Zona Economica Speciale per il Sud e colonialismo interno. Lo sviluppo come grimaldello

La ZES unica è la Zona Economica Speciale per il Mezzogiorno. La sua istituzione nel 2023 risponde alla finalità di promuovere lo sviluppo economico e il riequilibrio territoriale, di rafforzare la competitività e la coesione sociale delle regioni meridionali. Si incentivano investimenti produttivi e nuove strutture industriali attraverso agevolazioni fiscali alle imprese e la semplificazione dei procedimenti amministrativi. Istituita dal Decreto Sud, sostituisce le precedenti otto ZES introdotte nel 2017 e, da quest’anno, comprende dieci regioni: Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia, Sardegna, Abruzzo, Marche e Umbria.

A una prima lettura, il dispositivo della ZES sembra orientato alla crescita industriale. Tuttavia, molti dei progetti candidati riguardano il settore turistico, presentato come industria turistica per legittimare la loro inclusione. Questo slittamento semantico è significativo: di fatto, la ZES si inserisce in contesti già segnati da oltre un decennio di sovraffollamento turistico che ha saturato non solo l’offerta e la domanda, ma anche la capacità ecologica, spaziale e paesaggistica dei territori coinvolti.

I megaprogetti che si candidano alla ZES utilizzano le diseguaglianze territoriali per legittimarsi, mentre finiscono per esasperare proprio quei processi di marginalizzazione che dichiarano di voler arginare. Faccio due esempi per riflettere su cosa accade quando una procedura nata per semplificare e accelerare la decisione amministrativa incontra norme sostanziali di tutela del territorio, del paesaggio e dell’ambiente.

In Sardegna, un’autorizzazione ZES riguarda un intervento localizzato a Cala Finanza, davanti all’isola di Tavolara, una delle aree di maggior pregio ambientale della Gallura. Il progetto, ora sospeso, prevedeva la trasformazione di un compendio costiero e la richiesta di variante urbanistica per un’area di oltre centomila metri quadri: da zona di salvaguardia ambientale integrale a zona turistica. Sul progetto avevano però espresso il proprio dissenso, ritenuto non superabile, sia il ministero della cultura sia la Regione Sardegna, in accordo con quanto previsto dal Piano paesaggistico regionale. Nonostante ciò, la Struttura di missione ZES ha rilasciato l’autorizzazione unica. A confermarne la validità è intervenuto anche il consiglio dei ministri, secondo cui il progetto sarebbe coerente con le politiche di sviluppo e con l’interesse strategico nazionale alla competitività del Mezzogiorno.

In piena estate, la Gazzetta del Mezzogiorno annuncia che la Puglia è la seconda regione per numero di pratiche ZES, sebbene i progetti si inseriscano in un paesaggio già segnato da decenni di cementificazione, consumo di suolo, erosione della biodiversità, compromissione degli ecosistemi e degli equilibri idrogeologici. Sulla costa di Ostuni, in provincia di Brindisi, uno di questi progetti prevede la costruzione di un mega-resort di lusso nell’area incontaminata di Mogale, a firma della multinazionale Four Seasons: quasi nove ettari di costa da cementificare per ospitare decine di fabbricati e piscine private che distruggerebbero la macchia mediterranea e il delicato sistema di canali naturali di deflusso delle acque, aumentando il rischio idrogeologico. In più, un tratto di costa accessibile a tutti verrebbe convertito in un’enclave turistica per ricchi, come già accade in zona.

L’istituzione della ZES unica appare come un nuovo capitolo della lunga storia del colonialismo interno italiano, in cui il meridione viene rappresentato come spazio da modernizzare, disciplinare e rendere disponibile all’investimento privato, secondo la dottrina neoliberale perseguita dall’Unione europea e dai governi nazionali. La promessa dello sviluppo, accompagnata dal consueto ricatto e dalla retorica occupazionale, funziona come linguaggio di legittimazione che trasforma la precarietà sociale in un’arma di pressione, rendendo le comunità locali più vulnerabili all’ingresso di progetti ad alto impatto territoriale.

