Trieste, gli spazi occupati dalle persone migranti bruciano

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Cause incerte, strumentalizzazione, condizioni di sopravvivenza estreme e accoglienza insufficiente: il quadro di talune “fragilità strutturali”
Giovedì 13, verso sera, è divampato un incendio nei magazzini abbandonati del Porto Vecchio di Trieste, l’ultimo di una serie di episodi verificatisi nelle ultime due settimane. Il precedente risale a lunedì, pressoché alla stessa ora, e un altro ancora a dieci giorni prima. Questi edifici che costeggiano il mare e a pochi passi dalla stazione, rappresentano un frammento dimenticato della città: una zona in parte riqualificata e in parte lasciata al degrado.

Dentro i magazzini
Nonostante le condizioni strutturali critiche, questi spazi sono abitati. Chi vi trascorre l’autunno in questi stabili abbandonati? Gli magazzini sono spogli, freddi e sporchi; dimenticati esattamente come le persone che li occupano: i migranti della rotta balcanica.
I saloni fatiscenti vengono adattati con ciò che si ha a disposizione: coperte appese a isolare le finestre, altre stese a terra insieme ai sacchi a pelo per tentare – invano – di scaldare l’ambiente. Le immagini rimandano a scenari di frontiera. Le dispense metalliche, arrugginite,
custodiscono i pochi beni personali disponibili: un sapone, un deodorante, un ricambio di pantaloni per i più fortunati, qualche scorta di cibo.
Tra le mura scrostate dei magazzini del Porto Vecchio, si cucina quando il cibo c’è. Il chai, preparato con cura nonostante la mancanza di tutto, rimane uno dei pochi frammenti di quotidianità che queste persone riescono a conservare del loro passato: un gesto semplice che aiuta a colmare, per quanto possibile, la nostalgia della famiglia e di una casa lontana.

La frontiera burocratica
Oggi qui vivono tra le cento e le duecento persone, un numero variabile perché Trieste non è la meta finale, ma la prima città italiana che uomini e ragazzi provenienti da Nepal, Afghanistan, Pakistan e Bangladesh incontrano. È il primo punto di speranza dopo viaggi che durano anni.
Tutti condividono lo stesso stato d’animo: l’attesa. L’attesa di un appuntamento in questura, di un documento, di conoscere la regione di trasferimento, di trovare un lavoro.
Ma ancora prima dell’attesa del futuro, arrivati in città attendono in fila per mangiare, per un paio di scarpe, una coperta, un bicchierino di sapone al centro diurno. Persone che, nonostante condizioni disumane, chiedono aiuto in modo discreto: un aiuto che dalle
istituzioni tarda ad arrivare e che la rete solidale tutt’attorno prova a tamponare.
Per molti questa precarietà si accompagna a una sfiducia profonda. Per alcuni l’attesa si è trasformata in rassegnazione, e la rassegnazione in una sorta di abitudine: la quotidianità nei magazzini, per quanto dura, è diventata routine. È facile, per chi guarda da fuori, giustificare l’abbandono istituzionale ragionando in termini di legalità o illegalità dei loro spostamenti. Ma questo accade anche perché per noi è quasi impossibile immaginare una condizione simile: possediamo, banalmente, il terzo passaporto più forte al mondo. Ci è impossibile immaginare di vivere in stato di completo abbandono solo perché non desiderati, non riconosciamo il diritto alla mobilità come qualcosa da dover rivendicare. Eppure ad oggi anche le persone senza privilegi hanno coscienza globale d’essere umani.

L’allarme in piazza
Nella geografia cittadina, per raggiungere questi magazzini portuali abbandonati esiste un’unica via che costeggia la piazza della stazione, lo stesso luogo in cui ogni sera avviene la distribuzione della cena. Quando il rumore delle sirene dei vigili del fuoco si avvicina e le camionette sfilano una dopo l’altra lungo la strada, l’intera piazza si agita. I volontari si scambiano sguardi carichi di apprensione, sperando che nessuno si sia fatto male; i ragazzi, invece, fremono e si chiamano tra loro per capire chi di loro abbia perso tutto, ancora una volta. In quei minuti sospesi, la piazza intera trattiene il fiato.
Alcuni ritengono che a innescare gli incendi possano essere i fornelli a gas utilizzati per cucinare. Altri sottolineano l’anomalia della frequenza con cui questi episodi si stanno ripetendo, così ravvicinati nel tempo. Altri ancora osservano come gli abitanti di questi luoghi
siano spesso percepiti come indesiderati.
Al momento non è possibile stabilire la causa dell’ultimo incendio, né sono state chiarite le dinamiche degli episodi precedenti. Sulla stampa locale, questi eventi vengono spesso strumentalizzati e raccontati quasi esclusivamente per alimentare indignazione e rabbia nell’opinione pubblica, mentre resta in ombra la condizione reale delle persone coinvolte. Si tratta, in definitiva, di esseri umani costretti a dormire in edifici abbandonati, in condizioni di sporcizia e degrado, che vedono andare in fumo quel poco che possiedono: materiali raccolti facendo la fila o sperando di incrociare lo sguardo di un volontario durante la distribuzione.
Qualunque sia l’origine di questi roghi, un fatto appare evidente: se queste persone vivono nascoste in edifici instabili, lontane dallo sguardo pubblico e dalla coscienza collettiva, è perché così vengono di fatto “accolte” dalle istituzioni.

