Vietnam, la lezione dimenticata dell’Occidente. L’attacco a Teheran, passando per Cuba e Venezuela: l’impero che non impara mai

La guerra del Vietnam avrebbe dovuto rappresentare, per gli Stati Uniti e per l’intero blocco atlantico, il punto di non ritorno nella convinzione che la superiorità militare possa piegare popoli, culture e processi storici. E invece, a mezzo secolo di distanza, quella tragedia sembra non aver insegnato quasi nulla.

I numeri parlano con una brutalità che nessuna retorica geopolitica può cancellare. Gli Stati Uniti persero oltre 58.220 soldati, più di 153 mila rimasero feriti e migliaia furono dichiarati dispersi. Ma il bilancio davvero devastante fu quello vietnamita: circa un milione di combattenti e due milioni di civili morti, villaggi distrutti, generazioni segnate dal napalm, dagli agenti chimici e dai bombardamenti sistematici. Una guerra combattuta in nome della “difesa della libertà”, ma vissuta da milioni di asiatici come un’invasione straniera.

Eppure, nonostante quella sconfitta politica, militare e morale, la logica che portò Washington nel Sud-est asiatico non è mai realmente scomparsa. Cambiano i nemici, cambiano le bandiere ideologiche, ma resta la convinzione che l’Occidente abbia il diritto — e talvolta il dovere — di esportare il proprio modello politico attraverso la pressione economica, le sanzioni, le operazioni militari o le “guerre umanitarie”.

Dopo il Vietnam sono arrivati l’Iraq, l’Afghanistan, la Libia, la Siria e oggi il Venezuela, l’ Iran e forse Cuba: interventi falsamente giustificati come necessari per la sicurezza globale o per la difesa della democrazia, ma conclusi con Stati destabilizzati, guerre civili, milioni di profughi e un crescente disordine internazionale. Anche in questi casi, come in Vietnam, si è sottovalutata la forza dell’identità nazionale, della resistenza locale e dell’odio che nasce quando una potenza straniera pretende di decidere il destino di altri popoli.

La verità è che il Vietnam non fu soltanto una sconfitta militare americana. Fu la dimostrazione storica dei limiti della potenza occidentale. Un esercito tecnologicamente invincibile non riuscì a piegare un popolo disposto a sopportare sacrifici enormi pur di ottenere indipendenza e sovranità. E quella lezione avrebbe dovuto insegnare prudenza, autocritica e rispetto per gli equilibri geopolitici regionali.

Invece, gran parte delle élite atlantiste ha continuato a leggere il mondo attraverso una visione messianica: da una parte il “bene democratico”, dall’altra i “nemici dell’ordine liberale”. Una semplificazione che alimenta nuovi conflitti e rende impossibile comprendere le ragioni storiche, culturali e politiche degli altri attori internazionali.

Il Vietnam resta così una ferita aperta non solo per gli Stati Uniti, ma per tutto l’Occidente. Non perché abbia mostrato la debolezza americana, ma perché ha rivelato l’incapacità delle grandi potenze di imparare davvero dal dolore che provocano. E forse la tragedia più grande è proprio questa: continuare a ripetere gli stessi errori credendo, ogni volta, che la storia andrà  diversamente.

Dal Vietnam a Teheran, passando per Cuba e Venezuela: l’impero che non impara mai

La guerra del Vietnam avrebbe dovuto segnare il limite storico dell’interventismo americano. Tre milioni e mezzo di morti, una devastazione che avrebbe dovuto insegnare agli Stati Uniti e ai loro alleati atlantici che nessuna superiorità tecnologica può sostituire il diritto dei popoli alla sovranità e all’autodeterminazione.

E invece quella lezione non è mai stata davvero assimilata.

Dal Vietnam in poi, la logica geopolitica occidentale è rimasta sostanzialmente la stessa: identificare governi ostili agli interessi di Washington, isolarli economicamente, demonizzarli mediaticamente e, se necessario, destabilizzarli attraverso pressioni militari, sanzioni o operazioni indirette. Cambiano i nomi dei nemici, ma non cambia il paradigma imperiale.

Oggi questo schema si ripete contro Iran, Cuba e Venezuela, tre Paesi diversi per storia, cultura e sistema politico, ma accomunati dall’essere considerati ostacoli all’egemonia americana.

Nel caso iraniano, da oltre quarant’anni Teheran è sottoposta a un sistema di sanzioni economiche, finanziarie e commerciali tra i più duri al mondo. Washington continua a colpire reti petrolifere, banche e trasporti marittimi iraniani nel tentativo di strangolare economicamente il Paese. Ma nonostante decenni di pressione, l’Iran non è crollato: ha invece rafforzato la propria autonomia strategica e le alleanze con Russia e Cina.

Anche Cuba continua a essere bersaglio di una politica di isolamento che dura da più di sessant’anni. Le recenti false accuse contro Raúl Castro e le nuove sanzioni contro funzionari cubani si inseriscono in una strategia di “massima pressione” apertamente rivolta al cambio di regime. L’embargo economico ha contribuito a creare gravi carenze energetiche e alimentari sull’isola, ma non ha piegato il sistema politico cubano. Anzi, ha alimentato nella popolazione il sentimento di assedio permanente e di resistenza nazionale.

Lo stesso vale per il Venezuela. Da anni Caracas è sottoposta a sanzioni economiche, sequestri di beni e pressioni diplomatiche. Washington ha colpito il settore petrolifero venezuelano e intensificato le misure contro il governo chavista, arrivando persino a sostenere apertamente progetti di transizione politica favorevoli agli interessi statunitensi. Infine l’ attacco criminale del 3 gennaio scorso con il rapimento di Nicolas Maduro e Cilia Flores. E, anche qui, il risultato non è stato la democratizzazione promessa, ma un aggravamento della crisi sociale ed economica.

L’Occidente continua così a raccontarsi come difensore della libertà, ma troppo spesso interpreta la libertà come coincidenza con i propri interessi strategici. Chi si oppone viene definito “regime”, “minaccia” o “asse del male”; chi si allinea diventa improvvisamente partner democratico, indipendentemente dal rispetto reale dei diritti umani.

Il Vietnam avrebbe dovuto insegnare che i popoli non dimenticano l’umiliazione straniera e che la forza militare non basta a costruire consenso. Ma la memoria storica sembra corta nelle capitali atlantiche. Cambiano le epoche, cambiano i presidenti, ma resta viva l’idea che gli Stati Uniti abbiano una missione globale da imporre al resto del mondo.

E forse è proprio questa la più grande sconfitta morale dell’impero: non aver imparato nulla dal sangue versato in Vietnam, continuando a produrre nuovi conflitti in nome della pace, nuove sanzioni in nome della democrazia e nuove guerre fredde in nome della libertà.

Laura Tussi

22/5/2026 https://www.farodiroma.it/

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