UNO SGUARDO SUL CONTINENTE LATINO-AMERICANO. Testimonianze di donne migranti
Versione interattiva Lavoro e Salute Ottobre 2026 – Lavoro & Salute – Blog
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Un argomento sulla situazione sociale, politica, economica dell’America latina è molto complesso da trattare, intanto perché si tratta di un continente con diversi Paesi i quali, nonostante le analogie, presentano anche molte differenze: storie diverse, evoluzioni o involuzioni differenti, problematiche specifiche. Ma per noi, che negli anni ’70 eravamo giovani militanti, l’America latina esercita ancora un grande fascino come simbolo di lotte per la liberazione ed elaborazione di nuovi sistemi politici ed economici. Basti ricordare, tra gli altri, alcuni nomi: Fidel Castro, Che Guevara, Simon Bolivar, Salvator Allende, Ugo Chavez ecc.
Ma, per averne almeno un’idea di prima mano, la cosa migliore è ascoltare la voce di persone che da lì sono emigrate e sono venute a vivere in Italia. Riporterò alcuni aspetti salienti delle testimonianze di due signore, particolarmente significative a mio avviso E poi riporterò per intero una breve intervista fatta a una operatrice sociale volontaria che si occupa di sostegno e formazione a persone – soprattutto donne, ma anche ragazzi – latinoamericane.
Le testimonianze delle due donne da me intervistate – entrambe provenienti dal Perù – riguardano tre ambiti fondamentali della loro esperienza e del loro vissuto:
- Per quali motivi sono sono andate via dal loro Paese.
- Quali erano i problemi più rilevanti che, a loro avviso, rendevano difficile la vita in quel contesto.
- Quali difficoltà hanno incontrato una volta stabilite in Italia e come hanno potuto integrarsi.
Questa è la testimonianza di Jenny:
“In Perù facevo la domestica, ma dalla Sierra dovevo andare a Lima. La casa da pulire era grande. Ho fatto questo lavoro per 3 – 4 anni…
Non potevo più seguire i miei figli. Il padre dei miei figli ha sempre pensato a loro, aiutandoli finanziariamente, ma non si preoccupava per me… La difficoltà in Perù per gli zii che mi seguivano era pagare i miei studi. L’istruzione costa, è privata…La situazione in Perù è sempre uguale. Adesso c’è una Presidente donna. Dovrebbe fare delle riforme ma occorre aspettare almeno qualche anno…
Tanti venezuelani sono emigrati in Perù. Hanno impoverito il Paese e fatto crescere la criminalità. Quelli che rubano sono per lo più stranieri (colombiani, venezuelani)…Le condizioni di vita in Sudamerica sono difficili. Per questo molti emigrano. Io sono emigrata per aiutare i miei figli.
In Italia ho frequentato una scuola dove tengono dei corsi per insegnare a fare le badanti. Per imparare l’italiano ho frequentato il corso al CPIA di Chieri.
Ora vivo qui.
Ho dovuto fare la colf, poi la badante a una signora anziana. Per la regolarizzazione devi dimostrare di avere un lavoro. E non è facile ottenere i documenti, c’è una fila lunghissima. Io ho dovuto dormire per tre notti fuori dalla questura. La terza volta ho avuto la prenotazione, mi hanno preso le impronte. Il 28 febbraio 2026 ho avuto il permesso di soggiorno.
Dopo 60 giorni avrei potuto cercare lavoro.
Ho avuto la mia formazione presso una scuola gestita da suore, in prevalenza latinoamericane, a Torino. Poi a Chieri ho frequentato il corso di italiano presso il CPIA…
Ho seguito ultimamente una coppia di anziani, lui con la demenza, ma in agosto di quest’anno ho dovuto lasciare il lavoro per motivi di salute miei. Avevo disturbi fisici, il lavoro mi creava ansia e la notte non riuscivo a dormire. Ho sopportato per un anno e mezzo, poi non ce l’ho fatta. Ora riesco a dormire ma devo prendere un ansiolitico. Mio figlio minore lavora in una gelateria…Almeno i miei figli penso che qui si siano integrati bene“.
Riporto adesso la testimonianza di Charo, anche lei peruviana.
“Sono arrivata in Italia nel 1998, vengo dal Perù. Il Perù si trova in un caos politico tuttora non superato. Al governo c’era Fusimory. Adesso c’è la figlia che ambisce ad andare al potere.
Durante le votazioni, i miei amici mi dicevano: Vota il meno peggio. Ma chi è il meno peggio? Quello che ruba di meno?
