Un batterio al potere. In Calabria si grida all’emergenza per trasformare il territorio agricolo

I primi giorni di settembre è stata resa pubblica la notizia del ritrovamento in Calabria di xylella fastidiosa, un batterio da quarantena che sarebbe la causa del disseccamento degli ulivi. Un decreto regionale ha ufficializzato il rilevamento della sottospecie pauca del batterio su sette alberi di ulivo nel comune di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria. Le analisi, condotte dal sistema fitosanitario regionale e validate dal Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria), hanno portato all’immediata istituzione di un’area delimitata, che comprende una zona infetta e una fascia cuscinetto di circa due chilometri. Nei giorni successivi, le dichiarazioni istituzionali hanno assunto toni che richiamano da vicino quelli già osservati in Puglia durante la cosiddetta emergenza del disseccamento degli ulivi, durata oltre un decennio, di cui abbiamo scritto sul numero 12 de Lo stato delle città. L’assessore regionale all’agricoltura ha definito il ritrovamento “un inizio di epidemia” e ha affermato che la Regione interverrà “con grande determinazione” per evitare che il fenomeno possa propagarsi ulteriormente. Parallelamente, rappresentanti del mondo tecnico e agronomico hanno invocato una risposta “immediata, coordinata e rigorosamente fondata sulle evidenze scientifiche”, sottolineando la necessità di applicare tempestivamente le misure di eradicazione e rafforzare la sorveglianza del territorio.

Per comprendere la portata di tali dichiarazioni occorre ricordare la vicenda pugliese della xylella nel Salento, dove dal 2013 il disseccamento degli ulivi è stato progressivamente ricondotto, nel discorso istituzionale e mediatico dominante, alla presenza del batterio. In quel contesto, una crisi ecologica estremamente complessa è stata quasi sempre rappresentata attraverso una spiegazione con un’unica causa, nella quale xylella è divenuta il principale fattore interpretativo del fenomeno. È proprio questa eredità narrativa e politica che sembra riemergere oggi in Calabria, ancora prima che si registrino manifestazioni diffuse di disseccamento assimilabili a quelle osservate nel Salento. Il ritrovamento del batterio xylella in Calabria sembra prefigurare la riattivazione di un dispositivo ormai familiare nel panorama agricolo meridionale. Prima che emergano evidenze di fenomeni significativi e prima che si apra una discussione approfondita sulle caratteristiche specifiche del contesto locale, il dibattito pubblico appare già orientato verso misure straordinarie: delimitazione delle aree infette, programmi di eradicazione, sostituzione delle varietà tradizionali con cultivar considerate resistenti, nuovi programmi di finanziamento per la riconversione agricola.

Come è accaduto in Puglia, la presenza del batterio tende rapidamente a trasformarsi in una condizione emergenziale che giustifica l’attivazione di specifiche forme di intervento sul territorio. L’aspetto più significativo non risiede nell’individuazione dell’agente patogeno, bensì nel processo attraverso il quale la sua presenza viene tradotta in una particolare forma di governabilità. Ciò che osserviamo non è soltanto una risposta a un rischio biologico paventato, ma la costruzione di un regime discorsivo che anticipa e orienta le possibili trasformazioni del paesaggio agrario.

In Calabria, allo stato attuale, non si registrano fenomeni di disseccamento diffuso assimilabili alla crisi che ha interessato il Salento. Eppure, la semplice identificazione del batterio sembra sufficiente a evocare scenari di devastazione, mobilitando immagini, narrazioni e strategie operative elaborate durante l’esperienza pugliese. In questo senso, xylella agisce non come organismo biologico, ma come segno politico capace di rendere imminente una catastrofe assente dal paesaggio visibile. L’emergenza non nasce necessariamente dall’osservazione di un disastro in atto, ma dalla costruzione di una minaccia potenziale che richiede interventi immediati. È precisamente questa anticipazione del rischio a produrre gli spazi di legittimazione per misure che altrimenti incontrerebbero maggiori resistenze sociali e politiche. L’emergenza fitosanitaria costituisce uno dei dispositivi attraverso cui prende forma la governamentalità, ovvero quell’insieme di pratiche, saperi e tecniche mediante cui i territori e le popolazioni vengono resi leggibili, amministrabili e trasformabili. Una volta definito il problema, diventa possibile stabilire quali conoscenze siano ritenute valide, quali soggetti siano autorizzati a intervenire e quali trasformazioni possano essere presentate come necessarie e inevitabili.

Come mostrano numerose osservazioni sviluppate negli anni della crisi pugliese, il disseccamento emerge dall’interazione tra una pluralità di organismi e processi: batteri, funghi patogeni, insetti vettori, stress idrici, cambiamenti climatici, pratiche agronomiche e trasformazioni socioeconomiche del mondo rurale. Al contrario, la riduzione del disseccamento degli ulivi alla sola presenza del batterio xylella assume un’importanza strategica. La semplificazione della complessità ecologica consente, infatti, di costruire una relazione causale lineare tra batterio e malattia, trasformando un fenomeno che coinvolge molteplici attori biologici, ambientali ed economici in un problema tecnicamente definito e amministrativamente gestibile. L’approccio emergenziale tende però a espellere questa complessità dal campo della rappresentazione pubblica. Ciò che resta visibile è una spiegazione mono-causale che identifica un nemico biologico e giustifica una risposta tecnico-amministrativa proporzionata alla minaccia costruita ad hoc per introdurre una vero e proprio mutamento, una trasformazione dei territori calata dall’alto, come spiega molto bene Giovanni D’Elia.

