Vocabolario minimo sulla cittadinanza italiana. Una prospettiva generazionale

Annalisa Frisina 1

Il “pensiero di Stato” (Sayad 1996; 2002) rende naturale e scontato ciò che non lo è, ma è invece il frutto di particolari percorsi storici e di dure battaglie di inclusione-esclusione.

Pensare la cittadinanza italiana discutendone oggi con le figliə dei migranti in Italia, ci aiuta a smascherare il modo in cui lo Stato italiano pensa sé stesso e ci offre utili chiavi di lettura della crisi in corso. Che la cittadinanza (non solo quella italiana) vada ripensata è ormai un liet-motif delle scienze politiche e sociali contemporanee e la letteratura in proposito è sterminata 2.

A mio avviso, in questo ripensamento è cruciale partire dall’ascolto delle persone che vengono discriminate quotidianamente da leggi ingiuste. Ho dunque esplorato la crisi della cittadinanza italiana attraverso le riflessioni di coloro che per primə subiscono le conseguenze della legge 91/1992 e che giocano un ruolo fondamentale nella riforma da moltə auspicata.

Questo contributo è il frutto di un percorso di ricerca partecipata che ha coinvolto la rete G2 3 e lə ragazzə di quattro scuole superiori di Mantova (due istituti professionali e due istituti tecnici). Il vocabolario minimo sulla cittadinanza italiana che vado a presentare è nato dalle discussioni di gruppo di giovani di età compresa tra i 17 e i 21 anni, ma attinge anche alle storie dei G2 che hanno scelto di far sentire pubblicamente la loro voce.

Che cosa significa essere cittadinə italianə?

1. Pari opportunità

Secondo me essere italiani vuol dire essere uguali agli altri” (Alice, nata 21 anni fa in Nigeria, cresciuta in Italia da quando ne aveva 6)

Per me l’italiano è chi non ha problemi dal punto di vista civile, non subisce discriminazioni, trova più facilmente lavoro …” (Said, nato 18 anni fa in Marocco e cresciuto in Italia da quando ne aveva 8)

La prima parola chiave per una comprensione della cittadinanza vista dal basso, con gli occhi dellə giovani incontratə nella ricerca, è pari opportunità. Discutendo infatti di cosa distingue chi è cittadinə da chi non lo è, il tema più ricorrente è quello dei diritti, intesi però non tanto in senso formale, quanto piuttosto in senso sostanziale.

L’espressione molto significativa utilizzata da alcunə figliə di migranti i è stata quella di un diritto ad essere uguali ad altrə, cioè ai figli e alle figlie di italiani. Gli ambiti da loro richiamati sono precisi: casa, studio e lavoro.

Nella rete dei G2 c’è chi ha deciso di rendere pubbliche le impari opportunità che segnano le vite di moltə. Ad esempio, Samira è nata a Roma 27 anni fa da madre filippina e padre egiziano. Dopo essersi laureata come assistente sociale, ha lavorato per il Comune di Roma in uno sportello informativo, ma mentre le sue colleghe ottenevano via via più tutele e soldi lei è restata precaria, penalizzata dal suo passaporto straniero.

Ha deciso di denunciare il suo caso 4 e l’Osservatorio nazionale della rete G2 ha raccolto testimonianze di discriminazione come la sua per provare a trovare soluzioni, per i casi meno gravi per vie informali, per quelli più pesanti tramite vie legali e politiche.

Tuttavia, ricerche sulla flessibilità occupazionale in Italia (Villa 2007) ci dicono che un numero crescente di giovani italianə, specialmente se si tratta di donne e/o residenti nel Sud Italia, hanno un rischio elevato di trovarsi intrappolatə in lavori atipici, che incidono anche su salari più bassi e su minori diritti sociali. Allora, le parole di un’altra attivista della rete G2 sembrano cogliere nel segno.

Secondo me ormai l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro…precario! O meglio, giovani precari e G2… doppiamente precari!” (Maricel, nel periodo della ricerca, lavoratrice atipica in un call-center)

Pensare la crisi della cittadinanza italiana in chiave generazionale significa partire da qui, dal fondamento della Repubblica (art. 1 della Costituzione), dal suo incerto futuro.

