25 aprile la Liberazione al femminile
Belle, Ciao! Le donne combattenti
di Manrica Buri
Tempi bui. Somiglianze storiche, slogan scanditi e comunicazione che ricorda quella di quegli anni là, anni in cui l’egemonia della cultura fascista dopo i suoi slogan represse ogni libera espressione che non fosse quella di regime.
La foto Le partigiane a Brera di Tino Petrelli è forse la foto che più di qualsiasi altra si impone nella memoria collettiva quando si parla delle donne nella Resistenza. Tre ragazze, con in braccio i fucili, sono ritratte davanti all’accademia milanese pronte a sfilare per la liberazione della città. Uno scatto denso, che ancora oggi pare solidificare la smania di aria nuova e pulita che seguì gli anni di afrore e asfissia. Ebbene, come svelerà vent’anni dopo lo storico del Pci Paolo Spriano, l’immagine è una creazione posticcia costruita a tavolino almeno quattro giorni dopo la liberazione di Milano.
Vero è che già a ridosso del 25 Aprile le donne sono state sospinte ai margini dei riflettori, invitate a occupare quei coni di ombra che avrebbero impedito loro di farsi vedere e ricordare. Ed è per questo che lo scatto di Petrelli è esemplificativo: è diventata icona un’immagine oggettivamente non veritiera.
Cosa accadde ce lo racconta Beppe Fenoglio nel suo romanzo I 23 giorni della città di Alba: “… con gli uomini sfilarono le partigiane in abiti maschili e qui qualcuno tra la gente cominciò a mormorare ah! povera Italia! perché queste ragazze avevano delle facce e un’andatura che i cittadini presero tutti a strizzare loro l’occhio. I comandanti che su questo punto non si facevano illusioni, alla vigilia della calata avevano dato ordine che le partigiane restassero assolutamente sulle colline, ma quelle le avevano mandati a farsi fottere e si erano scaraventate in città”.
Eppure la Resistenza femminile iniziò ben prima dell’otto settembre 1943. Esattamente come durante la grande guerra, le donne cominciarono a sostituire gli uomini nelle fabbriche e negli uffici pubblici e fu da qui che partì la loro opposizione civile: due esempi su tutti, lo sciopero del pane a Parma nel 1941 o quello delle operaie di Torino nel 1943.
Come ci ha raccontato Miriam Mafai in Pane nero “… la campagna ormai è consegnata alle donne, ai vecchi, ai ragazzi…” la produzione agricola regge nel nord come nel sud grazie al lavoro e alla fatica delle donne contadine. La guerra costringe a cambiare abitudini, spinge a uscire di casa, insegna a prendere decisioni che prima non sarebbero state pensabili, obbliga all’iniziativa e al coraggio quando il coraggio e l’iniziativa diventano un elemento necessario alla sopravvivenza.

