La sicurezza è indivisibile – e la storia conta: una lettera aperta al Cancelliere tedesco Friedrich Merz

17.12.25 – Cancelliere Merz,
Lei ha parlato ripetutamente della responsabilità della Germania per la sicurezza europea. Tale responsabilità non si può scaricarla con slogan, memoria selettiva, o la stabile normalizzazione del discorso bellico. Le garanzie di sicurezza non sono strumenti a senso unico, vanno in ambo le direzioni. Non si tratta di un’argomentazione russa, né di una americana; ma di un principio fondativo della sicurezza europea, esplicitamente inserito nell’Atto Finale di Helsinki, nel quadro OCSE, e in decenni di diplomazia post-bellica.
La Germania ha il dovere di accostare questo momento con serietà storica e onestà; a tal riguardo le scelte e le politiche recenti sono pericolosamente carenti.
Dal 1990, le preoccupazioni di sicurezza essenziale della Russia sono state ripetutamente rigettate, diluite, o direttamente violate — sovente con l’attiva partecipazione o acquiescenza della Germania. Questo stato di fatto non si può cancellare se la guerra in Ucraina deve finire, e non lo si può ignorare se l’Europa deve evitare uno stato permanente di confronto.
Alla fine della guerra fredda, la Germania diede ai dirigenti sovietici e poi russi ripetute ed esplicite rassicurazioni che la NATO non si sarebbe espansa verso est; assicurazioni fornite nel contesto della riunificazione tedesca, di cui la Germania beneficiò enormemente. La rapida unificazione del suo paese – nell’ambito della NATO — non avrebbe avuto luogo senza il consenso sovietico fondato su quegli impegni. Fingere in seguito che tali assicurazioni non abbiano mai contato, o che fossero solo osservazioni casuali, non è realismo: è revisionismo storico.
Nel 1999, la Germania partecipò al bombardamento NATO della Serbia, la prima guerra importante condotta dalla NATO senza autorizzazione del Consiglio di Sicurezza ONU. Non si trattava di un’azione difensiva. Fu un intervento che stabilì un precedente che alterava fondamentalmente l’ordine di sicurezza post-guerra-fredda. Per la Russia, la Serbia non era un’astrazione. Il messagggio era inequivocabile: la NATO avrebbe usato la forza aldilà del proprio territorio, senza l’approvazione ONU, e senza badare alle obiezioni russe.
Nel 2002, gli Stati Uniti si ritirarono unilateralmente dal Trattato Anti-Missili Balistici, una pietra angolare della stabilità strategica per tre decenni. La Germania non sollevò alcuna seria obiezione. Eppure l’erosione dell’architettura di controllo degli armamenti non avvenne nel vuoto. I sistemi di difesa missilistica schierati più vicino ai confini della Russia furono giustamente percepiti dalla Russia come destabilizzanti. Respingere quelle percezioni come paranoia fu propaganda politica, non sana diplomazia.
Nel 2008, la Germania riconobbe l’indipendenza del Kosovo, nonostante espliciti ammonimenti che ciò avrebbe minato il principio dell’integrità territoriale e posto un precedente che si sarebbe riverberato altrove. Ancora una volta, le obiezioni della Russia furono spazzate via come malafede anziché trattate come preoccupazioni serie.
La spinta costante ad espandere la NATO all’Ucraina e alla Georgia — dichiarata formalmente al Vertice di Bucharest del 2008 — oltrepassò la più accesa delle linee rosse, nonostante chiare, coerenti, strepitanti e ripetute sollevate da anni da Mosca. Quando una grossa potenza identifica un interesse essenziale di sicurezza reiterandolo per decenni, ignorarlo non è diplomazia; è escalation premeditata.
Il ruolo della Germania in Ucraina a partire dal 2014 è fastidioso in modo speciale. Berlino, di concerto con Parigi e Varsavia, intermediò l’accordo del 21 febbraio 2014 fra il presidente Yanukovych e l’opposizione — accordo inteso a fermare la violenza e preservare l’ordine costituzionale. Entro poche ore l’accordo crollò. Ne seguì un rovesciamento violento; ed emerse un nuovo governo con mezzi extracostituzionali. La Germania riconobbe e sostenne immediatamente il nuovo regime. L’accordo che la Germani aveva garantito fu abbandonato senza conseguenze.
L’accordo di Minsk II del 2015 doveva essere il correttivo — un contesto negoziato per porre fine alla guerra nell’Ucraina orientale. Di nuovo la Germania funse da garante. Tuttavia il Minsk II non fu attuato per sette anni dall’Ucraina. Kyiv ne rigettava apertamente le stipulazioni politiche. La Germania non le fece rispettare. Frattanto vari ex-capi tedeschi e altri riconobbero che il Minsk era trattato meno da piano di pace che da azione di contenimento; ammissione che già da sola dovrebbe imporre un regolamento dei conti.
Di fronte a tale sfondo, gli appelli per ancor più armi, una retorica sempre più aspra, e una sempre maggior “determinazione” suonano ipocriti. Chiedono agli europei di dimenticare il recente passato per giustificare un futuro di confronto permanente.
Basta con la propaganda. Basta con l’infantilizzazione morale del pubblico. Gli europei sono del tutto capaci di capire che i dilemmi di sicurezza sono reali, che le azioni della NATO hanno conseguenze, e che non si ottiene la pace fingendo che le preoccupazioni di sicurezza della Russia non esistano.
La sicurezza europea è indivisibile. Principio che vuol dire che nessun paese può rafforzare la propria sicurezza alle spese di quella d’un altro senza provocare instabilità. E vuol anche dire che la diplomazia non è appeasement, e che l’onestà storica non è tradimento.
Un tempo la Germania lo capiva. L’Ostpolitik non era debolezza; era maturità strategica. Riconosceva che la stabilità dell’Europa dipende dall’impegno, dal controllo degli armamenti, dai legami economici, e dl rispetto per i legittimi interessi per la sicurezza della Russia.
Oggi la Germania ha di nuovo bisogno di quella maturità. di smettere di parlare come se la guerra fosse inevitabile o virtuosa. Smettere di pescare all’esterno riflessioni strategiche per i punti da trattare per un’alleanza. Cominciare a impegnarsi seriamente nella diplomazia — non come esercizio di pubbliche relazioni, ma come autentico sforzo di ricostruire un’architettura securitaria europea che includa, non che escluda, la Russia. Una tale architettura rinnovata deve cominciare con la chiarezza e il ritegno. Per prima cosa, comporta una fine inequivoca dell’ampliamento NATO verso est — l’Ucraina, la Georgia, e qualunque altro stato lungo i confini della Russia. L’espansione della NATO non era una caratteristica inevitabile dell’ordine post-guerra-fredda, fu una scelta politica, fatta in violazione di rassicurazioni solenni date nel 1990 e perseguita nonostante ripetuti ammonimenti che avrebbe destabilizzato l’Europa.