Bassi salari, basso livello di sicurezza del posto di lavoro, elevati tassi di disoccupazione, mancanza di diritti sociali, difficoltà di trovare alloggi a prezzi abbordabili: tutti questi elementi rendono i giovani lavoratori ancor più dipendenti dalle famiglie di quanto avvenisse in passato” (Simonazzi e Villa 2007, p. 37).

Questa accresciuta dipendenza dalle famiglie comporta anche inevitabilmente una più forte persistenza della stratificazione sociale e un basso livello di mobilità intergenerazionale (ciò non avviene in altri paesi europei meno “familisti” e con politiche meno segnate dal neoliberismo). In breve, l’aspirazione alle pari opportunità, ovvero il valore dell’uguaglianza, che emerge dalla ricerca come il nucleo centrale della cittadinanza, è fonte di frustrazione per tuttə, ma ancor più per lə figliə dei migranti che si rendono conto di “partire svantaggiatə”, che si tratti di trovare casa, di continuare a studiare o di inserirsi nel mercato del lavoro. Questa insicurezza sociale generazionale può essere fonte di solidarietà trasversale tra giovanə, ma anche fonte di conflitto.

Come scrive Maricel nel blog dei G2 (12/9/08), a proposito della sua condizione lavorativa ed esistenziale: Hai una fisionomia “vagamente” straniera e non lavori? Sei un peso e sei soggetto a delinquere. Hai una fisionomia “vagamente” straniera e lavori? Derubi il lavoro a un italiano vero. Oggi la frase detta a denti stretti è stata: “Come si fa a entrare alle poste? Perché io sono laureata e italiana…e non riesco a trovare lavoro”. “Divertente” la consecutio logica della frase… poste = ente (semi)pubblico, nome esteso = poste italiane ergo… gli impiegati dovrebbero essere italiani, io sono laureata, per giunta italiana (vera) e non lavoro, mentre tu…

2. Interessi materiali

Quando c’è da pagare lo Stato allora siamo cittadini, quando c’è invece da dare qualcosa a noi non lo siamo più” (Vladimir, nato 19 anni fa in Albania, in Italia da quando ne aveva 7)

Secondo me non vogliono dare la cittadinanza non per motivi culturali, istruzione, Costituzione quelle cose lì che pochi sanno. Perché è comodo avere stranieri da sfruttare… Dai, è una questione di sfruttamento!” (Igor, nato in Serbia/Ex-Jugoslavia 18 anni fa, cresciuto in Italia da quando ne aveva 4).

La seconda parola chiave per rileggere la cittadinanza è interessi. Questo termine emerge dalla ricerca tutte quelle volte che lə giovani riconducono l’accesso o meno alla cittadinanza formale per le migranti ed anche per le loro figliə cresciutə in Italia a questioni materiali, a partire dal reddito che devono possedere lə aspiranti cittadinə.

Nella sfera pubblica, a livello mediatico e di dibattito politico, ci sono stati interventi di denuncia di quello che viene giudicato come un criterio davvero ingiusto. Ecco la storia di altri G2 che si sono attivatə.

Alicia, nata a Capo Verde 33 anni fa e cresciuta a Roma da quando ne aveva 8, ha visto respinta la sua domanda di cittadinanza “per motivi di reddito”. Laureanda in Lingue e letterature straniere, attraverso la rete dei G2 punta a stimolare un dibattito pubblico in modo che cambino la legge.

Ad esempio, è stata ospite della trasmissione televisiva “Racconti di vita” (Raitre, 21/1/07) per confrontare la sua esperienza con quella delle figliə dellə emigratə italianə in Germania, citando l’articolo 3 della Costituzione 5 rispondendo negativamente alla domanda del conduttore se come G2 si sentisse una “cittadina uguale” alle altre.

Nizar è nato in Marocco 22 anni fa ed è cresciuto in Italia da quando ne aveva 14. Ha inviato una lettera agli allora ministri dell’Interno, della Solidarietà Sociale, della Salute e del Lavoro in cui ha scritto: “I giovani nella mia situazione si sentono cittadini dello Stato Italiano, a prescindere da qualsiasi permesso di soggiorno, ma devono scoprire che l’integrazione e il diritto di cittadinanza si misurano quasi esclusivamente sulla capacità di produrre reddito” 6

Nizar studia ingegneria a Roma e per le ASL è uno “studente straniero” che per usufruire dei normali servizi offerti dalla sanità nazionale deve pagare l’iscrizione (e oggi per accedere al Sistema Sanitario Nazionale il costo per studentə “non appartenente all’Unione Europea” è di 700 euro l’anno).

