SUL “VALORE” DEI POVERI MORTI DI GAZA E LA CULTURA DELLA DISUGUAGLIANZA RADICALE COME MATRICE DEL GENOCIDIO
Documento inviato in redazione da una collaboratrice del mensile Lavoro e Salute.
LICEO GALILEO FERRARIS Taranto

A fronte dell’enormità di quanto si sta consumando sui litorali del Mediterraneo in Terra di Palestina, sento il dovere di proporre una breve riflessione alla Comunità del nostro Liceo.
La guerra è di per sé nefanda, che vuol dire indicibilmente malvagia; basterebbe il fatto che in
guerra i morti degli “altri” non hanno mai la stessa rilevanza dei “nostri”. Ma, ecco, ci sono
situazioni in cui la sproporzione di valore tra “noi” e gli “altri” diviene abnorme: questo accade
ogni volta che gli “altri” sono rappresentati come non-uomini, e in qualche modo ridotti a
Untermenschen (Sottouomini).
Quest’ultimo fu un termine caro ai Nazisti, ma purtroppo lo troviamo applicato, come principio
fondatore di prassi disumane, in diversi altri contesti storici, che ben presto, inevitabilmente,
hanno assunto il carattere di matrice di un genocidio (Indigeni delle Americhe nel XVI secolo e
poi in particolare nel XIX con l’espansione degli Stati Uniti a danno dei Pellerossa; Nama e
Herero nell’Africa del Sud Ovest alla fine dell’Ottocento; popolazioni del Congo sotto il regno di
Leopoldo II del Belgio, nello stesso periodo; Olocausto degli Armeni per mano dei Turchi tra il
1915 e il 1923; genocidio dei Cambogiani ad opera dei Khmer Rossi dal 1975 al 1979;
massacro dei Tutsi in Ruanda ad opera dei Tutu tra l’aprile e il luglio 1994; … ed altri casi che
qui non si elencano… e ora il genocidio dei Palestinesi ad opera degli Israeliani).
La pluralità e attendibilità delle fonti, infatti, non lascia ormai dubbi sulla possibilità di applicare
all’attuale terribile contesto della violenta occupazione della Striscia di Gaza da parte
dell’esercito di Israele, questo termine immenso e quasi inconcepibile, “nefando”, appunto:
ossia “genocidio”.
Per questo “crimine senza nome”, come lo definì Winston Churchill nel 1941, ben presto la
definizione fu trovata, con tragica precisione, a seguito della scoperta dell’universo dei lager
nazisti. La parola, introdotta per la prima volta nel 1944, derivante dalla fusione del greco
γένος (ghénos, “razza”, “stirpe”) con il latino caedo (“uccidere”), da allora è entrata nell’uso
comune, iniziando ad essere considerata come indicatrice di un crimine specifico, recepito nel
diritto internazionale (che oggi alcuni, non caso, vorrebbero ignorare e calpestare) e quindi nel
diritto interno di molti Paesi.
L’11 dicembre 1946 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con la risoluzione 96 (I), definì il
genocidio come «una negazione del diritto all’esistenza di interi gruppi umani, poiché l’omicidio
è la negazione del diritto alla vita dei singoli esseri umani». La risoluzione precisava inoltre che
«molti casi di tali crimini di genocidio si sono verificati quando gruppi razziali, religiosi, politici e
di altro genere sono stati distrutti, in tutto o in parte». Quindi, il 9 dicembre 1948 l’ONU
adottò, con la risoluzione 260 A (III), la Convenzione per la prevenzione e la repressione del
delitto di genocidio, che all’articolo II definisce il genocidio nell’ambito del diritto
internazionale:
«Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di
distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come
tale:
(a) uccisione di membri del gruppo;
(b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
(c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare
la sua distruzione fisica, totale o parziale;
(d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
(e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro.»
E’ difficile non riconoscere questo insieme di caratteristiche presente nei tragici fatti di Gaza!
