La destra al governo e il principio di legalità: storia di un equivoco
Il voltafaccia anti-legalitario di Fratelli d’Italia è solo un equivoco. Tante sono state le voci che, durante la campagna elettorale per il referendum del 22 e 23 marzo 2026, si sono dette stupite del tradimento di Meloni e camerati sulla giustizia.
Ma come, si sentiva ripetere in tutte le reti sociali, un partito legge e ordine che favorisce disordine e illegalità? Dove sono finiti i vecchi missini (da MSI – Movimento Sociale Italiano, partito di ispirazione neo-fascista fondato nel 1946 da appartenenti alla ex RSI – Repubblica Sociale Italiana), di cui i fratelli d’Italia sono gli eredi? E Meloni, che ha iniziato a fare politica, racconta lei, con nelle orecchie lo scoppio di Via D’Amelio?
Solo un equivoco, generato dalla stessa propaganda neo o post-fascista del dopoguerra che, dobbiamo ammetterlo, funzionò alla perfezione. Invece, dietro la copertura legalitaria, molti missini intrigarono con le forze più oscure della Repubblica.
Prendiamo alcuni fatti emblematici. Con l’avvertenza di essere costretti a scegliere, per ragioni di spazio e chiarezza, pochi fili di una rete nera che tenne impigliata la Prima Repubblica, con diramazioni anche nella Seconda.
La Strage di Piazza Fontana: la madre di tutte le stragi italiane, l’innesco della Strategia della Tensione. Il 12 dicembre 1969, alle 16:37, una bomba esplose all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, in Piazza Fontana a Milano. 17 morti e 88 feriti. Nel maggio 2005, la Cassazione pronunciò la sentenza definitiva: a organizzare la strage fu una cellula di Ordine Nuovo, guidata da Franco Freda e da Giovanni Ventura, non condannabili perché, in base al principio giuridico del ne bis in idem (non due volte nella stessa questione), erano già stati assolti con sentenza definitiva per lo stesso reato nel 1987.
Ordine Nuovo fu un movimento politico che ben presto sconfinò nell’organizzazione terroristica. Fondato nel 1956, fra gli altri, da Pino Rauti, fu sciolto nel 1973 per il reato di ricostituzione del partito fascista. Rauti l’aveva già lasciato nel 1969, per passare al MSI. Ordine Nuovo, infatti, sembrava una specie di anticamera del partito missino, con molte personalità che lì si sfangavano gli scarponi prima di entrare nel salotto della politica parlamentare; o che, uscendo dal salotto della politica parlamentare, lì calzavano gli scarponi per azioni “non ortodosse” nella società. La figlia di Rauti, Isabella, oggi è senatrice di Fratelli d’Italia.
La Strategia della Tensione, invece, fu un periodo della storia d’Italia, dal 1969 al 1984, in cui forze della destra estrema cercarono di far crollare la Repubblica edificata sulla Resistenza, di cui la Costituzione era il principale pilastro. Prima, fino alla Strage di Piazza della Loggia a Brescia del 28 maggio 1974 (8 morti e 104 feriti), con l’intento di praticare attentati di cui far ricadere la responsabilità sul mondo della sinistra, e costringere così lo Stato ad adottare leggi speciali in senso autoritario. Poi, dalla stessa Strage di Piazza della Loggia fino al 1984, fallito questo intento, colpendo direttamente il mondo di sinistra e le sue istanze di progresso sociale e politico.
L’apice della Strategia si ebbe nel 2 agosto 1980, con la Strage di Bologna, quando alle 10:25 una bomba esplose nella sala d’attesa di seconda classe della stazione. 85 morti e 216 feriti. La più grande strage in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, superata solo da quelle di al-Qaeda nel 2004 in Spagna. Il corpicino di Angela Fresu, di 3 anni, e quello della madre Maria, di 24 anni, troppo vicine all’ordigno, furono disintegrati. Bene! Nel luglio 2025, dopo 45 anni a causa dei continui depistaggi, la Cassazione condannò definitivamente gli esecutori e i mandanti. A conferma che i misteri d’Italia sono solo propaganda contro la verità. Esecutori: i neofascisti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e Paolo Bellini. Mandanti: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Nomi. Che però basta decrittare per scoprire molte cose.