Restare nella condizione di “estranietà” ha costi materiali (nei gruppi discussioni c’è chi ha richiamato anche il fatto che il prezzo del rinnovo del permesso di soggiorno sia aumentato considerevolmente col passare degli anni) e il sospetto di alcuni giovani è che ci sia “qualcuno a cui fa comodo” e “qualcuno si arricchisca anche così”.

Ritengo che tali riflessioni vadano ascoltate seriamente come un segnale di una trasformazione in corso. In fondo, se è vero che già Marx avvertiva che la mercificazione della forza lavoro è qualcosa di intrinseco al capitalismo, è anche vero che ciò aveva incontrato dei limiti nel modello del compromesso sociale della metà del secolo scorso – come conquista delle lotte operaie – (Crouch 2001) e il welfare state incarnava una “morale” (Pennacchi 2008) alternativa alla logica dello sfruttamento, cercando di creare spazi de-mercificati (de-commodification è il termine usato ad esempio da Esping Andersen 1990) per i cittadini, come nel campo dell’istruzione e della salute.

La svolta del capitalismo neoliberista (Harvey 2007) degli anni Ottanta, divenuta ormai egemonica anche in Italia, spinge al ridimensionamento del welfare state e permette che tutto possa essere considerato una merce. Mi sembra questa la cornice macrosociale per leggere adeguatamente i discorsi a livello micro tra le giovani della ricerca.

“Della serie la cittadinanza si compra!? Tu mi concedi la cittadinanza solo perché ho i soldi?” (Aminata, 17 anni, nata in Italia, di origine senegalese)

Ma la mercificazione che avanza sembra leggibile soprattutto nella fabbrica globale dell’irregolarizzazione, che aumenta clamorosamente non perché le leggi e i controlli degli Stati siano lassisti, ma viceversa per la ristrettezza e la severità negli accessi. Accade così anche in Italia, anzi in Italia forse più che altrove dal 2002. Infatti, la legge Bossi-Fini discrimina anche moltə giovani figliə di migranti, che pur essendo natə o cresciutə in Italia fin da piccolə sono consideratə figliə illegittimə della Repubblica Italiana.

Come già sottolineato tempo fa da Basso e Perocco (2003, p. 23) “La produzione di ‘clandestini’ è un obiettivo intenzionalmente perseguito dalle suddette leggi (…), essa è utilissima per le imprese europee perché mette a loro disposizione forza lavoro priva di diritti da sotto-remunerare e da usare per ridurre il livello generale dei salari e dei diritti. Ed è utilissima agli stati europei perché attraverso il contrasto della permanente emergenza ‘clandestinità’ essi possono legittimare il potenziamento degli apparati repressivi, necessario in un’epoca di polarizzazione sociale più accentuata e di crescente militarismo. Lo è anche (…) per mobilitare la popolazione lavoratrice autoctona contro altre popolazioni e contro sé stessa”.

Le giovani della ricerca non sono state altrettanto esplicite, né hanno chiamato mai in causa “il capitale globale”. Tuttavia, hanno nominato più volte lo sfruttamento ed hanno evocato interessi in gioco che non sono i loro né dei loro pari, ma di “chi sta in alto”, “chi governa”, “chi diventa sempre più ricco”.

3. Italianità conflittuale

Io mi ritengo italiano innanzi tutto perché le mie origini sono italiane, tutti i miei parenti sono italiani, sono nato in Italia e seguo tradizioni italiane… Per esempio, la festa della Repubblica, il 25 aprile un marocchino non le festeggia…” (Luca, 17 anni, italiano bianco 7)

Però scusa, ci sono anche italiani che non le festeggiano e stranieri cresciuti qui che le festeggiano come gli altri…essere italiano è più un’appartenenza culturale!” (Sali, 19 anni, nato in Albania, cresciuto in Italia da quando ne aveva 3)

Secondo me chi nasce o cresce fin da piccolo in Italia fa quello che fanno la maggior parte degli italiani” (Prince, nato in India 19 anni fa, cresciuto in Italia da quando ne aveva 6)