Foto President Of Ukraine | In London, Leaders of Ukraine, the United Kingdom, France, and Germany Discussed Diplomatic Engagement with the United States and Further Defense Support for Ukraine (PDM 1.0)
La sicurezza in Ucraina non arriverà dallo schieramento avanzato di truppe tedesche, francesi o altre europee, che consoliderebbero solo la divisione e prolungherebbero la guerra. Arriverà mediante la neutralità sostenuta da credibili garanzie internazionali. Le risultanze storiche sono inequivocabili: né l’unione Sovietica né la Federazione Russa hanno violato la sovranità di stati neutrali nell’ordine postbellico — né la Finlandia, né l’Austria, la Svezia, la Svizzera, o altri. La neutralità ha funzionato perché si rivolgeva alle legittime preoccupazioni di sicurezza di tutti i coinvolti. Non ci sono ragioni serie per fingere che non possa funzionare di nuovo.
Secondo, la stabilità richiede demilitarizzazione e reciprocità. Le forze russe dovrebbero essere mantenute ben lontane dai confini NATO, e le forze NATO — compresi i sistemi missilistici — devono starsene ben lontane dai confini russi. La sicurezza è indivisibile, non unilaterale. Le regioni confinarie dovrebbero essere demilitarizzate mediante accordi verificabili, non saturate con sempre più armi.
Le sanzioni dovrebbero essere tolte come parte di una composizione negoziata; non sono riuscite a portare la pace e hanno inflitto un grave danno all’economia della stessa Europa.
La Germania, in particolare, dovrebbe rigettare la scellerata confisca dei titoli stato di russi — una sfrontata violazione del diritto internazionale che mina la fiducia del sistema finanziario globale. Rivitalizzare l’industria tedesca mediante scambi legali, negoziati, con la Russia non è capitolazione; è realismo economico. L’Europe non dovrebbe distruggere la propria base produttiva in nome di una posa morale.
Infine, l’Europa deve tornare ai fondamenti istituzionali della propria sicurezza. L’OCSE — non la NATO — dovrebbe tornare a servire di nuovo da forum centrale per la sicurezza europea, per la formazione della fiducia, e per il controllo degli armamenti. L’autonomia strategica per l’Europa significa appunto questo: un ordine securitario europeo plasmato da interessi europei, non dalla subordinazione permanente all’ espansionismo NATO.
La Francia potrebbe estendere giustamente estendere il proprio nucleare deterrente a mo’ di ombrello di sicurezza europeo, ma solo con atteggiamento rigorosamente difensivo, senza sistemi a schieramento avanzato che minaccino la Russia.
L’Europa dovrebbe fare urgentemente pressione per un ritorno all’inquadramento INF [Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty, 1987 – ndt] e per negoziati strategici a tutto campo sul controllo degli armamenti che coinvolgano gli Stati Uniti e la Russia — e, col tempo, la Cina.
Cosa più importante di tutte, Cancelliere Merz, impari la storia — e sia onesto con essa. Senza onestà, non può esserci fiducia. Senza fiducia, non può esserci sicurezza. E senza diplomazia, l’Europa rischia di ripetere le catastrofi da cui asserisce di avere imparato.
La storia giudicherà quel che la Germania sceglie di ricordare — e quel che sceglie di dimenticare. Questa volta, la Germania scelga la diplomazia e la pace, e sia di parola.
EUROPE, 22 Dec 2025
Jeffrey D. Sachs – TRANSCEND Media Service
Traduzione di Miki Lanza per il Centro Studi Serenp Regis
23/12/2025 https://serenoregis.org










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