L’antropologia del paesaggio ha mostrato come questi processi non siano semplici effetti collaterali dello sviluppo, ma parte di una più ampia economia politica della semplificazione ecologica, in cui il territorio viene trattato come risorsa da estrarre, più che come spazio abitato da comunità, memorie e relazioni. In questo senso, la ZES non è solo un dispositivo economico, ma un dispositivo epistemico: ridefinisce ciò che può essere considerato sviluppo, ciò che può essere sacrificato, ciò che può essere deciso senza la partecipazione delle comunità. Come scrive il costituzionalista Giovanni Coinu, la questione non è se lo sviluppo economico sia un interesse pubblico, ma se possa essere usato come criterio politico generale per rendere inefficaci norme sostanziali di tutela già vigenti. Il Codice dei beni culturali e del paesaggio impedisce di leggere la pianificazione paesaggistica come un semplice parere superabile nel procedimento amministrativo. Una prescrizione di piano paesaggistico, un vincolo di inedificabilità, una classificazione urbanistica non sono mere opinioni amministrative contrarie allo sviluppo.

L’arrivo di numerosi progetti industriali, alcuni già approvati e altri in attesa di autorizzazione, non rappresenta soltanto una trasformazione materiale del territorio, ma una trasformazione simbolica e politica. Le deroghe normative, la possibilità di aggirare vincoli paesaggistici e ambientali, l’intervento su aree agricole e su oliveti secolari producono un regime di eccezione territoriale, dove il territorio non è più governato dalle regole ordinarie della democrazia locale, ma da procedure straordinarie che trasferiscono il potere decisionale ai grandi gruppi economici e finanziari attraverso la mano invisibile della politica e della burocrazia.

Questa dinamica si intreccia con la turistificazione: quando un territorio viene reso disponibile a investimenti esterni, esso viene ripensato non come luogo vissuto dai nativi per i nativi, per la loro sussistenza ecologica e le loro economie, ma come superficie da valorizzare, da rendere appetibile, da trasformare in merce. La turistificazione non riguarda solo gli spazi urbani o le coste, ma anche le campagne, i paesaggi rurali, gli oliveti. In molte regioni mediterranee, la trasformazione dei paesaggi agricoli in scenari turistici ha prodotto una forma di espropriazione simbolica: il territorio viene rappresentato e venduto da soggetti esterni, mentre le comunità che lo abitano perdono la capacità di decidere il proprio futuro. È un processo che ricorda ciò che l’antropologa Anna Tsing ha definito “economia delle promesse”, in cui il territorio viene immaginato come spazio di opportunità, ma solo per chi detiene capitale e potere decisionale.

La retorica delle “misure di promozione territoriale” e dello “sviluppo locale” pretende di mascherare una dinamica di grave esproprio della democrazia. Qual è la vocazione del territorio? Chi decide che debba essere univocamente turistica? Chi beneficia realmente di queste misure? La ZES rende il territorio appetibile agli investitori secondo logiche competitive e utilitariste, ma non redistribuisce i benefici ai residenti. Come scrive la geografa Margherita Ciervo, la popolazione, benché continui a essere formalmente proprietaria di case e terre, subisce cambiamenti significativi nei propri luoghi di vita, smarrimento di senso, perdita di identità e sovranità territoriale. È ciò che Ciervo definisce landscape grabbing, una forma di espropriazione che si diffonde con velocità sbalorditiva e in maniera pervasiva.

La marginalità sociale e geografica diventa un moltiplicatore di violenza ambientale e diseguaglianze territoriali, esattamente quelle che la ZES, insieme agli impianti di energia rinnovabile (il fotovoltaico selvaggio travestito da agrivoltaico, le distese di pale eoliche ad alto impatto ambientale) e ai progetti di costruzione di data center, promette di colmare. Il modo in cui lo sfruttamento ricade sui territori, dando vita a specifiche geografie della devastazione, non è casuale. Nei territori marginali si riducono i costi per gli investitori: il valore economico dei terreni è crollato per l’abbandono delle campagne, il disseccamento degli ulivi e i roghi sistematici; la minore opposizione sociale è favorita dallo spopolamento, gli abitanti sono politicamente meno rappresentati e hanno minore potere negoziale.

La disciplina della ZES si rivela uno strumento coloniale, utile a modificare i territori e la mentalità delle persone che li vivono, predisporle a subire e accettare quello che accade. Le coste, le campagne, gli spazi pubblici diventano luoghi su cui altri decidono, secondo logiche che rispondono a interessi privati e non collettivi. È questo il modello di sviluppo che vogliamo per i nostri territori e per le future generazioni? Questa domanda interroga le forme di vita che si stanno costruendo, le possibilità di immaginare un futuro che non sia deciso altrove. È una domanda che riguarda la giustizia territoriale, la democrazia ecologica, la cura dei luoghi. Ed è una domanda che le comunità del Mezzogiorno hanno il diritto e il dovere di porre e di rivendicare. (giuseppe vinci)

15/9/2026 https://napolimonitor.it/

Immagine: disegno di giancarlo savino

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