Faccio scienze politiche all’università e durante una lezione un professore di storia ha chiesto ‘che cosa vuol dire essere italiano?’ in una classe che era fatta al 99% di italiani d.o.c.…Bè, non sono riusciti a mettersi d’accordo su niente, a trovare nessuna comunanza, né nella religione, né nello sport, neppure nel cibo! Non voglio buttarla troppo in politica, ma secondo me molti dicono ‘noi siamo così per dire loro sono così’, cioè quelli sono stranieri, dobbiamo preservare la nostra identità…che praticamente non esiste!” (Billy, rete G2).

Fare le scuole qui ti fa conoscere il paese dove vivi e invece tu non puoi votare e un nipote di italiano che vive all’estero e non sa nulla dell’Italia vota…Invece una dovrebbe essere cittadina nel posto dove abita” (Ardita, nata in Albania 19 anni fa, cresciuta in Italia da quando aveva 9 anni)

La terza parola chiave per ripensare la cittadinanza è italianità conflittuale. La coincidenza tra Stato e nazione è stata storicamente segnata da violenze materiali/simboliche e gli scienziati sociali hanno a lungo utilizzato un “nazionalismo metodologico” (Beck 2003) che naturalizzava le società statal-nazionali.

Il sociologo tedesco chiarisce che l’equazione tra “lingua, luogo di nascita, cittadinanza, nazionalità e aspetto fisico” è diventata obsoleta nella società in cui viviamo. A mio avviso, nella quotidianità è possibile cogliere i rumori di una battaglia di inclusione-esclusione che continua con altre forme, fatta di razzismi e di rivendicazioni di uguaglianza, di scontri tra diverse concezioni della nazione (etnico-razziale vs civica).

La posta in gioco di questa battaglia culturale e politica mi sembra la legittimazione della possibilità di tenere insieme più identificazioni e di esprimere lealtà multiple. Se verrà vinta questa sfida, a livello macro sarà ad esempio più facile avere due cittadinanze (come molti giovani della ricerca hanno dichiarato di desiderare 8) e a livello microsociale la domanda “ti senti (più) italiano o…?” apparirà talmente stupida nel suo aut-aut che pochi avranno ancora il coraggio o l’ignoranza di riproporla.

Dai gruppi discussione è emerso chiaramente come questa transizione non sia affatto indolore, come ci siano resistenze culturali e scarsa conoscenza storica. Risulta evidente la debolezza dell’identificazione nazionale italiana per la maggior parte dei giovani della ricerca, che faticano a trovare elementi significativi in comune e valori da condividere (ad esempio, l’antifascismo non è stato citato) ed emerge tra i giovani italiani bianchi una narrazione dominante dell’italianità in chiave etnico-razziale maggioritaria (Baumann 2003).

Nel blog dei G2 troviamo l’eco di questi scontri, ma anche un vivace spirito critico di chi contesta versioni restrittive/escludenti dell’italianità e sa immaginare una comunità politica più inclusiva.

Ad esempio, Paula (autosoprannominatasi “extra-terrona”; località: Roma, 8/2/08) riporta il comunicato stampa di una ex portavoce di Forza Italia: “I paesi europei, che da più tempo di noi si sono trovati a dover gestire una consistente immigrazione e che oggi sono costretti a fronteggiare situazioni gravissime fanno marcia indietro (…). Introdurre il principio dello ius soli, che garantisce la cittadinanza a chi nasce nel nostro paese è una norma irragionevole che scardinerà la nostra identità nazionale (…)”.

Ahimsa (autosoprannominatosi “permesso di soggiorno in rinnovo”; località: provincia di Perugia, 8/2/08) risponde: “Quando mai l’Italia ha avuto una propria identità nazionale? (…). Identità che secondo me non c’è e non c’è mai stata, ma si potrebbe creare: non cristallizzandola come in una istantanea, ma proprio in quanto fluida, molteplice, variopinta (…). Sentendo discorsi del genere mi viene da pensare che in fondo il pensiero occidentale non si è ancora ripulito di tutta la feccia coloniale che esso stesso ha prodotto nei secoli passati…le tentazioni di restaurazione dell’apartheid sembrano ancora forti”.

