Storia d’Europa. le trame del fascismo eterno
Intervista alla storica Alessandra Kersevan

A cura di Dianella Pez
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Alessandra Kersevan, ricercatrice storica, offre il suo impegno resistente rivolgendosi soprattutto alla Lotta di Liberazione che ha avuto come teatro la sua (nostra) terra d’origine, quella che venne chiamata “il confine orientale”. Cominciamo il nostro dialogo con un omaggio alla Resistenza, al 25 aprile che Le è memoria e testimone raccolto, alla Costituzione del ’48 che ne è il risultato tangibile, guida a diritti, doveri, limiti e aspirazioni, anticorpo contro ogni deriva autoritaria. Partiamo perciò, cara Alessandra, dalla tua ultima fatica appena pubblicata, il corposo volume “Porzus 1945 – Prove di Gladio sul confine orientale – L’ultima inchiesta”, che segue il tuo volume del 1995 “Porzus – dialoghi sopra un processo da rifare”. Ti chiedo intanto una sintesi, per chi non ha presente la questione (come vedremo spinosissima) dei “fatti” di Porzus (o meglio Topli Uorch) con relativi processi, così come la narrativa che si pretende ufficiale e definitiva li racconta.
Alessandra Kersevan Riassumo, molto a grandi linee, la ricostruzione processuale, che – lo posso anticipare – non corrisponde alle risultanze delle mie ricerche: il 7 febbraio del 1945 un gruppo di partigiani garibaldini, gappisti, circa cento, si recava alle malghe di Porzûs, sede del comando Gruppo Brigate Osoppo dell’Est, di cui faceva parte la 1a Brigata Osoppo (formata da cattolici, azionisti e militari) con circa una ventina di membri, e “nel freddo crepuscolo” – così dice la lapide alle malghe – uccideva il comandante “Bolla”, alias Francesco De Gregori, il delegato politico “Enea”, cioè Gastone Valente del Partito d’Azione, una ragazza di 21 anni, Elda Turchetti di Pagnacco, indicata qualche tempo prima da Radio Londra come spia, ed il giovane “Gruaro”, Comin Giovanni, fuggito a Reana del Rojale dal treno blindato che lo portava in Germania, e salito fin lassù per sfuggire ai tedeschi. Un altro comandante osovano, Bricco Aldo, “Centina” o “Pinolo” riuscì a fuggire “strappandosi” via dalle mani di alcuni gappisti che lo avevano già fatto prigioniero. Altri tre al momento dei fatti si trovavano in un’altra malga e quando si accorsero che nella zona del loro comando stava succedendo qualcosa si diedero alla fuga. Gli altri osovani presenti alle malghe, 16 secondo la ricostruzione processuale, tra cui “Ermes”, Guidalberto Pasolini, fratello di Pier Paolo, furono fatti prigionieri e condotti nella zona del Bosco Romagno (tra Cividale e Cormons, da cui i gappisti erano partiti due giorni prima). Qui vennero interrogati, divisi fra i vari battaglioni dei GAP e poi fucilati a gruppi nei giorni seguenti. Solo due di questi, “Tin”, Leo Patussi, e “Cassino”, Gaetano Valente, furono lasciati in vita perché accettarono di passare con i gappisti – così fu detto al processo – e questi due poi furono i primi e principali testimoni dell’accusa.
