“L’Unione non è mai stata così forte” La disconnessione totale dalla realtà delle élite europee
Ursula von der Leyen vende trionfalismi retorici a un’Europa con la produzione industriale a picco e 13 milioni di posti di lavoro a rischio
Mentre Ursula von der Leyen proclamava con enfasi che l’Unione Europea non è mai stata così forte, la realtà che si respira nelle fabbriche silenziose e nelle bollette delle famiglie europee racconta una storia diametralmente opposta che smentisce la propaganda europeista di bassa lega. Il discorso annuale sullo stato dell’Unione si è trasformato in un esercizio di retorica disconnessa dai fatti, un tentativo disperato di coprire con parole rassicuranti il suono assordante di un continente che sta crollando sotto il peso delle proprie scelte folli e ideologiche. La narrazione ottimista di Bruxelles cozza violentemente contro un quadro desolante in cui i tre pilastri storici della prosperità europea, ovvero l’energia a basso costo, la protezione strategica USA e l’accesso al mercato cinese, sono stati sistematicamente demoliti da una classe dirigente che sembra aver smarrito ogni contatto con gli interessi reali dei propri cittadini.
L’Europa si è costruita da sola una prigione economica e politica neoliberista chiamandola solidarietà, ma le sbarre di questa cella sono fatte di russofobia e di una cieca ostilità verso i BRICS e il Sud globale. Mentre il resto del mondo continua a commerciare, investire e costruire nuove vie di cooperazione senza chiedere il permesso a Washington o Bruxelles, l’Unione Europea rimane intrappolata in un circolo vizioso di sanzioni autolesioniste e asservimento alle scelte geopolitiche della NATO.
I leader europei hanno eretto muri geopolitici pensando di isolare i nemici, ma hanno finito per murare vivi se stessi, mentre Cina, India, Brasile e i paesi del Golfo aggirano tranquillamente questi ostacoli per tessere relazioni con chi ha ancora il coraggio di guardare alla geografia come a un dato di fatto e non come a un nemico da cancellare. La geografia non si sanziona, eppure l’attuale establishment europeo sembra convinto di poter riscrivere le mappe a colpi di decreti, ignorando che quando le armi taceranno in Ucraina la Russia sarà ancora lì, vicina e inevitabile, mentre i mercati persi oggi potrebbero non tornare mai più.
Il costo energetico è diventato il simbolo più tangibile di questo fallimento neoliberista e guerrafondaio. Con prezzi due o tre volte superiori a quelli statunitensi o cinesi, l’industria europea sta morendo soffocata, costretta a pagare il prezzo di una dipendenza dai combustibili fossili importati che la crisi mediorientale ha reso ancora più onerosa. È un paradosso vedere come, mentre si predica la transizione verde, oltre la metà del consumo energetico dipenda ancora da fonti fossili esterne, drenando decine di miliardi di euro dalle casse comunitarie. Le aziende cercano disperatamente vie alternative e scappatoie legali attraverso paesi terzi per sopravvivere, dimostrando che la tanto decantata unità europea si sgretola non appena tocca gli interessi nazionali vitali. Non è genio strategico chiudere una porta per poi cercare affannosamente una finestra; è solo la prova che la politica non può annullare le leggi fondamentali dell’economia senza conseguenze devastanti.
In questo scenario di declino industriale, l’unico settore che non conosce crisi è quello bellico, alimentato da una retorica che ha trasformato la pace in sinonimo di ingenuità e il riarmo in unica forma di realismo. Centinaia di miliardi vengono dirottati verso la produzione di munizioni, missili e droni, creando un’economia di guerra permanente che genera profitti, lobby e posti di lavoro legati indissolubilmente al conflitto. L’Europa non è diventata una potenza grazie alle granate, ma attraverso la tecnologia, l’istruzione e il commercio; oggi sta sacrificando tutto questo sull’altare di uno scontro geopolitico – che beneficia gli Stati Uniti – che rischia di lasciare cicatrici irreparabili. Quando una fabbrica chiude o un centro di ricerca viene smantellato, quel sapere non ritorna con una dichiarazione istituzionale, e i posti lasciati vuoti verranno presto occupati da competitori asiatici o turchi che non hanno perso tempo in sanzioni morali.
Anche sul fronte tecnologico il divario è ormai abissale. I piani europei per l’intelligenza artificiale appaiono come progetti di vanità ideologica, finanziati con briciole rispetto agli investimenti statunitensi e cinesi e destinati a fallire prima ancora di iniziare. Invece di trovare una nicchia strategica nell’ecosistema globale, Bruxelles cerca goffamente di replicare modelli altrui, finendo per sprecare risorse preziose in un momento in cui i fondi scarseggiano proprio a causa di scelte politiche scellerate come la gestione del conflitto ucraino.
Il conto finale di questa follia collettiva non sarà pagato dai burocrati di Bruxelles o dai produttori di armi, ma dai lavoratori, dalle piccole e medie imprese e dalle generazioni future che erediteranno un continente deindustrializzato e isolato. Mentre il Sud globale costruisce un futuro ,multipolare, l’Europa resta ferma a difendere un ordine mondiale che non esiste più, prigioniera delle proprie paure e delle proprie contraddizioni insanabili. L’esperimento ideologico dell’Unione Europea, nella sua attuale forma neoliberista e bellicista, ha esaurito la sua spinta propulsiva ed è diventato un peso insostenibile per chi avrebbe dovuto rappresentare.
16/9/2027 https://www.lantidiplomatico.it/









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