4. Cambiamento

Ora mi rivolgo a voi italiani, anche se è già brutto dire voi…Mi spiego meglio…Ma come mai non è possibile avere tutti una mentalità più aperta? Non soffermarsi sul colore della pelle, sul nome, sulla cultura, sulla religione, guardando oltre…Insomma, ma perché dobbiamo essere noi il problema? Capite che cosa voglio dire?” (Afrim, nato in Albania, 19 anni fa, cresciuto in Italia da quando aveva 8 anni)

L’ultima parola chiave di questo vocabolario minimo sulla cittadinanza italiana è cambiamento.

Da una parte, è inevitabile che avvenga, dato lo scollamento tra l’attuale legge sulla cittadinanza (91/1992) e la realtà sempre più consistente della stabilizzazione delle famiglie immigrate. Dall’altra, il cambiamento sociale sarà soprattutto il frutto di una politica del conflitto (Tilly e e Tarrow 2008), come mostra l’attivismo dei G2.

La sfida non è solo politica, ma è anche culturale. Si tratta di trasformare le rappresentazioni collettive dell’Italia, in modo che rispecchino maggiormente la composizione reale della società contemporanea. Per questa ragione i G2 hanno lavorato molto nel campo della comunicazione, ricercando visibilità pubblica per le figliə dei migranti. All’iniziativa “Intermundia” (20-26/5/07, Roma, Piazza Vittorio), ad esempio, hanno presentato i loro “Vip”: il rapper Amir e l’attore Tom Karumathy.

In questo trasformazione socio-culturale le voci delle direttə interessatə tenacemente si fanno spazio e riescono a farsi ascoltare a dispetto del razzismo istituzionale che non le riconosce. Si pensi anche ai successi editoriali di Randa Ghazy e alla crescente visibilità di giovani musulmane italiani di fatto, che lottano quotidianamente contro l’islamofobia in tempi di “guerra globale al terrorismo” (Frisina 2007). Tra le giovani della ricerca nelle scuole superiori è emerso che vorrebbero votare per partecipare alla vita politica.

I pochi che si sono detti non interessati al voto lo hanno fatto motivandolo come una sfiducia nel sistema attuale, come una ragione “contingente”, limitata ad una particolare situazione politica che sperano cambierà. La maggioranza dei partecipanti alla ricerca comunque ha più fiducia nella politica al di fuori delle istituzioni. Ad esempio c’è chi ha partecipato a manifestazioni a livello locale per il miglioramento dei trasporti pubblici, o in difesa della scuola pubblica, o sul tema della pace.

Discutere di discriminazioni quotidiane in gruppi composti da una maggioranza di figliə di migranti ha avuto l’effetto di permettere un clima da “auto-coscienza collettiva”. Il ruolo degli attivisti G2 è stato da una parte quello di informare sulle norme in chiave di “empowerment” verso i giovani, dall’altro quello di “anticipare la disillusione”, mostrando alcune conseguenze della condizione (indesiderata) di “stranieri”.

Dalla ricerca nelle scuole superiori, infatti, emerge che moltə figliə di migranti che stanno per raggiungere la maggior età non sanno bene quali difficoltà burocratiche ed esistenziali li attendono e che, del resto, anche i loro coetanei ignorano la normativa in materia di cittadinanza.

L’esperienza di “scoprirsi straniero/a a 18 anni9 riguarda sempre più giovani. L’impegno dei G2 mira a fare diventare questo “shock biografico” individuale una questione collettiva e cambiare innanzi tutto a livello generazionale un pensiero di Stato che li esclude.

Sul blog è partito un altro dibattito, c’era venuto in mente dagli stereotipi dei giornali. In Inghilterra se sei una seconda generazione sei un terrorista, in Francia se sei una seconda generazione sei un teppista. E in Italia? Dovevamo finire la frase in -ista. L’idea più carina è stato ‘apripista’! Sì, infondo noi G2 ci sentiamo proprio così” (Maricel)

Effettivamente la rete G2 è stata importante per tantissimə giovani che continuano a mobilitarsi in cerca di riconoscimento e diritti.

Approfondimenti

Perché parlare di “seconde generazioni” è fuorviante?