La motivazione di tutto questo sarebbe stata, secondo la sentenza di primo grado (Corte d’Assise di Lucca, aprile 1952) che condannò 41 dei 52 imputati ex partigiani garibaldini, un dissidio quasi personale tra comandanti garibaldini e osovani, dovuto all’estremismo dei primi, presentati come comunisti “integralisti”, e all’esasperazione dei secondi, specialmente di Francesco De Gregori “Bolla”, capitano dell’esercito presentato come militare tutto d’un pezzo poco duttile e inadatto ad affrontare politicamente una situazione difficile come quella che si presentava al confine orientale, intrisa del problema dei rapporti tra italiani e sloveni e delle “pretese” confinarie del governo di Tito. Ma nella sentenza d’appello di Firenze (1954) si accolse la tesi dell’accusa osovana, che tutto questo sarebbe stato fatto dai garibaldini per favorire le “pretese” jugoslave su territori italiani, anche se i giudici di Firenze non arrivarono a condannare gli imputati garibaldini e comunisti per “tradimento”, come avrebbe voluto l’accusa. I processi tra rinvii alla Cassazione e nuovi appelli durarono fino alle soglie degli anni sessanta, finendo poi con un’amnistia.
Questi molto succintamente i fatti secondo la vulgata diffusa fin dall’inizio dall’Osoppo anche attraverso i giornali, le organizzazioni protgladiatorie (Terzo CVL, Organizzazione “O”) e gli storici “di regime”. In realtà le cose, come dimostro documentalmente nel mio libro furono molto diverse e la versione processuale dei fatti è frutto di una strategia di depistaggio che cominciò a funzionare da subito e mantenuta per tutto il dopoguerra. Il depistaggio era necessario per nascondere una verità indicibile e cioè il progetto, da parte dei comandanti dell’Osoppo, di provocare una sorta di “incidente di frontiera”, per far passare i partigiani sloveni come aggressori di partigiani italiani e giustificare il fronte unico tra repubblichini e osovani (cioè tra fascisti e resistenza “bianca”) che si stava realizzando in quei giorni di febbraio in funzione antigaribaldina a antijugoslava.
Dianela Pez Detto questo, le tue ricerche, documentate meticolosamente, restituiscono una storia piena di ombre che inquadri come “prove di Gladio”: questi eventi tracciano infatti un segmento fondamentale del filo che, attraversando le trame eversive e le stragi che hanno insanguinato ed infettato il nostro Paese, arriva fino al presente. Sono quindi fortemente interpretative dei tempi che ne sono seguiti e della situazione politica e democratica attuale. Ci puoi spiegare questa linea direttrice, anche scegliendo, dentro le oltre mille pagine del tuo libro, qualche dato ed esempio che ritieni particolarmente significativo?
Alessandra Kersevan Alla fine della mia ricerca sono arrivata alla conclusione che questa vicenda sia stata una sorta di azione propedeutica alla formazione di Gladio. Nel senso dei metodi e delle finalità. Non è un caso che negli anni ’90 l’Associazione degli ex gladiatori abbia messo la sua “sede morale” alle malghe di Porzûs e che l’eccidio di Porzûs sia stato portato come “giustificazione” di Gladio. Dopo l’8 settembre ’43, con la capitolazione dell’esercito, e l’inizio della resistenza anche su territorio italiano, portata avanti innanzitutto dalle brigate Garibaldi organizzate dal Partito Comunista, le vecchie classi socialmente dominanti, che avevano favorito il fascismo e ne erano rimaste orfane, misero in piedi, all’interno del governo dell’Italia liberata (il governo Bonomi formato da tutti i partiti antifascisti, compreso il PCI), un’operazione segreta, il Piano De Courten, dal nome dal ministro della Marina, Raffaele De Courten, che la organizzò occultamente alle spalle della componente comunista del governo. Almeno fin dall’estate del ’44 iniziarono manovre sotterranee per costituire un “fronte unico” tra italiani anticomunisti di qua e di là della Linea Gotica e la questione della Venezia Giulia, dove già operavano da due anni i partigiani sloveni, ne divenne il supporto ideologico. In questo ambito vanno inseriti i numerosi contatti che i comandanti dell’Osoppo intrattennero con nazisti e fascisti, e gli accordi raggiunti, che portarono già nel gennaio 1945, quindi a guerra ancora in corso, alla creazione di un reparto formato da osovani e repubblichini, il Presidio di Ravosa (dal nome del paese a poco più di una decina di chilometri da Udine in cui fu insediato), che si configura come un’organizzazione protogladiatoria, in funzione antigaribaldina e antislovena, una formazione da guerra fredda a guerra “calda” ancora in corso. Il 7-8 febbraio questo “fronte unico” reazionario stava perfezionando un piano finalizzato a provocare un “incidente di frontiera”, di cui la responsabilità doveva essere attribuita ai partigiani sloveni, giustificando così l’attivazione dell’alleanza tra “italiani” osovani e repubblichini. Piano che i gappisti friulani con la loro azione riuscirono a sventare.
