Donne e sicurezza sul lavoro
Solo nell’ultimo decennio la conoscenza e lo sviluppo della “medicina di genere” ha permesso una seria valutazione delle differenze tra uomini e donne nell’ambito della sicurezza sul lavoro.
Per quanto concerne i rischi psicosociali, l’Organizzazione mondiale del lavoro evidenzia che le donne devono affrontare anche altri rischi (insulti, molestie, minacce, aggressioni fisiche e verbali. Quindi per i datori di lavoro e per i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS) è d’obbligo una concreta valutazione dei rischi cui sono soggetti donne e uomini separatamente.
Questa concreta valutazione non viene sostanzialmente praticata e lo dimostra una non recente indagine sulle donne vittime del lavoro che mette in luce anche il disagio psicologico, le difficoltà di riprendere il lavoro, come le gravi problematiche sociali connesse con l’incidente.
Pubblichiamo questi dati non recenti (sottolineando che negli ultimi anni le condizioni di lavoro sono ulteriormente peggiorate come carichi, ritmi e pause. Condizioni spesso non considerate fonte di infortuni dalle stesse lavoratrici, a dimostrare quanto incide emotivamente l’assenza di conflitto sindacale utile a chiarire le responsabilità) a dimostrazione di come il lavoro delle donne in Italia offre, ben che vada, poche tutele e quindi un alto rischio di infortuni e malattie croniche, anche nel lavoro di cura.
Le donne infortunate sono passate da 200.557 a 286.522.
ogni anno in Italia circa 2.000 donne diventano “disabili da lavoro” a seguito di un infortunio o una malattia professionale, su un totale di circa 12.000.
La stragrande maggioranza delle donne disabili da lavoro, circa 68.000 (l’86,8% del totale), è stata vittima di un infortunio. Per 10.000 donne la disabilità deriva invece dall’aver contratto una malattia professionale.
Di queste donne disabili, il 56,7% (circa 31.000) sono in età pensionabile e perciò considerate inattive; il 40% (circa 22.000) è già occupato e solo il 3,3% (1.800 circa) non lo è.
L’incremento degli incidenti
Negli ultimi anni abbiamo visto un incremento di infortuni sul lavoro per incidenti dovuti a un’accelerazione, sovraccarico da lavoro, mancata sicurezza sul lavoro e una manodopera con una età lavorativa avanzata che non sostiene il carico da lavoro, con l’insorgere di malattie professionali che causano disabilità anche gravi. Fino al peggior epilogo, la morte sul lavoro e per lavoro.
A prevalere sono i disturbi nevrotici, legati a stress lavoro-correlato, ad esempio per mobbing (l’82% per le donne e il 76% per gli uomini), seguiti dai disturbi dell’umore (rispettivamente il 14% e il 20%). A seguire ci sono le malattie professionali che riguardano l’apparato muscolo-scheletrico e queste a lungo termine espongono le risorse lavorative a un maggior pericolo di infortuni di disabilità permanenti o semipermanenti
Il 42% soffre di incubi e angoscia conseguenti all’infortunio, il 57% perde legami sociali: e se la disabilità è grave, 3 donne su 4 perdono il compagno.
L’indagine sulle donne vittime del lavoro mette in luce il disagio psicologico, le difficoltà di riprendere il lavoro e le gravi problematiche sociali connesse con l’incidente.
Rapporti familiari. Il 55,5% delle donne infortunate non svolge le faccende domestiche come prima dell’infortunio e il dato ovviamente cresce con l’aumento del grado di invalidità. Al Sud, il dato cresce fino al 72,3%. Il 51,5% delle donne intervistate ritiene indispensabile un aiuto fisso di una badante o una domestica. Anche in questo caso, il dato cresce molto per le donne residenti al Sud (66%).
Reazione psicologica. Il 42,5% delle donne del campione soffre ancora di ansia/angoscia o incubi conseguenti all’infortunio: si rileva una tendenza maggiore per le donne sotto i 50 anni (59%) che decresce al salire dell’età, ad indicare un maggior livello di superamento del disagio man mano che il ricordo dell’infortunio si allontana nel tempo. Per quanto riguarda la percezione delle cause dell’incidente, solo il 25,5% le imputa a qualcosa/qualcuno esterno, mentre la maggior parte attribuisce la responsabilità dell’accaduto a una propria disattenzione. A causa del persistente disagio psichico successivo all’incidente, il 16,5% del campione considera necessario il supporto psicologico. Necessità avvertita soprattutto tra le donne fino a 50 anni di età, tra le quali il dato raggiunge il 36%.
Nei dati emerge anche una questione di classe: sono infatti le donne più povere e con minor scolarizzazione a essere impiegate nei lavori meno tutelati, e quindi più esposte al rischio di subire infortuni o contrarre malattie croniche da e per lavoro. Queste incontrano inoltre maggiori ostacoli nel vedere riconosciuti i propri diritti, avendo maggiore difficoltà a barcamenarsi nella burocrazia obbligatoria per vedere riconosciute indennità e sussidi.
Redazione Lavoro e Salute
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