Successivamente agli eccidi avvenuti negli anni Novanta nella ex Jugoslavia e in Ruanda, nel
1998 lo Statuto di Roma (sì, proprio da noi, in Italia!) istituì la Corte penale internazionale
(International Criminal Court, ICC) quale tribunale permanente per crimini internazionali con
sede all’Aia, nei Paesi Bassi, operativo dal 2002 e separato dalle Nazioni Unite. Lo statuto della
Corte Penale Internazionale prevede che essa abbia competenza su crimini di genocidio,
crimini contro l’umanità, crimini di guerra e di aggressione. L’articolo 6 è dedicato
espressamente al “Crimine di genocidio'” e riprende letteralmente la definizione della
Convenzione del 1948.
Quando una popolazione di esseri umani è considerata da un’altra alla stregua di ratti, cioè
come esseri privi di valore ed anzi nocivi, allora presto o tardi diventa inevitabile, in quanto
“giusto” e “buono” secondo tale disumanante logica aberrante, sterminarne i membri senza
pietà.
E’ l’alba di un nuovo genocidio.
E l’odio più fanatico ed estremo – incredibile a dirsi – può accompagnarsi allora persino ad una
“tranquilla coscienza” che abita i massacratori e li fa restare sicuri e sereni, a tal punto le
masse accecate, infettate dalla peste del fanatismo estremo e razzista sotto la guida di capi
luciferini, possono perdersi negli abissi della disumanità più empia.
Sapremo noi riconoscere agenti nell’attualità questi elementi già visti in passato? Li studiano
nei libri di storia, le nostre studentesse e i nostri studenti, figli e figlie di voi genitori che mi
leggete: saranno in grado loro e saremo in grado noi di riconoscerli presenti in questo
momento, mentre respiriamo, leggiamo, ci divertiamo, pensiamo, osserviamo, meditiamo? Ah!
se questo non accadesse, veramente dovremmo riconoscere che la scuola opererebbe invano,
e la nostra cultura servirebbe a ben poco.
Gaza è terra grande come i comuni di Taranto e Crispiano insieme. I numeri degli uccisi di
Gaza, ormai tendenti all’enorme cifra di 100.000 morti su una popolazione di circa 2 milioni (e
dietro ad ogni “unità” assassinata sta un povero essere umano come me e come voi); e i
numeri della moltitudine immensa dei feriti orrendamente nel corpo e nella psiche, sono il
frutto mortale di una cultura intrisa di disuguaglianza estrema, purtroppo profondamente
radicata nell’Israele di oggi, in base alla quale, stando anche alle dichiarazioni rilasciate da
molte autorità politiche e riportate dalla stampa internazionale, sembrerebbe di poter dire che
per molti abitanti di quel Paese “l’unico Palestinese buono è il Palestinese morto”.
Quella “cultura” intrisa di disuguaglianza estrema è una peste sempre pronta a risorgere tra gli
umani: oggi, mentre noi siamo vivi e assistiamo costernati e i nostri Governi dovrebbero
intervenire a soccorso ma non lo fanno, quella cultura alligna nella prospera terra dello Stato
sorto per ospitare proprio i perseguitati della Shoà – genocidio che ogni anno ricordiamo il 27
gennaio – molti dei quali, però, da discendenti delle vittime si sono trasformati in zelanti
carnefici di un nuovo Sterminio: sotto i nostri occhi.
Abituiamo, dunque, i nostri figli / nostri studenti a riconoscere sempre il male e le radici
profonde che lo alimentano, perché esso non attecchisca in loro e non domini la società in cui
vivranno; affinché, al contrario, sappiano battersi attivamente per contenerlo, combatterlo ed
eliminarlo. Anche nel periodo estivo, pur giustamente dedicato a svago e ristoro: poiché la
contesa tra la tendenza verso gli abissi del male e l’aspirazione alle vette del bene non conosce
periodi di vacanza in nessun luogo e in nessuno.
In particolare, noi sappiamo che educare al valore dell’uguaglianza sostanziale e radicale è il
miglior antidoto per i nostri giovani che, così, diventando adulti, non cadranno nelle trappole
mortifere del razzismo e dell’odio più bestiale: lo vedemmo ieri produrre i lager, oggi vediamo
diversamente in azione sui lidi insanguinati del Mediterraneo, nella desertificata Terra di Gaza.
Taranto, 23 luglio 2025
Il Dirigente scolastico
dott. prof. Marco Dalbosco
documento firmato digitalmente ai sensi del Codice dell’Amministrazione Digitale
(d.lgs. 82/2005 e ss. mm. e ii.)










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