Tale operazione di “fronte unico” fu in vari modi favorita dagli alleati occidentali, anche nel contesto di una più ampia manovra anticomunista e antisovietica conosciuta come “Operazione Sunrise”, portata avanti dai servizi segreti americani (l’OSS Office of Strategic Services, antesignano della CIA) per una resa anticipata delle truppe tedesche in Italia. In questo ambito i continui e profondi contatti tra Osoppo e comandi nazisti e Osoppo e X Mas furono favoriti prima dalle missioni britanniche e poi dai servizi americani, con una continuità assoluta di persone e metodi. Nella mia ricerca incontriamo, protagonisti di queste trame di cui il fatto di Porzûs è soltanto un episodio, personaggi che poi sarebbero stati pesantemente coinvolti nella strtegia della tensione, da Valerio Borghese con la sua X Mas, a Edgardo Sogno con la sua Organizzazione Franchi (di cui molti capi osovani facevano parte), fino ad arrivare a James Jesus Angleton, il comandante del controspionaggio USA in Italia e grande ideatore della operazioni “false flag”, che patrocinò personalmente questi contatti. Molti dei comandanti osovani sarebbero poi stati membri e organizzatori di Gladio, e il Centro Ariete di Udine, uno dei centri di Gladio comandato dall’ex osovano Aldo Specogna, fu uno dei luoghi strategici usati dal generale De Lorenzo nel suo tentativo di golpe del 1964.
Dianela Pez Dentro questa trama si colloca anche l’istituzione bipartisan del Giorno del Ricordo (Legge 92/2004), divenuto (e nato come) manifesto anti-comunista e tentativo prima di tutto di riscrivere la storia alterandone dati e caratteri, con l’obiettivo di addolcire e anestetizzare le tracce e responsabilità fasciste e poi, nel contempo, di criminalizzare la parte più viva della resistenza, quella comunista garibaldina e quella jugoslava. E con essa delegittimare i soggetti ed i pensieri che instancabilmente – e il recente referendum del 22 e 23 marzo ne mostra l’energia – lavorano nell’affermazione di una visione della Repubblica pienamente corrispondente al progetto emancipante, libertario e di pace della Costituzione nata dalla Lotta Partigiana. Non sarebbe stato più corretto ricordare, cosa da cui ci si guarda bene, quella data accuratamente nascosta e sottovalutata che fu il 6 aprile 1941, inizio dell’occupazione italiana della Jugoslavia, giorno vergognoso e data simbolo della prassi fascista aggressiva, mortifera, coloniale? D’altronde chi comanda vince tutto, compresa la memoria.