Figlie e figli di migranti in Italia in cerca di riconoscimento e diritti

12 Maggio 2025

Una versione precedente di questa riflessione è stata pubblicata su Tricksters. Rivista del Master in Studi Interculturali dell’Università di Padova, n. 7, nel novembre 2008. Purtroppo, è ancora molto attuale. Speriamo che grazie al referendum dell’8-9 giugno 2025 qualcosa finalmente inizierà a cambiare.

Riferimenti bibliografici

P. Basso e F. Perocco (2003), Gli immigrati in Europa. Disuguaglianze, razzismo, lotte, Franco Angeli, Milano.

G. Baumann (2003), L’enigma muticulturale. Stati, etnie, religioni, Il Mulino, Bologna.

U. Beck (2003), La società cosmopolita. Prospettive dell’epoca post-nazionale, Il Mulino, Bologna.

C. Crouch (2001), Sociologia dell’Europa occidentale, Il Mulino, Bologna.

G. Esping Andersen (1990), The Three Worlds of Welfare Capitalism, Polity Press, Cambridge.

P. Farina (a cura di) (2007), Futuro plurale. Percorsi e progetti dei giovani stranieri nel mantovano, Provincia di Mantova e Fondazione ISMU, Milano.

A. Frisina (2007), Giovani Musulmani d’Italia, Carocci, Roma.

D. Harvey (2007), Breve storia del neoliberismo, Il Saggiatore, Milano.

L. Pennacchi (2008), La moralità del welfare. Contro il neoliberismo populista, Donzelli, Roma.

A.Sayad (1996), La doppia pena del migrante. Riflessioni sul “pensiero di Stato”, in “Aut Aut”, 275, pp. 8-16.

A.Sayad (2002), La doppia assenza. Dalle illusioni dell’emigrato alle sofferenze dell’immigrato, Raffaello Cortina, Milano.

A. Simonazzi e P. Villa (2007), Le stagioni della vita lavorativa e il tramonto del “sogno americano” delle famiglie italiane, in Villa 2007.

Tilly e Tarrow (2008), La politica del conflitto. Mondadori, Milano.

P. Villa (a cura di) (2007), Generazioni flessibili. Nuove e vecchie forme di esclusione sociale, Carocci, Roma.

D. Zolo (a cura di) (1999), La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti, Laterza, Roma-Bari.

  1. È professoressa associata all’Università di Padova, insegna Visual Research Methods e Sociologia del razzismo e delle migrazioni. Tra le sue pubblicazioni, Focus group (Il Mulino, 2010), Ricerca visuale e trasformazioni socio-culturali (UTET, 2013), Razzismi contemporanei (Carocci Editore, 2020) ↩︎
  2. Per un utile lavoro di sintesi in lingua italiana, Zolo 1999 ↩︎
  3. A Maricel e Billy della rete G2 un particolare ringraziamento per avermi affiancato nelle discussioni nelle scuole ↩︎
  4. Si veda l’articolo di C. Gubbini “Non ho la cittadinanza, mi hanno tolto il lavoro” (Il Manifesto, 10/10/06). Va tenuto presente anche che chi non è cittadina/o italiana/o non può partecipare a concorsi pubblici ↩︎
  5. “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di ‘razza’, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” ↩︎
  6. Pubblicata nella rubrica “GliAltriNoi” di Metropoli il 26/11/06 ↩︎
  7. Anche la bianchezza è prodotta dalla razzializzazione come pratica di potere. La razzializzazione avviene attraverso pratiche sociali e politiche che assegnano a determinati gruppi posizioni subalterne, invisibilizzando il gruppo dominante come la norma dell’umano. Certe persone sono dunque bianche (o meno) in base alla loro posizione sociale in un sistema iniquo. Nella ricerca i giovani italiani figli di italiani, razzializzati come bianchi, hanno messo in luce come il privilegio bianco fosse per molti di loro ancora difficile da mettere in discussione ↩︎
  8. A seconda dello stato di origine e quindi degli accordi bilaterali con lo Stato Italiano è possibile o meno ottenere la doppia cittadinanza ↩︎
  9. Si veda a titolo esemplificativo l’articolo di C. Amadi Orkwara “Ho scoperto a 18 anni di essere straniero”, Metropoli 9/7/06 ↩︎

2075/2025 https://www.meltingpot.org

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