Il Sud Italia crolla sotto il dissesto politico

Niscemi crolla in un territorio geologicamente fragile e amministrativamente abbandonato. Oltre 1500 persone vengono evacuate per l’ennesima “emergenza” che serve a coprire decenni di consumo di suolo e scelte politiche insensate. Il rapporto Ispra ricorda che il dissesto idrogeologico interessa tutta la Penisola.

Niscemi – questo è ben chiaro – è stata costruita sull’orlo del baratro. Un terreno estremamente sabbioso con livelli arenacei sovrapposti a un substrato argilloso, una combinazione geologicamente fragile che permette all’acqua di infiltrarsi e accumularsi creando una forte instabilità.
Più di 1.500 abitanti sono stati evacuati in piena emergenza, il termine per eccellenza più abusato per nascondere le inadempienze e le irregolarità che hanno provocato l’ennesima disgrazia altamente prevedibile. Questa storia, infatti, è già successa nell’ottobre del 1997.

Difficile assolvere le classi dirigenti che si sono succedute nel tempo, magari raccontando che l’Italia è uno dei Paesi europei più esposti alle frane per le naturali caratteristiche morfologiche, geologiche, sismiche e idrologiche che la caratterizzano. Secondo i dati ISPRA, sul territorio nazionale, sono presenti oltre 684.000 eventi franosi, mediamente due frane per km quadrato, e si stima che 5,7 milioni di persone vivano in zone a rischio. Di queste, 1,28 milioni sono esposte a pericolosità da frana elevata o molto elevata. Tuttavia, i numeri, per quanto asettici possano sembrare, sono sempre rappresentativi di realtà più complesse che, in questo caso, indicano che il dissesto idrogeologico in Italia si alimenta di un dissesto amministrativo che continua a produrre consumo di suolo e inadempienze sui territori, ignorando la progressiva accelerazione dei cambiamenti climatici. 

Nel più recente rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici”, redatto dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, si stima che nel 2024 siano stati consumati 72,5 km² di territorio, l’equivalente di oltre 10 mila campi da calcio. Complessivamente, l’Italia è ricoperta per 21 578 km² da cemento, un dato in costante aumento anche a fronte di una popolazione che decresce. Una situazione che fa a pugni con la proposta, poi rigettata, di inserire un condono edilizio su larga scala nella Legge di Bilancio 2026. Una proposta che in tutta evidenza appare una pericolosa strategia politica, utilizzata per accrescere il consenso proprio in quei territori in cui l’abusivismo edilizio è maggiormente radicato e dove, non è un caso, il rischio sismico e idrogeologico rappresenta un costo altissimo in termini economici e sociali per tutti gli abitanti. Ma come forse deducibile dalle frasi del  ministro Lollobrigida “per fortuna la siccità è in Sicilia”, alcuni territori, seppure normalmente a margine, sono comunque essenziali per raccogliere voti in fase di campagna elettorale. Poi scompaiono dall’agenda politica e sprofondano nel silenzio istituzionale non appena accade tragedia. 

Come accadde a Ischia nel 2022, e ancora prima a Cavallerizzo in Calabria, luogo probabilmente sconosciuto alla maggior parte dei lettori, ma che oggi è un paese fantasma dopo una frana ampiamente prevedibile. Ed è accaduto, oltre a Niscemi, in Sardegna e in Calabria con l’arrivo del Ciclone Harry. Dopo giorni di indifferenza, la presidente del Consiglio Meloni ha annunciato lo stanziamento di 100 milioni di euro per far fronte alle prime urgenze causate dal maltempo. Uno stanziamento minimo, totalmente insufficiente, se non insensato da tutti i punti di vista, ma utile alla premier per tentare di placare l’indignazione, a scapito della responsabilità politica di un Paese che, pur essendo hotspot climatico, ha come priorità la realizzazione del ponte sullo Stretto.

Alla richiesta da parte dell’Assemblea Regionale Siciliana di utilizzare i fondi del ponte per la ricostruzione delle aree colpite, il ministro Matteo Salvini, con il beneplacito dell’ex presidente della Regione Sicilia e attuale ministro per la Protezione Civile, Nello Musumeci, ha affermato che “No! Sono fondi per gli investimenti, bisogna conoscerle le cose (…) Il Ponte serve ai siciliani, anzi col ponte probabilmente in caso di eventi disastrosi anche i soccorsi riescono ad arrivare più velocemente”. Se ha ragione Salvini, che le cose bisogna conoscerle, allora il ministro delle Infrastrutture dovrebbe sapere che nuove frane possono svilupparsi su quelle già esistenti, mentre altre si riattivano nel tempo, come è accaduto a Niscemi. Già nel 1997, gli addetti ai lavori avevano evidenziato la necessità di interventi urgenti, tra cui un sistema di drenaggio per prevenire saturazioni durante le tempeste. Tuttavia, secondo quanto dichiarato dal sindaco di Niscemi Massimiliano Conti, i fondi per la messa in sicurezza sono arrivati solo a dicembre. Decisamente troppo tardi per evitare il peggio. In questa situazione, il ministro dovrebbe facilmente dedurre che né ai siciliani né ai calabresi serve un ponte per collegare dei territori che stanno letteralmente crollando su sé stessi. 

Questo non è un caso isolato. La mancata prevenzione locale si somma ai costi nazionali, e il ministro, che ama destreggiarsi tra i numeri, dovrebbe essere a conoscenza anche del fatto che solo nel 2025 l’Italia ha speso circa 12 miliardi di euro tra perdite dirette e indirette provocate dagli eventi estremi. Una cifra che potrebbe certamente calare se gli investimenti previsti nel PNRR per il contrasto al dissesto idrogeologico fossero stati messi in campo per l’adozione di interventi strutturati di prevenzione, mitigazione e adattamento, non al maltempo, ma ai cambiamenti climatici. Questi ultimi, infatti, stanno aumentando la frequenza e l’intensità delle precipitazioni favorendo frane e colate detritiche. Lo dimostrano i disastri che ogni anno si ripetono in Emilia-Romagna, dove la connessione tra l’innesco di frane in un territorio fragile e l’intensità degli eventi piovosi è diventato il parametro attraverso il quale misurare l’incidenza dei cambiamenti climatici.

Mentre osserviamo inermi l’ennesimo disastro e ci interroghiamo (ingenuamente) su come sia stato possibile, continuiamo a guardare al suolo non come a un alleato, ma come a una risorsa infinita sulla quale costruire, anche abusivamente, laddove arrivano le onde del mare o in cima a un precipizio. Una strategia suicida che ci espone, consapevolmente o meno, al prossimo ciclone e a una violenza climatica sempre più estrema.

Carmen Storino

9/2/2026 https://sbilanciamoci.info/

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