Vivendo con la gente i bisogni di Salute
di Emanuela Bavazzano
Vice Presidente di Medicina Democratica. Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
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“Rinnovare il welfare non deve essere uno slogan che riduce l’impegno dell’ente pubblico, al contrario deve rappresentare la sua riaffermazione, attraverso una sussidiarietà in grado di ricostruire una circolarità virtuosa, dove la collettività, attraverso tutti i soggetti organizzati, ha le opportunità e le garanzie di esprimere al meglio le sue potenzialità nel “prendersi cura”: un welfare che nasce all’interno delle comunità, un welfare che si traduce in una governance locale, che coordina le azioni di tutti in un dato territorio, al fine di orientare le politiche locali verso la promozione e lo sviluppo di politiche della vita.” (A.M. Zilianti, 2004)
Tra le pieghe di una complessità che richiede il pensiero critico per essere analizzata, si ritiene oggi più che mai necessario svolgere un esame attento delle traiettorie dell’impegno che compagne e compagni dedicano alla lotta per la difesa strenua del servizio pubblico. Si ritiene infatti che, per rendere esigibili i diritti di tutte e di tutti, particolarmente quelli di Salute, inteso quale costrutto multidimensionale (biopsicosociosanitario), senza fare di questo un vessillo vuoto di prassi, dobbiamo cogliere nel tempo presente le determinanti, positive e negative, per le quali ancora valga la pena impegnarsi dentro le realtà di solidarietà e mutualismo. Tra le pieghe di una complessità mai ridotta al banale compensare le carenze di un “ormai” l’ente pubblico sta fallendo ovvero non ci sono risorse, si cerca di leggere dentro l’attivismo ed il movimentismo il significato di ribaltare il sistema, che consiste nel chiedere che quello stesso sistema includa la partecipazione democratica, che significhi chiedere al pubblico di essere “servizio” ovvero continuare a rispondere, secondo i dettami costituzionali, alla domanda di Salute e di Sanità.
Per dare una risposta ai bisogni complessi di Salute si intende promuovere l’impegno rivolto alla Prevenzione (primaria, secondaria, terziaria) ed alla Promozione di una Qualità di Vita che includa tutte le co-determinanti (biologiche, psicologiche, sociali, sanitarie); per dare una o più risposte ai bisogni di Sanità si sottintende invece la necessità di ricorrere alla ed alle Cure laddove esistano le cause organiche, le conseguenze fisiche, quindi il bisogno di proporre rimedi ovvero lavorare quando già l’intero si sia frammentato, la fragilità, intesa già come una vulnerabilità agli urti, sia divenuta ormai presenza di malattie. Perché tra compagne e compagni spesso si dice che Curare significa innanzitutto Prendersi cura e questo comporta essere il Territorio che accoglie, supporta e sostiene; ma non si può negare che esistano fattori per cui l’Ospedale non possa delegare le sue funzioni, significando la necessità di interventi in cui alla malattia fisica non possa essere data risposta sociale (rimandando ad un volontariato non esperto), così come alla sofferenza psichica non debba essere data risposta solo sanitaria (sovente purtroppo consistente nella deriva organicista in un impianto capitalista, verso la sedazione chimica normativizzante).
Quale il ruolo del volontariato, delle persone – compagne e compagni ed anche semplici cittadine e cittadini, che abitano il sistema del Prendersi cura che virtuosamente accoglie, ma possibilmente non si accontenta e criticamente legge la dinamica complessa sottesa in un percorso storico, che almeno da venti anni riguarda lo scenario, particolarmente quello italiano? Si sta assistendo al passaggio da un modello “virtuoso” di sistema che ri-significa e spesso ri-colloca la partecipazione democratica dentro una dimensione comunitaria (comunità di cura, valorizzante le capacità della collettività) ad un modello “colpevole” di sistema capitalistico (valorizzante le abilità delle individualità, entro una matrice liberista di costruzione di logiche di impresa). Assistendo ad una evoluzione del volontariato stesso verso l’economia (sociale) ed il no-profit, ci si chiede se il modello dell’impresa sociale possa essere letto in termini di “virtù” ovvero di “colpa”, se divenga motore di richieste di cambiamento del sistema avvicinando la gente allo stesso e facilitando la lotta di classe, che viene a chiedere una maggiore partecipazione alla “cosa pubblica”, ovvero sia responsabile di una deriva fuori dall’effettiva possibilità di controllo – in garanzia dei diritti. In fondo le nuove imprese (private, sia pure nate a partire dal volontariato) hanno il modo di produzione capitalistico, proprio delle società liberali, producono plusvalore, cioè profitto, eppure producono reddito sociale, che si diffonde nella società per creare (forse) altre opportunità di lavoro. Non potrebbe essere questo un passaggio da un modello di società fondata su un’economia sociale di mercato ad un modello di società fondata su un’economia liberista di mercato?
