abbiamo iniziato con un’attività di recupero delle varietà di grano locali, siamo partiti con quattro varietà, di cui due erano proprio indigene, ianculidda e russulidda, varietà di grano tenero. Una siamo riusciti a iscriverla pure al registro delle varietà della conservazione regionale. Poi è la morfologia della spiga che caratterizza spesso i nomi, della granella o della farina. La cultura tradizionale era morfologica: ‘u guascio, ‘u chiatto, ‘u cicato, ‘u carusato, ‘a russia, che è più rossa. Insomma, si parla di varietà locali, non ibride, e sono tutte molto variabili – c’è grande eterogeneità, quindi già chiamarle varietà è una cosa impropria. La forma “grani antichi” esce fuori con gli americani. Io un po’ la ripudio, perché sembra una cosa di mummie sterili. Non è perché sono contro gli americani, ma perché sono gli stessi della rivoluzione verde. È una vecchia storia. Hanno preso il lavoro di Strampelli, il genetista italiano, associato alla propaganda agraria di Mussolini. Di fatto il patrimonio genetico dei grani realizzati da Strampelli è diventato la base per il miglioramento che ha fatto poi Norman Borlaug americano, che ha ricevuto il premio Nobel e ha fatto nascere la Green Revolution, la rivoluzione verde. C’è la genetica, c’è il modo in cui è scritto un seme, quindi il contributo genetico, ciò che portano i geni e la progenie, ma poi c’è l’epigenetica, quindi c’è l’adattamento di anno in anno a condizioni pedologiche, climatiche, ambientali, alla pressione dei contadini. Quindi i semi non sono monoliti».

Cos’è per te il folclore oggi in questi territori?

«Il folclore è celebrare la morte di qualcosa, questo è il mio punto di vista. Ovviamente si intende per folclore e per folk tutto ciò che attiene alle radici culturali di un paese, alle specifiche appartenenze simboliche e materiali di una comunità, però quello che oggi analizzo criticamente, più che il folclore, è la folclorizzazione. Cioè il fatto che viene celebrata questa musealità, il “fatto a mano”. I cavatelli fatti a mano con la farina del Canada. Questo significa che non si ha una relazione con la terra, col proprio paesaggio agrario. Il Cilento è patrimonio Unesco in quanto paesaggio culturale, che è soprattutto la relazione del corpo con l’ambiente in cui si trova. Come la fai l’ecologia se non hai prossimità alimentare? Che non significa guardarsi l’ombelico, non si vive di solo pane per l’amor di dio… Diciamo che l’antropologia, culturalmente intesa, sui territori appenninici è legata all’addomesticazione della montagna, quindi soprattutto alla pastorizia. Nel tempo è venuto meno quest’impianto, questo substrato culturale legato alle pratiche – cioè a mangiare il proprio pane, a pascolare, a usare il cacio-ricotta piuttosto che il parmigiano. Venendo meno questo mondo, lo si rispolvera in feste, sagre, in una musealità senza senso, dove c’è un’espressione museale appunto. Nel folclore si celebra la nostalgia, il dolore di casa, perché ci si rende conto che stiamo morendo. Poi i paesi qui intorno, quindici-venti giorni all’anno, si fanno una bella botta di endorfine – lo si vede in questo “festival bar”, in questi palchi…».

Oltre a coltivare la terra, il Cilento che attraversi coltiva anche un’idea di futuro?

«Secondo me, dove c’è cultura che diventa radice operativa c’è sempre futuro. Se stiamo qua, in questo preciso punto e, per assurdo, domani una bomba rompe l’acquedotto e tutta l’industria non riesce più a portare l’acqua, dobbiamo andare a trovare la sorgente – io so dov’è. Ecco, quello è il futuro. Ma uno dice: tu vedi il futuro solo nella disgrazia del mondo organizzato così? Lo vedo anche in questo. Il Covid ci ha già dato un piccolo riscontro, ma lo vedo anche nel selvatico. Nella capacità di creare spontaneismo attraverso queste radici culturali, dentro questi ultimi delta. Questo lo vedo fertile per lo spontaneismo. Forme spontanee, che non significa reazionarie, non significa disorganizzate, ma che significa ancora lo stare come elemento fondante – lo stare in termini di mente locale, lo stare in termini di riuscire a quadrare una dimensione del proprio, come spinta».

Uno stare o un restare?

«Nel restare ci vedo già uno slancio politico dichiarato. Lo spontaneismo in quanto tale non è dichiarato, non è rivelato – bisogna rivelarlo, addomesticarlo. Il mio sta nel tornare alle pratiche, alle cose da fare».

Quali sono le pratiche di una comunità per te?

«Le pratiche sono pure impegnarsi. Mangiare il pane più prossimo, bere l’acqua più prossima, fare le condoglianze se è morta la nonna del vicino, condividere il cibo – vorrei ritrovare una dinamica dell’insieme, della prossimità nel senso umano. Caselle è inserita nei flussi che caratterizzano tutti i paesi interni. Il nostro è un piccolo approdo, come quello di tante realtà che si sono attivate nei territori. Come quando devi scalare una parete e tieni un appiglio. I processi culturali dell’Appennino intanto sono in un dirupo. Gli immaginari non si sviluppano più a livello locale, si sviluppano in reti distanti, online. In una società che sceglie cose emotivamente più facili, più raggiungibili, sono pochi quelli che scelgono un lavoro lento, progressivo e sedimentario. Però il mondo è grande, e noi siamo comunque occidente. Io una risposta sulla prossimità umana la vedo nelle cosiddette periferie del mondo. Lì c’è spontaneismo…». (edoardo m. benassai)

17/9/2026 https://napolimonitor.it/

Immagine: disegno di escif

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