Noi Peruviani non vogliamo una crescita fuori controllo. Sono tanti i problemi nel Paese. C’è molta povertà, problema che non si vuole risolvere. Molta ignoranza a causa della mancanza di istruzione. Molta delinquenza. Perché questo? Chi ha il potere di decidere pensa prima ai propri interessi e poi a quelli della popolazione civile…
La maggior parte della popolazione da noi è ignorante, perché non prosegue negli studi. Da noi è gratuita solo la scuola elementare. Se si vuole proseguire, l’istruzione è a carico delle famiglie e bisogna comprare anche la divisa. Inoltre, molti ragazzi, oltre ad andare a scuola, lavorano. Il lavoro minorile è molto diffuso e molti ragazzi, anche giovanissimi, vanno in giro a vendere quello che possono: sigarette, caramelle, prodotti vari. Oppure puliscono le scarpe. Lo devono fare per rimediare in parte alla povertà e guadagnarsi da vivere.
Ma c’è anche una minoranza di persone molto ricche. La ricchezza proviene da eredità oppure anche dal commercio di droga. Ci sono molti malavitosi, come per la mafia chiedono il pizzo.
Per quanto riguarda le donne, finché ci sono stata io c’era una grande sottomissione. Adesso è un po’ diverso.
Ma quando io ero ragazza per una giovane donna non c’era molta possibilità di proseguire negli studi. Io per esempio avrei voluto studiare lingue, ma la famiglia non mi permetteva di spostarmi dalle Sierre per andare in città… Le maggiori oppressioni per le ragazze venivano dalle madri, che impedivano loro di essere diverse da come imponeva il modello sociale.
Questo portava spesso a grande conflittualità nei rapporti tra madre e figlia, e io stessa ne ho fatto l’esperienza. Non ho mai avuto con mia madre un rapporto confidenziale…
Il modello era: un padre padrone e una madre succube. Io stessa sono stata vittima di questo modello. A 18 anni ho deciso di andarmene e ho approfittato della ospitalità offertami da una mia cugina già emigrata. Ho lasciato il mio fidanzato, qui ho poi conosciuto il padre di mia figlia.
In Italia sono arrivata a Torino, abitavo vicino all’ospedale San Giovanni Bosco. La cosa che mi ha colpito è che, forse a causa del colore della mia pelle un po’ più scura, mi guardavano con sospetto. Io cercavo di essere gentile con tutti, dicevo “buongiorno”, ma vedevo che gli altri mi guardavano con diffidenza e stringevano la borsetta. Mi sono sentita ferita.
Ho cominciato a lavorare come assistente privata di una signora di 101 anni che era stata la dama di compagnia della regina Elena dei Savoia. Suo marito era l’autista. Era molto faticoso lavorare con lei perché non voleva mettere il pannolone e la notte mi chiamava spesso. Una notte è caduta e io non l’ho sentita subito perché dormivo. Ero molto stanca. La situazione era critica anche per i suoi parenti perché lavoravo al nero. Allora non avevo documenti. Così l’hanno messa in un ricovero…
Ho sempre guardato anziani. Poi ho assistito i genitori di un medico per 12 anni. Sono diventati la mia famiglia.
Ora sto frequentando un corso da OSS, così potrò lavorare nelle RSA oppure nelle Case di Comunità, negli ospedali psichiatrici, o nelle scuole per fare sostegno ai ragazzi disabili.
Sono stanca di fare la colf. Voglio cambiare lavoro.
In Italia però ho avuto anche la soddisfazione di conoscere mio marito, ho avuto una figlia che ora frequenta le scuole medie.
Tornerei volentieri nel mio Paese, ma so che lì ci deruberebbero. C’è ancora molta delinquenza.”
Ed ecco infine la breve intervista fatta a Luciana Rinaudo, l’operatrice volontaria che si occupa di seguire proprio il gruppo di latinoamericani emigrati e residenti nel nostro Comune.
D: Perché ti interessi tanto alle persone immigrate dal Latinoamerica?
R: L’interesse è nato quando mia figlia lavorava per la sua tesi sull’America latina. Ho letto molti autori latinoamericani: Marquez, Sepulveda, Allende. E mi ci sono appassionata.
Ho sostenuto per i suoi studi una bambina che veniva dal Brasile. Poi insieme a mia figlia abbiamo sostenuto a distanza un ragazzo che è anche venuto a trovarmi.