Conclusioni
Dopo lo sgombero dell’ex Silos, verso la fine dell’estate, qualcuno aveva dichiarato – invano – di aver “ripulito” la zona, come se gli spazi abitati da esseri umani fossero una variabile del decoro urbano. La realtà è che le strutture destinate all’accoglienza non sono mai state sufficienti. I posti letto e i luoghi dove ripararsi dal freddo esistono, ma sono sovraffollati. Ogni sera, quasi tutti raggiungono la piazza per l’unico pasto sicuro della giornata. Esistono
opportunità anche per il pranzo, ma non sempre vengono utilizzate: mancano le energie, manca l’informazione, manca a volte la forza emotiva per spostarsi e chiedere. Prevale uno sconforto profondo, una sorta di immobilità generata dall’accumularsi di traumi, stanchezza e incertezza. A tarda sera segue la distribuzione delle coperte, resa possibile solo grazie a un impegno dal basso – a partire dall’associazione Linea d’Ombra – e a un’ampia rete di sostegno
proveniente da tutta Italia. Quando la notte avvolge la città, i volontari lasciano la piazza e ciascuno cerca riparo dove può.
Tra chi offre aiuto, affiorano domande difficili: come si sostiene chi sembra non riuscire più a sostenere se stesso? È possibile parlare di integrazione quando la priorità è sopravvivere alla giornata?
Da quando incendi e occupazioni sono finiti sotto i riflettori, la rappresentazione mediatica e il dibattito pubblico assumono un peso decisivo. Molta stampa locale inquadra questi episodi entro i confini del “decoro urbano” o della “tensione sociale”, lasciando sullo sfondo la condizione delle persone coinvolte.
Ancora più eloquente è il linguaggio dei social: «Lassé che i brusi» (lasciate che brucino), «Bastardi d’importazione», «Espatrio e basta», «Ruspe e via… questi edifici vanno murati… o vigilanza h24».

Commenti che trasformano la sofferenza in scherno o rabbia, alimentando una narrazione che stigmatizza invece di comprendere.
In questo clima, nel novembre 2025 il Comitato “Remigrazione e Riconquista” ha organizzato un sit-in nel centro cittadino, esponendo cartelli e striscioni che chiedevano controlli più rigidi sull’immigrazione ed espulsioni accelerate. Una mobilitazione poco partecipata ma simbolicamente rilevante, perché contribuisce a consolidare l’idea che la presenza dei
migranti rappresenti un problema di ordine urbano, una deviazione dal presunto equilibrio della città, più che il risultato di politiche insufficienti e di un’accoglienza frammentata.

Dietro questa narrazione si nasconde anche una semplificazione più ampia: l’idea che abbiamo noi occidentali che per noi la Storia fosse finita. Una tendenza a ridurre le migrazioni a un fenomeno inaccettabile negando ogni analisi sulle cause strutturali che spingono milioni di persone a partire. Si dimentica così che i percorsi migratori contemporanei non sono
semplici movimenti spontanei, ma l’esito di processi storici segnati da squilibri economici globali, estrazione di risorse, guerre per procura, accordi commerciali ineguali, esternalizzazioni delle frontiere. Si omette il ruolo che l’Occidente ha avuto – e continua ad avere – nella distribuzione delle ricchezze del pianeta, nel condizionare economie fragili, nel sostenere governi instabili quando fa comodo, nell’alimentare crisi climatiche che colpiscono con più forza chi ha meno strumenti per difendersi.

Presentare queste migrazioni come un semplice “afflusso” carico di problemi locali permette dunque di ignorare responsabilità politiche più profonde e trasversali: trasformare un fenomeno globale in un’emergenza di quartiere alleggerisce la coscienza.
Per chi ogni giorno a Trieste tenta di offrire sostegno morale, materiale o finanziario, voltarsi dall’altra parte è impossibile.

Restare in silenzio davanti alla precarietà estrema delle condizioni di vita di queste persone – e soprattutto davanti alla sensazione che qualcuno voglia spingerle a non sentirsi mai “bene”, in senso umano – è altrettanto impossibile. La speranza è che questi episodi non vengano normalizzati né relegati a rumore di fondo, ma trovino finalmente spazio per essere compresi e affrontati. Solo così sarà possibile fare luce
su una realtà che una parte consistente della città continua a ignorare.

D. Lorenzoni – F. Costantini

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