La crisi climatica sarà anche una crisi economica

“Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%”

Il Climate risk index 2025 di Germanwatch ha evidenziato un aumento di alluvioni, tempeste e ondate di siccità a livello mondiale. Il nostro Paese non fa eccezione e sconta miliardi di dollari di danni dovuti ad eventi meteo estremi cresciuti per frequenza ed intensità. Per questo motivo nei prossimi anni l’impatto del cambiamento climatico avrà ricadute importanti su vari aspetti rilevanti per la crescita economica italiana, come la salute, le rese agricole, la produzione industriale, l’erogazione dei servizi, il funzionamento delle infrastrutture e di conseguenza anche sulla produttività del lavoro e non da ultimo sul nostro reddito. A metterlo nero su bianco è stata nelle scorse settimane l’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno (Svimez) per la quale:

“Gli effetti economici sono rilevanti […]. Secondo analisi di scenario che simulano un aumento moderato delle temperature di 1,5°C, entro il 2100 il reddito pro capite italiano potrebbe ridursi in un intervallo compreso tra il 2,8% e il 9,5%”.

La recente letteratura economica ha già ampiamente evidenziato la relazione negativa tra cambiamento climatico e livelli di reddito, sottolineando come gli effetti possano essere molto differenziati in base alle fragilità e alla struttura produttiva dei territori. Secondo l’approfondimento di Svimez “Per l’Italia, un aumento sostenuto delle temperature potrebbe tradursi in impatti asimmetrici: un lieve incremento del Pil nelle regioni settentrionali e, al contrario, una contrazione significativa nel Mezzogiorno tra il -1 e il -3%, con punte superiori al – 4% in regioni come Campania e Sicilia”. In questo quadro “Il dissesto idrogeologico diventa un fattore di freno allo sviluppo, incidendo sull’attrattività dei territori, sulla continuità delle attività produttive e sulle prospettive occupazionali”. Il caso di Niscemi, quindi, dove un’imponente frana di scivolamento, riattivata dalle piogge torrenziali del ciclone Harry, ha colpito il territorio comunale rendendo necessaria l’istituzione di una “zona rossa” e l’evacuazione di oltre 1.500, “Non rappresenta un’eccezione, ma un caso emblematico di una criticità diffusa che interessa larga parte del territorio nazionale”.

Per gli analisti della Svimez siamo davanti alla “Punta di un iceberg” che si inserisce pienamente in una dinamica più ampia in cui il cambiamento climatico aggrava criticità strutturali esistenti, rendendo più frequenti e distruttivi eventi che colpiscono territori storicamente fragili: “La combinazione tra suoli instabili, urbanizzazione in aree a rischio e intensificazione delle precipitazioni estreme costituisce oggi uno dei principali moltiplicatori del dissesto idrogeologico nel Paese, è in questo quadro che si colloca il caso di Niscemi: all’intersezione tra cambiamento climatico, fragilità geologica storica e debolezza delle politiche di prevenzione”. Non ci stupisce, quindi, che la spesa per i rischi naturali in Italia sia raddoppiata negli ultimi due anni, ma solo una parte degli interventi riesce a concretizzarsi a causa della scarsità di fondi, dell’assenza di una visione di lungo periodo e della difficoltà di coordinamento tra enti. 