Ho scoperto qui a Chieri le famiglie peruviane tramite una Associazione durante il periodo del Covid e con loro è nata un’amicizia fraterna.
D: Chi sono le persone che segui?
R: Si tratta soprattutto di donne madri che vengono qui per lavorare e sostenere la propria famiglia. A volte lasciano i figli in Perù, poi magari appena possono li portano qui.
Un problema per loro è l’apprendimento della lingua italiana. Per questo mi sono subito attivata con un progetto di insegnamento della lingua e di sostegno nello studio per i figli di queste donne che sono poi inseriti nelle scuole. E’ un progetto che si sta allargando.
D: Come arrivano queste persone dal loro Paese?
R: Arrivano all’inizio con permesso turistico. Emigrano dai loro Paesi perché lì c’è pochissimo lavoro, tanta mafia e tanta violenza. Loro vengono qui per dare un futuro ai loro figli.
Arrivano qui tramite appoggi di connazionali, che a volte però tentano di sfruttarle. Fanno loro un prestito per il viaggio, prestito che si fanno strapagare. Inizialmente trovano lavori al nero. Poi, grazie all’aiuto anche di Associazioni come la nostra (un tempo Donne Solidali) o a rapporti di amicizia possono attivare un percorso di regolarizzazione aiutate dall’Ufficio Pastorale Migranti di Torino. Io stessa spesso le accompagno e le seguo in questo percorso.
Una volta ottenuto almeno un permesso ordinario, possono rimanere sul territorio ed essere assunti con regolare contratto. Hanno così diritto ad avere Carta d’identità, codice fiscale e medico. Di solito tutto questo richiede 4 o 5 mesi di tempo.
D: Un volta regolarizzati, che lavori trovano?
R: La maggior parte di loro, quasi l’80%, svolge il lavoro di badante, lo svolge in maniera intensiva, a volte in condizioni proibitive.
Gli uomini di solito chiedono la protezione come Rifugiati politici perché perseguitati dalla mafia.
Così alle donne danno il permesso di soggiorno classico mentre agli uomini quello per protezione, che è molto più difficile da ottenere. Gli uomini sono molti di meno e la loro richiesta deve passare al vaglio di una Commissione.
D: Oltre a sostenerle nel percorso di regolarizzazione, tu come le sostieni?
R: Attraverso un sostegno allo studio. Innanzi tutto per l’italiano, anche per aiutarle a sbrigare le cose pratiche. Posso fare da interprete perché conosco lo spagnolo. Purtroppo c’è anche il problema che molti datori di lavoro non consentono loro di frequentare il CPIA. E su questo spesso devo insistere. Inoltre molti preferiscono pagarle al nero, perché così risparmiamo.
Alcune di loro frequentano anche il corso da OSS o da collaboratrice familiare per ottenere una qualifica.
E spesso devo seguirle e sostenerle anche su problemi di salute, sia fisici che psicologici. Per me sono come delle sorelle di vita.
Qualcuna, con mia grande soddisfazione, ha ottenuto un titolo di studio che le dà modo di svolgere un lavoro regolare e con tutti i diritti riconosciuti. Ad esempio: Maritza ha preso il diploma come fisioterapista ed Elvia è diventata infermiera professionale.
D: La loro opera è richiesta sul nostro territorio?
R: Certo, è molto utile! La nostra cittadina è piena di anziani che vivono soli. Uno dei nostri progetti sarebbe quello di attivare una Rete di soccorso per le emergenze. Ma occorre anche la collaborazione delle Istituzioni. Un altro progetto, che seguo insieme con il Comune, riguarda il sostegno ai minori.
Mie conclusioni: da queste voci emergono molti flashes sulle condizioni di vita e sui problemi che affiliggono un Paese latinoamericano. Sicuramente occorrerebbero anche voci da altri Paesi e un’analisi della situazione più dettagliata e precisa. E’ un lavoro che si potrebbe fare in futuro.
Per concludere sottolineo che Luciana da tempo si dedica a queste emergenze, a un gruppo di immigrati che è praticamente invisibile. E’ lei che in periodo estivo, o in condizioni di necessità delle persone anziane, o in situazione di emergenza mette in contatto le possibili care giver con la popolazione del territorio, bisognosa di assistenza. La sua opera è benemerita perché fa da mediatrice tra due impellenti bisogni umani e sociali, legati alla vita e alla salute.
E andatelo a dire a tutti quelli e quelle che sproloquiano di remigrazione!
Rita Clemente
Scrittrice. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
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