La resistenza taciuta
Non erano né delle fanatiche né portavano per partito preso il coltello in mano o fra i denti le 35.000 donne che dal 1943 al 1945 parteciparono alle azioni di guerriglia partigiana per liberare l’Italia dal nazifascismo. Le oltre 4.500 arrestate, torturate, condannate, le 623 fucilate, impiccate o cadute in combattimento, oppure le circa 3.000 deportate in Germania cercavano semplicemente un’esistenza più dignitosa in un paese libero dall’autoritarismo fascista. Agognavano spazi di libertà al di fuori dagli schemi precostituiti di un regime che le aveva relegate sempre più a fondo nella sfera familiare e domestica.
Molte combatterono in montagna dimostrando abnegazione e coraggio, altre cospirarono, fiancheggiarono, fornirono supporto di ogni tipo ai ribelli nella più totale clandestinità, altre ancora tennero tenacemente in piedi famiglie divise segnate da violenze e lutti. Eppure soltanto una trentina di queste fautrici della Resistenza italiana al nazifascismo fu decorata con medaglie d’oro o d’argento al valore militare.
Al momento della Liberazione, per non destabilizzare lo stereotipo del maschio-guerriero, le donne vennero escluse dalle sfilate partigiane nelle città liberate, ma importante fu il riconoscimento collettivo, di natura storiografica, venuto circa un trentennio dopo la fine della guerra. Si trattava cioè della tardiva ma necessaria presa di coscienza che quello femminile alla Resistenza non era stato semplicemente “un contributo” ma qualcosa di più importante: un’adesione larga e consapevole a un movimento libertario dagli esiti incerti che passava per la guerra, della quale le donne accettarono le atroci regole.
Nel 1965, in occasione del ventesimo anniversario della Liberazione, usciva il documentario Le donne nella Resistenza di Liliana Cavani che, per la prima volta, dava voce alla presenza femminile nella Resistenza italiana. Progressivamente, a partire dal trentennale della Liberazione (1975), il cosiddetto fenomeno della “Resistenza taciuta” – quel silenzio prolungato sul ruolo rivestito da migliaia di donne ignorate dalla storiografia – poteva dirsi superato. Il risultato fu il proliferare di testimonianze, storie di donne più o meno giovani, di ogni fascia sociale, professione e provenienza, antifasciste per scelta personale, retaggio familiare o necessità, che a un certo punto abbracciarono la lotta antifascista e partigiana.

Donne combattenti
Fin dall’alba dei tempi la storia umana, accanto alle imprese dei grandi condottieri i cui nomi sono noti a tutti, ha registrato le gesta di un grande numero di combattenti donne, pronte a imbracciare le armi e a gettarsi nella mischia per difendere la propria terra, la propria gente, la propria famiglia o se stesse. Oppure per vendicare un torto subito o, ancora, per mutare in meglio la società (assai raramente, invece, per puro desiderio di conquista o per smania di potere). Le donne impegnate nei campi di battaglia hanno peraltro dovuto affrontare, in moltissimi casi, un duplice nemico: quello rappresentato dagli eserciti avversari e quello celato nelle convenzioni sociali, che le avrebbero volute indaffarate solo nelle faccende domestiche, non certo negli affari pubblici, tanto più se riguardanti l’ambito bellico…
Con rare eccezioni, una latente misoginia storiografica ha contrassegnato tutta la nostra storia almeno fino al XX secolo, quando nuovi filoni di ricerca hanno iniziato a riconsegnare alle donne combattenti d’ogni epoca i loro giusti meriti e la dignità del racconto delle loro storie, mentre in parallelo la società civile cominciava a ovviare alle secolari sperequazioni che riguardavano il mondo femminile in termini di diritti.
La riscoperta del ruolo femminile nella società, scenari di guerra inclusi, si è ulteriormente rafforzata nel corso del terzo millennio, anche grazie a una nuova serie d’istanze inerenti alla parità di genere. E’ convinzione, da parte di chi scrive, che la grande Storia, per come la conosciamo, presenti ancora diverse parti “da completare”.
Alzi per esempio la mano chi conosce le mirabolanti gesta delle sorelle Trung , eroine nazionali del Vietnam, o di Tomoe Gozen, guerriera del Sol Levante che brillò tra i samurai, o di Théroigne de Méricourt , “amazzone” della rivoluzione francese, o ancora di Nadezda Andreevna Durova, cavallerizza russa che sfidò Napoleone, di Antonia Masanello, patriota che si batté assieme ai Mille di Garibaldi, di Lozen, temeraria apache che perseguitò i “visi pallidi”, delle Streghe della notte, aviatrici sovietiche incubo dei nazisti, o, per restare al terzo millennio, di Viyan e delle altre eroine curde schierate in difesa della loro terra?