Alessandra Kersevan Personalmente non sono convinta della utilità dei Giorni della memoria. Per quanto si dica, retoricamente a mio avviso, che servono a “non dimenticare” e a imparare dal passato per non commettere gli stessi errori, in realtà diventano dei monumenti ad una storia ingessata e a una versione “ufficiale” e “di stato”, strumenti per limitare la ricerca e lo sviluppo della conoscenza. Quando ho deciso di dedicare i miei studi alla storia, laureandomi con il prof. Enzo Collotti proprio con una tesi sulla Resistenza e il Partito comunista, ero animata da una forse troppo ingenua idea della forza educativa della storia, per la pace e la giustizia. Da ormai molto tempo, da più di trent’anni, cioè da quando ho cominciato la ricerca sui fatti di Porzûs, mi sono resa conto che contro la ricerca storica ci sono forze politiche e sociali potentissime. Nel corso della mia ricerca ho incontrato i depistaggi e le omissioni, le falsificazioni e soprattutto le censure, istituzionali e massmediatiche. Una delle censure più eclatanti è proprio quella dell’aggressione alla Jugoslavia del 1941, ancora quasi completamente sconosciuta dagli italiani. Ciò è sconvolgente se si pensa alla sua importanza nel determinare le responsabilità fasciste e dell’esercito italiano nella seconda guerra mondiale e nei rapporti con la Jugoslavia. È a causa di questa censura, pervicacemente mantenuta in tutto il dopoguerra, se il parlamentari italiani quasi all’unanimità hanno approvato nel 2004 la Legge del Ricordo (cosiddetta “delle foibe e dell’esodo”), dimostrando un’ignoranza storica trasversale del ceto politico italiano di proporzioni culturalmente catastrofiche, se teniamo conto che con questa legge i fascisti si sono potuto trasformare da carnefici a vittime, impossessandosi della propaganda e del mondo della scuola, costruendo un’opinione pubblica potenzialmente antipartigiana e spianando la strada alla vittoria della destra neofascista di Giorgia Meloni. Anche gli storici accademici hanno in questo quadro una grande responsabilità, avendo avallato una narrazione che dimentica tutta una parte della storia del confine orientale, che non inizia certo nel 1945, e neppure nel 1943. E responsabilità ha anche una parte del mondo antifascista, che non ha capito la falsità di questa legge, proposta del resto da un neofascista triestino, e quali sarebbero state le sue conseguenze negli italiani nella percezione della storia. Emblematico è che gli unici a votare contro, nel 2004, furono i pochi parlamentari di Rifondazione Comunista e dei Comunisti italiani, e oggi al Parlamento i comunisti non hanno più alcuna rappresentanza. Penso che questo sia anche il risultato della feroce propaganda nelle scuole e in ogni situazione pubblica portata avanti con questa legge. Una sorta di “soluzione finale”, politicamente parlando, della “questione comunista” in Italia.
Dianela Pez Torniamo alla parola chiave, fascismo, parola che sta diventando proibita in numerose località del FVG persino quando si depongono le pietre d’inciampo (che ricordano anche vari partigiani) o quando il 2 giugno si donano le Costituzioni (antifasciste) ai e alle neomaggiorenni. Ti chiederei quali pensi siano le sue metamorfosi, i diversi abiti che ha indossato, i trucchi con cui si mantiene vivo e vitale in Italia, in Europa, nel governo del mondo, i nemici (oppure i capri espiatori) che di volta in volta inventa e che prova a trasformare in nemici oggettivi e condivisi. Forse non utilizza – o non ovunque – la violenza squadrista, ma la violenza degli USA con l’ICE assieme ad un governo personale autoritario e la furia arrogante statunitense nel trattare i rapporti internazionali nonché quella israeliana genocidaria con Netanyahu ne sono la carta d’identità. Il suprematismo razzista, classista e coloniale occidentale che porta il mondo in guerra ne è espressione evidente. Il capo, il re del mondo ne sono il simbolo, come l’alleanza con gli imperi finanziari. È talmente pervasivo da non sapere da che parte prendere e rendere inoffensivi i suoi tentacoli. Pensi che tutto questo si possa chiamare fascismo oppure pensi che se tutto è fascismo allora nulla lo è, e che quindi la parola debba essere riservata solo a determinati fenomeni?