Per esempio, che la strage fu organizzata in ambienti neofascisti e massonici per colpire la città simbolo della sinistra; fu finanziata da settori economici reazionari e collusi con la criminalità, anche organizzata; fu coperta dai servizi segreti, i cui uomini provenivano senza soluzione di continuità dagli apparati statali fascisti; e fu realizzata da prezzolati neofascisti. Fu l’associazione dei familiari delle vittime, guidate dal presidente Paolo Bolognesi e dall’avvocato Andrea Speranzoni, a rintracciare fra le scartoffie una delle prove più importanti: un foglio, simile a una partita doppia, in cui Gelli aveva annotato, oltre alla parola “Bologna”, le somme di denaro sottratte al Banco Ambrosiano e destinate agli esecutori materiali e ai vertici dei servizi segreti.
Ma torniamo ai nomi.
Licio Gelli (1919 – 2015): fascista; repubblichino; fondatore della loggia massonica segreta Propaganda 2 (P2).
Umberto Ortolani (1913 – 2002): imprenditore; banchiere; associato alla P2.
Federico Umberto D’Amato (1919 – 1996): poliziotto sotto il fascismo; agente al servizio degli alleati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943; direttore dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno (servizio segreto interno) dal 1971 al 1974, su cui esercitò grande influenza anche dopo il suo avvicendamento; associato alla P2.
Mario Tedeschi (1924 – 1993): fascista; repubblichino; senatore del MSI dal 1972 al 1979; direttore del quotidiano Il Borghese; consigliere di Gianfranco Fini, ai tempi in cui questi trasformò il MSI in Alleanza Nazionale.
Francesca Mambro (1959) e Valerio Fioravanti (1958): fondatori dei NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), cioè dello spontaneismo rivoluzionario di destra, che, come dimostra la stessa sentenza della Strage di Bologna, non erano per nulla spontanei, ma eterodiretti da apparati corrotti dello Stato e della politica.
Luigi Ciavardini (1962): militante del movimento eversivo di destra Lotta Studentesca-Terza Posizione; e militante dei NAR.
Gilberto Cavallini (1952): militante dei NAR.
Paolo Bellini (1953): figura complessa, nodo di intrighi che, se dipanato con attenzione, rivela la storia d’Italia.
Nel 1971 Bellini aderì al movimento eversivo di destra Avanguardia Nazionale.
Nel 1975, dopo i primi reati di minacce e violenza, insieme ad altri avanguardisti uccise Alceste Campanile, militante del movimento rivoluzionario di sinistra Lotta Continua.
Nel 1976 si rifugiò in Brasile per aver sparato ai testicoli di un commerciante d’auto romano, fidanzato di una delle sorelle. Ma nel 1977 rientrò in Italia con il falso nome di Roberto Da Silva, coperto da alcuni parlamentari del MSI.
Dopo altri reati di violenza, legati a motivi familiari, nel 1980 partecipò fra gli esecutori alla Strage di Bologna.
Nel 1981 fu incarcerato per furto. Nel frattempo, il SISDE (servizio segreto interno) scoprì che Da Silva e Bellini erano la stessa persona. Perciò la Digos, per verificarne l’identità, ne richiese le impronte digitali al distretto militare di Modena, dove egli aveva svolto il servizio militare. Ma un colonnello le sottrasse all’archivio e le occultò. Oltre alla condanna per furto, intanto, si aggiunsero quelle per i reati di violenza e minacce. Ma nel 1986 venne scarcerato.
Nel 1988 uccise il suo complice nei furti e fu di nuovo incarcerato. Ma nel 1990, per un errore della Corte d’Assise, venne ancora scarcerato.
Nel frattempo, in cella aveva stretto amicizia con uno ‘ndranghetista affiliato al clan Dragone, Nicola Vasapollo. Da questo momento divenne un sicario della cosca, per cui compì numerosi omicidi. Nel 1981, sempre in carcere, aveva stretto amicizia anche con Antonino Gioè, capomafia dei Corleonesi. Gioè, arrestato nel 1993, nello stesso anno fu trovato impiccato con dei lacci da scarpe alle sbarre della sua cella. Ma fece in tempo ad annotare nella sua agenda che Bellini era un infiltrato.
Gli ex capimafia e poi collaboratori di giustizia Giovanni Brusca e Gioacchino La Barbera affermarono che era stato proprio Bellini a suggerire a Gioè gli attentati al patrimonio artistico del 1993, dopo le Stragi di Capaci e di Via D’Amelio del 1992, durante l’attacco di Cosa Nostra allo Stato: un magistrato assassinato può essere rimpiazzato, un’opera d’arte distrutta no. D’altro canto, all’organizzazione e all’esecuzione della Strage di Capaci presero parte, oltre a Gioè, Brusca e La Barbera, anche Pietro Rampulla, capomafia e militante di Ordine Nuovo, a testimonianza di intrecci tra mafia, eversione nera e servizi segreti ancora da sciogliere.