Così facendo il dissesto idrogeologico è diventata per il Bel paese una criticità strutturale: secondo i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra) relativi al 2025, “Il 94,5% dei comuni italiani è a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Per quanto riguarda le frane, il territorio classificato a pericolosità da frana è aumentato del 15% rispetto al 2021, passando da 55.400 a 69.500 km², pari al 23% del territorio nazionale. La popolazione esposta a questo rischio idro-geologico conta 2,6 milioni di famiglie residenti in aree pericolose, quasi 370 mila in aree a pericolosità elevata e oltre 213 mila in aree a pericolosità molto elevata, per un totale di oltre 580 mila famiglie nelle classi di rischio più alte”. In questo contesto, “La Sicilia è una delle regioni – insieme a Toscana (+52,8%) e la Sardegna (+29,4%) – in cui la pericolosità da frana è aumentata in misura più significativa (+20,2%) rispetto al 2021, con 142 Comuni esposti ad alto rischio, siamo ad oltre il 36% del totale”. In generale, solo nel 2025, stando ai dati di Legambiente, “I danni subiti dal’Italia da ondate di calore, siccità e alluvioni sono stati pari a 11,9 miliardi di euro, in futuro, con una proiezione al 2029, saliranno facilmente a 34,2 miliardi di euro. Sul fronte della prevenzione al dissesto idrogeologico, dal 1999 al 2024 sono stati 20,5 i miliardi di euro spesi per ben 25.903 interventi relativi alla mitigazione del dissesto idrogeologico, dissesto che in Italia è aumentato nel corso degli ultimi decenni arrivando ad interessare il 94% dei comuni. Erano l’88% nel 2015 e il 91% nel 2018”.

A questo quadro strutturale si sovrappone l’effetto del cambiamento climatico sul bacino del Mediterraneo, riconosciuto come una delle aree più esposte agli effetti del cambiamento climatico, in particolare in termini di aumento della frequenza e dell’intensità dei fenomeni atmosferici estremi e dei progressivi processi di desertificazione. Le proiezioni riprese dagli analisti della Svimez indicano, entro il 2050, “Un incremento medio delle temperature compreso tra 0,5°C e 1°C rispetto ai livelli attuali, che potrebbe salire a 1–1,5°C in presenza di concentrazioni crescenti di gas serra, con picchi fino a 2°C nella regione adriatica centrale e meridionale d’Italia”. Ne consegue che il diverso livello di danni climatici tra territori italiani impone la necessità di affrontare il cambiamento climatico con un approccio territoriale differenziato, basato sul monitoraggio puntuale delle dinamiche locali, anche economiche. Per la Svimez l’obiettivo primario della politica e di tutta la cittadinanza dovrebbe essere la messa in sicurezza del territorio e il superamento della logica emergenziale per approdare a una pianificazione preventiva efficace, correggendo le problematiche degli ultimi anni: “Senza questo cambio di paradigma, il rischio è che eventi come quello di Niscemi continuino a ripetersi, trasformando fragilità note in crisi sociali ed economiche sempre più gravi. È necessario un salto di scala nell’azione pubblica”. 

Il collegamento diretto tra crisi climatica e una crisi economica era già stato ben evidenziato da uno studio pubblicato su Nature nel 2024 da tre ricercatori del  Potsdam Institute for Climate impacts Research secondo i quali a livello globale a causa del climate change “Nei prossimi 26 anni si potrebbero verificare perdite stimate intorno ai 38.000 miliardi di dollari all’anno e una contrazione del reddito globale del 19%”. 

Secondo l’analisi, considerata ancora oggi all’avanguardia nel campo della modellazione degli impatti economici, i 38.000 miliardi di dollari di danni stimati non devono essere intesi come un calo del PIL globale – che comunque pare destinato a decrescere – ma come una riduzione del reddito medio dei cittadini di tutto il Mondo e derivano principalmente dall’aumento delle temperature. Considerando altri fenomeni meteorologici estremi, come tempeste o incendi, il prezzo da pagare potrebbe aumentare ulteriormente, con una probabile forbice tra 19 e 59.000 miliardi di dollari entro il 2050.

“Si prevedono quindi forti riduzioni del reddito per la maggior parte delle regioni, tra cui il Nord America e l’Europa. L’Asia meridionale e l’Africa saranno le più colpite”,aveva dichiarato Maximilian Kotz, scienziato dell’Istituto di Potsdam e primo autore dello studio. Per la coautrice Leonie Wenz“Questo studio dimostra chiaramente che frenare il riscaldamento globale è molto più conveniente che non farlo, senza considerare oltretutto gli impatti non economici come la perdita di vite umane o di biodiversità”. 

Al momento, purtroppo, buona parte della politica italiana, a tutti i livelli, sembra ancora incapace di ragionamenti climatici e di conseguenza economici che non siano emergenziali.

Alessabdro Graziadei

10/2/2026 https://www.unimondo.org/

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