Alessandra Kersevan Posso rispondere sostanzialmente concordando con quanto esponi nella tua domanda. Uno dei metodi del metamorfismo del fascismo è quello per esempio di far pensare che fascismo sia solo quello che si è storicamente formato in Italia durante il cosiddetto ventennio. Per cui qualsiasi altra forma di repressione delle idee e di squadrismo politico-militare a sostegno del potere economico prima che politico di oggi non potrebbe essere chiamata fascismo e chi usa il termine viene tacciato di seguire idee obsolete e “di parte”. Ma storicamente, nel mondo antifascista, il termine fascismo ha sempre avuto un significato generale, designando qualsiasi forma repressiva delle idee e delle persone con violenza sia culturale, giudiziaria che fisica, al servizio delle classi dominanti. Come è cambiata la forma delle classi dominanti nel mondo (oggi il capitalismo finanziario), così anche le forme della repressione contro gli oppositori e le classi subalterne assume forme diverse, o meglio diversificate. Oggi si usano addirittura le istituzioni democratiche per introdurre forme di fascismo, come le leggi sulla “sicurezza”, la limitazione del diritto di sciopero, la censura nell’informazione e nella ricerca, i centri di detenzione per immigrati… Purtroppo molte sono state approvate anche in forma bipartisan, come la Legge del Ricordo, appunto, che impone una “verità di stato”… Però, per fortuna, ci sono e, mi pare, sempre più persone che stanno prendendo coscienza del metamorfismo del fascismo, anche di fronte alla estrema violenza linguistica e concettuale che il capitalismo sta dimostrando attraverso i suoi uomini politici di riferimento.
Dianela Pez Parliamo di alternative, di un’altra aspirazione di mondo. Ne abbiamo avute, possiamo riproporle in questa epoca? Se sì, in che forma? Di sicuro non allineandosi, magari in versione resa commestibile, alla visione neoliberista e coloniale che domina il mondo. In questo periodo di campagna referendaria abbiamo ritrovato (per molti e molte non era mai stato abbandonato) un punto di riferimento nel bisogno di Costituzione, nella sua centralità. Vanno riscritte e ridette la capacità di ascolto, la partecipazione, una rappresentanza reale. Il basso insomma, quello che prepotentemente emerge contro le guerre, contro il genocidio del popolo palestinese, per i diritti (salute in primis) divenuti privilegi: che ne pensi?
Alessandra Kersevan Anche in questo caso sono del tutto d’accordo con quanto dici. Gli ideali comunisti sono ancora, secondo me, un necessario punto di riferimento per contrapporsi al sistema economico e di potere attuale, che si sta dimostrando sempre più un sistema disumano.
Aggiungo soltanto al tuo ragionamento, un aspetto che durante la campagna per il referendum mi pare non sia stato molto ricordato. E cioè: quando parliamo di difesa della Costituzione, a quale Costituzione ci riferiamo? Perché la Costituzione è già stata modificata diverse volte, anche con approvazione popolare, non ultima quella della riduzione del numero dei parlamentari, che secondo me è stata limitativa e addirittura lesiva dei diritti di rappresentanza politica dei cittadini. Per cui ritengo che un ragionamento sulla Costituzione attuale, un raffronto e una riflessione su com’era e su com’è, se cioè corrisponda ancora del tutto alle intenzioni dei costituenti andrebbe fatta. Una riflessione anche su come la Costituzione sia stata ripetutamente violata nei fatti e nella pratica, senza che ci sia una necessaria reazione politica: faccio solo alcuni esempi, come il finanziamento sempre più massiccio da parte dello Stato alle scuole private (vietato dall’art. 33); oppure l’art. 10, che dovrebbe garantire l’accoglienza e il diritto d’asilo a coloro che sono perseguitati nei loro stati. Oppure mi riferisco all’art. 11, quello che ripudia la guerra, che nel corso dei decenni è stato ripetutamente violato non solo con la partecipazione ad aggressioni come il bombardamento di Belgrado nel 1999 (governo D’Alema, di cui faceva parte anche l’attuale presidente Mattarella), ma anche con lo sviluppo enorme dell’industria e del commercio delle armi. Altri esempi verranno in mente ai lettori. Insomma credo che nel mondo antifascista si imponga un grande ripensamento e ripresa di attivismo politico intorno a tutto questo.
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