Non a caso, nel commando che nel 1980 assassinò il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, allievo di Aldo Moro e, come il suo maestro, impegnato a costruire un’alleanza di governo fra Partito Comunista e Democrazia Cristiana, la moglie riconobbe Valerio Fioravanti. Ma la magistratura ritenne di non avere prove sufficienti per condannarlo.
Non a caso, indagini successive dimostrarono che l’amministratore della palazzina in Via Gradoli a Roma, dove le Brigate Rosse avevano affittato un appartamento per farne la loro la base operativa durante i giorni del sequestro e dell’uccisione di Aldo Moro, era tal Domenico Catracchia, fiduciario di Vincenzo Parisi, all’epoca capo del SISDE e successivamente a capo della Polizia. Palazzina in cui, successivamente, furono affittati appartamenti anche ad alcuni militanti dei NAR.
E non a caso, la Strage del Rapido 904, nel 1984 (16 morti e 267 feriti), fu una strage ibrida, che segnò il passaggio dalla Strategia della Tensione alle Stragi di Mafia, fino a quelle di Capaci e Via D’Amelio nel 1992 e a quelle di Milano, Roma e Firenze del 1993: nei processi fu accertato che i mandanti e gli esecutori furono i mafiosi del clan Calò, ma che il fornitore dell’esplosivo fu Massimo Abbatangelo, parlamentare del MSI.
Ma il MSI fu coinvolto nella Strategia della Tensione anche nel suo massimo dirigente, il presidente Giorgio Almirante. Il 31 maggio 1972, alle 22:35, una telefonata anonima giunse al centralino della Stazione dei Carabinieri di Gorizia. Un uomo con accento veneto segnalò una Fiat 500 abbandonata in un viottolo di campagna con due fori di proiettile sul parabrezza. Partì una gazzella. Alle 23:05, i carabinieri che tentarono di aprire il cofano della macchina innescarono una bomba. 3 morti e 2 feriti. Il terrorista neofascista Vincenzo Vinciguerra, reo confesso della strage, affermò tempo dopo che Almirante aveva fatto pervenire a tal Carlo Cicuttini una somma di 35000 dollari: l’uomo, che era latitante in Spagna, doveva operarsi alle corde vocali, dato che era la sua la voce anonima che aveva telefonato alla Stazione dei Carabinieri di Gorizia.
Seguendo i fili della rete nera che tenne impigliata la Prima Repubblica, si giunge ai movimenti di destra extraparlamentare, al MSI, alla criminalità organizzata, ai settori più reazionari dell’economia italiana, ai servizi segreti e alla massoneria. Tutti uniti in un’operazione di mera conquista e mantenimento del potere che aveva nell’anticomunismo il collante ideologico.
A tal proposito occorre dedicare qualche parola alla massoneria, di cui spesso si sente parlare senza la necessaria chiarezza: essa non aveva nulla a che vedere con le tradizionali associazioni di origine risorgimentale, deviate dalla loro funzione originaria. Ma era costituita da associazioni clandestine ed eversive, come la P2, ripiene di militari, politici, funzionari, imprenditori, giornalisti che, legati al puparo americano, erano mossi per dirigere la politica italiana, soprattutto in funzione anticomunista. Le basi militari americane nel territorio nazionale, lascito della guerra fascista, erano le principali sedi operative a cui gli affiliati massonici afferivano.
Ma per tornare a Bellini, tra il 1993 e il 1995 e tra il 1999 e il 2009 egli divenne collaboratore di giustizia. Alla fine, però, la collaborazione fu revocata dallo Stato perché, si capì, era finalizzata soltanto a rendere inestricabile la trama delle sue complicità e collusioni.
Bellini fu l’ultimo a essere condannato per la Strage di Bologna, nel luglio 2025, in modo rocambolesco, come in un film di spionaggio. La prova decisiva fu un filmato in Super8 del turista della Svizzera tedesca Harald Polzer, che riprese la stazione poco prima e poco dopo l’attentato. L’avvocato Andrea Speranzoni, ancora una volta, visionò e rivisionò la pellicola. Finché si accorse di una faccia, nota fra le tante anonime. Era quella di Bellini, che allora aveva i riccioli e i baffi neri. Erano i momenti dopo l’esplosione. Angela Fresu e la Madre Maria erano già una nuvola di atomi.
Daniele Barni
4/9/2026 https://www.lafionda.org/









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