Anche le cifre hanno assunto una funzione narrativa. L’inesattezza numerica è ingrediente essenziale nella produzione dell’emergenza: le cifre catastrofiche vengono trasformate in strumenti di persuasione collettiva. Numeri, mappe, proiezioni e scenari futuri contribuiscono a costruire un immaginario della devastazione che rende difficilmente contestabile l’adozione di interventi straordinari. La crisi viene così narrata come inevitabile, mentre determinate soluzioni vengono presentate come le uniche razionalmente perseguibili. Ciò che emerge è qualcosa di più di una questione fitosanitaria. Attraverso il linguaggio dell’emergenza vengono ridefinite le forme di utilizzo della terra, le varietà considerate economicamente desiderabili, i flussi di finanziamento pubblico e le modalità stesse di abitare il paesaggio rurale. L’uliveto tradizionale, con la sua biodiversità varietale e la sua dimensione storico-culturale, rischia di essere reinterpretato secondo criteri sempre più orientati alla standardizzazione produttiva e alla gestione tecnica del rischio.

Come scrive il comitato Ulivivo, la forza della narrazione emergenziale sta proprio nella sua capacità di ridurre la complessità e rendere lineare qualsiasi passaggio logico. Disseccamenti uguale xylella; xylella uguale abbattimenti e sostituzioni; abbattimenti e sostituzioni uguale salvezza del territorio. Una concatenazione apparentemente semplice che, però, da un lato è basata sul falso assunto dell’equivalenza fra disseccamento e xylella (i dati ufficiali della Puglia dimostrano che la maggior parte degli ulivi disseccati non è positiva a xyella), dall’altro, occulta le vere ragioni alla base di tale sconvolgimento colturale e culturale. Come hanno mostrato numerose osservazioni e ricerche condotte in questi tredici anni in Puglia, gli alberi disseccati sono il risultato dell’incontro di molteplici attori biologici e ambientali: funghi patogeni, insetti rodilegno, pratiche agricole errate, condizioni climatiche estreme, impoverimento microbiologico e di sostanza organica dei suoli e trasformazioni economiche del mondo rurale. Ridurre tale complessità a un batterio significa impedire di considerare tutti i processi ecologici che rendono possibile l’emergere della malattia. È la stessa logica che porta a interpretare il paesaggio e tutti i caratteri di un territorio come uno sfondo passivo da correggere tecnicamente, piuttosto che come il risultato di relazioni storiche secolari, biologiche e sociali che coinvolgono esseri umani e non umani.

Parallelamente, l’attenzione pubblica raramente si concentra sugli effetti economici generati dall’emergenza. Ogni crisi apre, infatti, specifici flussi di finanziamento destinati a monitoraggi, analisi, espianti, produzione di biomassa, reimpianti con piante brevettate, riconversioni varietali e operazioni di svendita e gestione territoriale. In questo senso la xylella non rappresenta soltanto un problema fitosanitario, ma anche un dispositivo che mobilita risorse, ridefinisce priorità amministrative e contribuisce a trasformare il valore economico dei territori coinvolti. Le conseguenze riguardano tutti gli aspetti legati al territorio, da quello socio-culturale a quello economico, da quello identitario a quello della sovranità alimentare di chi abita quel territorio. Dove un tempo esistevano uliveti secolari composti da pregiate e uniche varietà locali, emergono nuovi assetti agricoli, nuove cultivar, nuove relazioni tra agricoltori, mercato e istituzioni. In altre parole, l’emergenza produce una vera e propria riconfigurazione territoriale. In Puglia l’emergenza xylella ha prodotto il crollo vertiginoso del valore dei terreni, la significativa riduzione del numero di piccoli e medi imprenditori agricoli, lo spostamento dei finanziamenti a sostegno dell’agricoltura verso le grandi aziende, la comparsa di numerosissimi progetti per la realizzazione di impianto eolici e fotovoltaici.

La possibile estensione del modello pugliese alla Calabria appare dunque come un processo di territorializzazione dell’emergenza. Non si tratta semplicemente di contenere un batterio, ma di rendere il territorio disponibile a nuove forme di pianificazione, investimento e riconfigurazione agricola. In questo senso, la presenza della xylella opera come un punto di ingresso attraverso cui diventa possibile intervenire sul paesaggio, riorganizzare le economie locali e ridefinire gli stessi criteri di valore attribuiti alle campagne mediterranee. La lezione che emerge dall’esperienza pugliese è che le crisi ecologiche non possono essere comprese unicamente come eventi naturali. Esse sono anche processi narrativi e politici che selezionano cause, producono evidenze e orientano interventi. Osservare ciò che accade oggi in Calabria significa allora interrogarsi non tanto sulla supposta diffusione di un batterio, ma sulla riproduzione di una forma di governo che, attraverso la retorica dell’emergenza, trasforma la complessità dei paesaggi in oggetti di amministrazione tecnica. È in questa traduzione della complessità in governabilità che si gioca la vera posta in gioco della questione xylella nel Mezzogiorno. (giuseppe vinci)

7/10/2026 https://napolimonitor.it/

Immagine: disegno di sam3

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