Si possono provare a leggere nel cambiamento di prospettiva, alcune sfide al volontariato, sfide affinché questo si mantenga “in buona salute”: 1) la prima sfida consiste nel poter “conservare la sua identità originaria, che è la gratuità”, la quale potrebbe essere compromessa da due fattori ovvero “l’affacciarsi di varie forme ispirate alla solidarietà sociale che vengono chiamate volontariato, ma che, almeno largamente, volontariato non sono” ed “i soldi: di soldi il volontariato può anche morire, perché può attenuarsi o venir meno il valore della gratuità”; 2) la seconda sfida consiste nel “salvare, con il contributo dei suoi valori, l’anima del no-profit, che è nato da principi di solidarietà” (negli ultimi venti-trenta anni, si è realizzato il passaggio “dal volontariato alla cooperazione sociale, al no-profit, all’economia sociale”, rischiando il no-profit di perdere proprio i valori di fondo e scivolare rapidamente nel profit); 3) la terza sfida consiste nel continuare a lavorare (gratuitamente) per “la tutela dei diritti dei soggetti deboli, cui (il volontariato) dedica gran parte della sua attività (funzione di advocacy)”. Ne discende che, da compagne e compagni (in matrice comunista), sorelle e fratelli (in lettura cristiana), l’impegno debba esserci affinché “un volontariato autentico sappia mettersi dalla parte dei più deboli, ne condivida i problemi e le sofferenze, ne tuteli la dignità e i diritti” (costituzionalmente da garantire) (G. Nervo, 2004).
“Come tutti i diritti (tutti i diritti: anche quelli di libertà), il diritto alla salute costa: per poter essere concretamente realizzato, richiede la costruzione di ospedali, l’assunzione di personale, l’acquisto di macchinari e strumentazione, la predisposizione di uffici amministrativi, la definizione di protocolli, ecc. Decisivo è il suo finanziamento. Secondo la normativa vigente, il finanziamento del Ssn grava essenzialmente sulla fiscalità generale, che – al fine di realizzare i “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, sanciti dall’art. 3, co. 2, della Costituzione – è “informat(a) a criteri di progressività”. Questo significa che, al crescere della ricchezza o del reddito, deve crescere la percentuale di imposte che si versa allo Stato.” (F. Pallante, 2024)
In questo spostamento, in richiamo del diritto alla Salute, declinato secondo i dettami costituzionali, si passa dall’analisi delle “politiche di vita” alla proposta di prassi che mettano in essere misure (anche scomode, dentro un sistema che divide in classi, non promuovendo strumenti di cooperazione), che invero facciano essere tutte e tutti parte di una lotta (collettiva) in cui la co-partecipazione alla creazione di risposte ai bisogni (di Salute e di Sanità) comporta la co-partecipazione alla spesa, secondo progressività. Come si ritiene, in asse teorico richiamando il principio della sussidiarietà, di dovere concorrere attraverso azioni di solidarietà a fare sì che le cittadine e i cittadini diventino progressivamente “esperte/i”, così questi, acquisendo expertise, possono chiedere la com-prensione (si ricordi il dovere alla comunicazione della diagnosi alle persone pazienti ed il consenso informato che queste devono dare rispetto alla scelta delle cure, essendo note le alternative) e la conseguente co-progettazione ai percorsi sociosanitari. Perché, se il Prendersi Cura della Comunità comporta contribuire in sostanza (in progressività proporzionale alle possibilità), i soggetti curanti e curati, resi “consapevoli e competenti”, si assumono insieme il diritto e il dovere di riflettere rispetto alla esigibilità (si ricordi il dibattito sui livelli essenziali di assistenza – LEA – che devono essere definiti partendo dai bisogni e non secondo le risorse disponibili, eticamente essendo corretto proporre risposte personalizzate partendo dalle domande e non erogando risposte partendo dalle risorse ovvero dai servizi, promuovendo semplicemente prestazioni svincolate da una progettualità senza una effettiva analisi delle necessità).
“La partecipazione è uno dei cardini del processo di democratizzazione della democrazia: partecipazione e democrazia deliberativa come coinvolgimento effettivo dei cittadini, in un processo plurale, aperto, sottoposto a verifica collettiva.” (C. Lucchi, 2012)
Se si ritiene che il Ssn debba continuare ad essere la risposta ai bisogni di Salute e di Sanità, dentro le forme in cui oggi si viene declinando la presenza dell’ente pubblico, forse occorre “reinventare il pubblico piuttosto che abbandonarlo; e reinventarlo come servizio di qualità, per tutti i cittadini”, attraverso il coinvolgimento di tutte le persone co-interessate, salvaguardando il principio di garantire universale e pieno accesso ai servizi (essenziali), in difesa di uno dei “pilastri dello stato sociale” che è la sanità pubblica.