Le Amazzoni del Dahomey
Nonostante la ricca fioritura di leggende sulle amazzoni, l’esercito delle popolazioni Fon del Dahomey (regno africano nell’attuale Benin), sono l’unico esempio storico documentato di donne guerriere. Queste donne guerriere non sono menzionate nella storia militare ufficiale; su di loro è stato pubblicato un unico lavoro scientifico Amazons of Black Sparta dello storico Stanley B. Alpern (Hurst & Co.Ltd., Londra 1998).
Eppure questo esercito è stato in grado di confrontarsi con qualsiasi esercito di soldati professionisti delle potenze d’occupazione del tempo. Non si sa esattamente quando sia stato costituito questo esercito, ma alcune fonti lo fanno risalire al 1600. In origine guardia del corpo reale ma col tempo diventa un collettivo militare composto da 6.000 soldatesse con uno status semidivino. Per circa 200 anni costituirono la punta di lancia dei Fon contro gli europei colonizzatori, temute dalle milizie francesi che furono sconfitte in diverse occasioni.
Solo nel 1892 questo esercito di donne fu sconfitto dopo che la Francia aveva inviato per nave truppe di artiglieria e della legione straniera, un reggimento di fanteria e uno di cavalleria. Non si sa quante di queste donne caddero in battaglia. Le sopravvissute continuarono per diversi anni a condurre la guerriglia, e veterane dell’esercito furono intervistate e fotografate fino agli anni 40.

La nascita del movimento femminista nella società curda e la rivoluzione delle donne che combattono nel Rojava
A seguito dell’invasione siriana da parte dei miliziani dello Stato islamico e la conseguente resistenza delle forze curde di unità di protezione popolare e dell’unità di protezione delle donne nella Siria del Nord, i media occidentali hanno dato grosso risalto alle combattenti curde, in prima linea nella lotta al fondamentalismo islamico del Daesh.
Una narrazione molto spesso incompleta che ha ritratto le donne curde della Siria del Nord, nota come“Rojava, come eroine pronte a difendere valori di democrazia e libertà. Ma la presa delle armi e la“formazione di un’unità di difesa femminile sono il risultato di un processo molto più complesso, partito a cavallo tra gli anni 80 e 90 , con la volontà ultima da parte delle donne curde di liberarsi dai vincoli patriarcali e costruire una nuova idea di società.
Come affermato dallo stesso Ocalan nel suo “La questione della donna e della famiglia”, pubblicato nel 1992: Il livello di libertà delle donne è anche il livello di libertà della società; questa, a sua volta, è la libertà del Paese.
Attraverso una narrazione dal carattere epico la libertà delle donne e la libertà del Kurdistan andavano di pari passo e il ritorno a una società di natura matriarcale divenne lo scopo della lotta. Idealmente, Il mito di Ishtar fu utile a Ocalan non solo per prefiggersi di eliminare le differenze di genere nella società curda, ma anche per proporre di costruire una nuova società ideale basata sul femminismo. Secondo questa prospettiva, l’uomo diveniva il problema principale della società e la liberazione delle donne avrebbe portato sia alla liberazione del Kurdistan che a quella degli uomini.
Fino ad ora gli eserciti erano creati esclusivamente da uomini con un approccio patriarcale, infatti avevano solo due compiti: difendere e vincere. Ma noi siamo un esercito di donne… lo facciamo non solo per proteggerci, ma anche per cambiare il modo di pensare nell’esercito, non solo per guadagnare potere, ma per cambiare la società, , per svilupparla. Nesrin Abdalla, Comandante curda
“Ho ucciso l’angelo del focolare” scriveva Virginia Woolf, nel saggio Professioni per le donne, identificando in questa figura melliflua il fantasma più potente tra quelli introiettati dalle donne nei secoli. Virginia deve ucciderlo, per fare la scrittrice. E anche le Partigiane, per poter combattere a mano armata i nazifascisti, devono sbarazzarsene subito con una bella sventagliata di mitra.
Manrica Buri
Collaboratrice redazionale di Lavoro e Salute
Versione interattiva https://www.blog-lavoroesalute.org/lavoro-e-salute-aprile-2025/
Archivio https://www.lavoroesalute.org/











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