Se si ritiene che la verifica collettiva sia uno strumento di tutela, oggi occorre che tutte le persone partecipanti ai processi siano coinvolte, soprattutto se direttamente interessate, attraverso il meccanismo della non delega che comporta che vi sia una discussione politica partecipata dal basso “non discutendo sui bisogni della gente, ma vivendo con la gente i bisogni”. Questo passaggio finale verso cui vorrei lasciare le porte aperte, chiama in gioco lo spostamento dall’assistenzialismo (paternalistico) alla co-partecipazione ed alla co-progettazione responsabili; per fare ciò è necessario che i movimenti così come i comitati in difesa della sanità pubblica sappiano collocarsi tra le pieghe di una complessità che richiede il pensiero critico. Si sono tracciate le linee, ma ancora molto lavoro è da completare; spesso chi è fuori dal sistema (comprese le soggettività e le realtà collettive che operano a sostegno di chi è fuori dal servizio pubblico, di chi non trova in questo risposte oppure le trova interpretate secondo logiche assistenzialistiche o capitalistiche, attraverso prestazioni e bonus erogati senza controllo di bisogno – necessità – efficacia) finisce per restare fuori da quegli stessi processi partecipativi di cui “parla”. Eppure, se si ritiene che la partecipazione sia uno dei cardini del processo di democratizzazione, si deve imparare a stare dentro, parlare linguaggi comuni, de-costruire il sistema dall’interno per una proposta che ricollochi al centro i valori alla base del vivere comune (“politiche di vita”): dall’interno dei servizi pubblici promuovere prassi non colpevoli di collusione con derive privatistiche, dall’esterno rilanciare proposte virtuose che siano “pungolo” per chi dentro operi correttamente; dall’interno favorire pensiero critico rispetto ai nuovi (o forse anche ai vecchi) bisogni, co-determinati da variabili complesse biopsicosociosanitarie, dall’esterno imparare a conoscere e ri-conoscere i segni del cambiamento e le classi – “intellettuali e proletari” – abili e disabili – curanti e curati – provare a smantellare un sistema che non cronicizzi, che non tolga potere alla Prevenzione e alla Promozione dell’auto-determinazione consapevole, che non riproduca la divisione tra fuori e dentro, nell’incapacità di riflettere sul lavoro fatto in comune.
“Anche le inchieste che a volte si sono fatte o si fanno insieme con gli intellettuali poi stringi stringi ai proletari lasciano sempre il vuoto, l’amarezza, di un rapporto che non si è riusciti a rendere diverso nonostante il lavoro fatto in comune. Dal momento che i non uguali non accettano più una uguaglianza fatta solo di parole, faccio un esempio di come i rapporti fra le persone devono ancora essere cambiati: tutti hanno lottato per chiudere i manicomi, per liberare i “pazzi”, ma tutti poi hanno paura, tutti abbiamo paura di riconoscere e comunicare la nostra pazzia.” (G. Bertini, 1979)
La nostra pazzia oggi forse consiste proprio nel riprodurre le divisioni di classe, nel non dare e darsi strumenti di comprensione e di conseguente auto-determinazione, nell’avere dimenticato che anche la lotta fatta dall’esterno del sistema deve essere coerente con le domande di chi abita quel sistema; questo comporta certo un’azione di spostamento, anche di tipo politico, del ruolo dei movimenti e dei comitati, che debbano sapere incontrare le domande. L’esempio del lavoro dei collettivi, in particolare dentro quella che ancora oggi si definisce “psichiatria” (per non parlare anche tra compagne e compagni di Salute – salute mentale, mentre si riproduce la logica – illogica – di confondere le domande con la risposta – il bisogno di com-prensione di fenomeni complessi con la risposta di tipo prestazionistico), è quanto ritengo più interessante per riaprire quel dibattito necessario a capire che cosa significhi agire da fuori rispetto al sistema, anche se parlando attraverso le forme e le parole di chi è dentro. Forse non si dovrebbe, in specifico, parlare di anti-psichiatria, perché non è la lotta contro una forma di cura che si vuole attuare, quanto la lotta a favore di un’etica di Cura che coinvolga tutte e tutti, che sappia rilanciare il tema della libertà di scelta e prima ancora della possibilità di capire – comprendere i propri bisogni attraverso lenti di ingrandimento (a tratti forse deformanti), che insieme ci aiutino a creare pensiero complesso e conseguenti prassi di co-partecipazione.
Riferimenti bibliografici:
Bertini G. (1979). “Gabriella Bertini”. In Medicina Democratica, Comitato per la riabilitazione, Unione Inquilini di Firenze (a cura di). Dalla emarginazione alla lotta di classe.
Lucchi C. (a cura di) (2012). Il laboratorio per la democrazia. La politica dal basso. Edizioni l’Altracittà.
Nervo G. (2004). “L’evoluzione della solidarietà nel terzo settore”. In G. Sarpellon (a cura di). Solidarietà: confronto tra concezioni e modelli. Fondazione “Emanuela Zancan”.
Pallante F. (2024). “Il diritto costituzionale alla salute: dai vincoli di bilancio ai vincoli al bilancio”. Medicina Democratica, 259-260.
Zilianti A.M. (2004). “Il possibile scenario del prendersi cura”. in M. Dal Pra Ponticelli (a cura di). Prendersi cura e lavoro di cura. Fondazione “Emanuela Zancan”.
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