ONU tra attese e realtà
Per qualche giorno il mondo torna a riunirsi sotto lo stesso tetto. Dal 22 settembre comincia il dibattito dell’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si svilupperà fino al 29 settembre. Il tema di questa sessione è ambizioso quanto retorico: «Restoring trust, managing transformation: a United Nations that delivers for all»: ricostruire la fiducia, governare la trasformazione, fare dell’ONU un’organizzazione capace di agire per tutti.
Sarà l’ultima sessione guidata dal Segretario Generale António Guterres, il cui mandato termina il 31 dicembre 2026. Il processo per scegliere il prossimo Segretario generale è in corso e la nomina finale richiede la raccomandazione del Consiglio di sicurezza e quindi, di fatto, l’accordo delle cinque potenze con diritto di veto. Guerre e crisi internazionali. Ucraina, Medio Oriente, Sudan e altre crisi saranno inevitabilmente tra i temi principali degli interventi dei leader e degli incontri bilaterali. È lecito attendersi soprattutto dichiarazioni politiche, più che decisioni capaci di aprire squarci decisivi sulle crisi internazionali. Dall’Ucraina a Gaza, dall’Iran allo Yemen, alla crisi energetica e quella climatica, l’81ª Assemblea generale metterà in scena tutte le contraddizioni di un ordine internazionale che non riesce più a governare le proprie crisi e sceglie le guerre militari e commerciali, finanziarie e diplomatiche al Sud globale e all’Est per mantenersi al comando del pianeta.
L’ONU arriva a questa assemblea con un paradosso evidente: sarebbe più necessaria che mai, ma appare più debole che mai. L’Occidente, con la guerra in Ucraina da un lato e il genocidio dei palestinesi e l’espansione coloniale sionista dall’altro, dimostra il suo doppio standard sul Diritto Internazionale: con i nemici si applica e con gli amici s’interpreta.
Il convitato di pietra resta la questione delle questioni: come rendere efficace le Nazioni Unite nella prevenzione delle crisi, nella loro gestione e nei processi diplomatici necessari a ridurre i conflitti? Il Consiglio di sicurezza rimane condizionato dal diritto di veto dei suoi cinque membri permanenti. Una parte crescente del mondo chiede che le istituzioni internazionali riflettano finalmente gli equilibri del XXI secolo e non quelli del 1945. L’India, l’Africa, l’America Latina, il mondo arabo e molte altre realtà vorrebbero una riforma della rappresentanza internazionale e questa non può essere considerata una semplice disputa diplomatica. Come proponeva la Riforma ideata dal Padre Miguel D’Escoto Brookman, nicaraguense e sandinista, durante il periodo nel quale fu Presidente dell’Assemblea Generale (2008), solo l’inversione di ruoli tra Assemblea e Consiglio potrebbe fornire criteri di democrazia e funzionalità al futuro dell’Onu. È una questione democratica e insieme di realismo politico.
Per questo il tema della Riforma delle Nazioni Unite, significativamente quella del rapporto tra Assemblea Generale e Consiglio di Sicurezza, dev’essere calendarizzata al più presto. Se non per una questione di giustizia e di lettura oggettiva delle trasformazioni planetarie intervenute dopo Yalta, almeno per la plastica evidenza dello stallo nel quale l’organismo versa e che lo rende, alla prova dei conflitti, del tutto inefficace.

L’81 sessione dei lavori presenta anche una evidenza simbolica della sua inefficacia: il divieto di partecipazione ai lavori imposto dagli USA a Mahmoud Abbas, Presidente palestinese. La vicenda è molto più che un episodio diplomatico. Dunque, secondo gli USA, si può parlare di Palestina ma solo in assenza dei palestinesi. L’Assemblea generale ha reagito autorizzando Abbas e altri rappresentanti palestinesi di alto livello a partecipare da remoto. La decisione è stata approvata con 152 voti favorevoli, 3 contrari e 4 astensioni.
Quindi da una parte l’ONU afferma che i rappresentanti dello Stato di Palestina devono poter partecipare ai suoi lavori. Dall’altra, la sede dell’Organizzazione si trova sul territorio di uno Stato che può impedire loro di raggiungerla. Ma le l’accesso alla sede dell’organizzazione universale dipende dalla volontà del Paese che la ospita, quale autonomia rimane all’ONU?
Gli USA sono il Paese ospitante dell’ONU, ma non sono il “proprietario” dell’ONU né hanno il potere di decidere chi può partecipare ai suoi lavori. Hanno assunto, con l’Accordo di sede del 1947 (Headquarters Agreement), obblighi internazionali specifici proprio per evitare che la competenza territoriale impedisca all’ONU di funzionare. L’articolo XI riguarda l’accesso al distretto delle Nazioni Unite: l’obbligo assunto dagli USA è di non imporre impedimenti al transito verso o dal quartier generale alle persone invitate dall’ONU per attività ufficiali.
Proprio mentre l’impero unipolare a trazione anglosassone si avvia alla fase definitiva della sua crisi politica, etica, economica e militare, il ruolo delle Nazioni Unite andrebbe riconsiderato come urgenza storica. Dopo 80 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, in presenza di una terza che rischia di passare da scenari regionali a globali, la domanda decisiva che l’ONU dovrebbe porre è: quale architettura politica può rendere possibile una pace fondata su diritti, sicurezza e autodeterminazione?
Ucraina
Anche sull’Ucraina l’ONU si trova davanti alla contraddizione fra principi e realtà. La guerra può terminare solo attraverso una combinazione di cessate il fuoco, negoziato, garanzie di sicurezza e accordi politici e la ricerca di una pace possibile non può non prevedere alcune condizioni basiche. L’Occidente, che questa guerra l’ha preparata, finanziata e fatta combattere per procura dagli ucraini, deve capire che l’espansione ad Est della Nato è finita, che non può pensare di dichiarare la Russia come nemico al quale infliggere una sconfitta strategica e poi provare a circondarla senza che Mosca reagisca; che il tema di una architettura di sicurezza euroasiatica debba essere affrontato anche e soprattutto con la sicurezza che la Russia pretende.
Iran
Ancora più delicata sarà la questione iraniana. Gli Stati Uniti hanno deciso di consentire al presidente Pezeshkian e al ministro degli Esteri Araqchi di partecipare all’Assemblea, pur con restrizioni.
La sconfitta militare della coalizione tra USA, Israele e Arabia Saudita sta determinando uno scenario inedito e, nel contempo, una gravissima crisi energetica dovuta alla guerra che rende gli stretti di Hormuz e Bab El Mandeb chiusi. Non c’è nessuna possibilità di accordo senza l’uscita degli USA dall’area che va dal Mar Rosso al Golfo Persico. Vanno promossi e sostenuti, invece, il riavvicinamento tra Ryad e Teheran iniziato con la mediazione cinese che consentì la ripresa dei rapporti diplomatici tra i due paesi, oggi entrambi nell’area dei BRICS. Il dialogo tra Iran, Arabia Saudita, Oman e EUA è necessario per riportare il Golfo Persico alla sovranità dei paesi che lo abitano.
Il programma ufficiale dell’Assemblea contiene questioni che sono tutt’altro che secondarie: il diritto allo sviluppo, la crisi climatica e la transizione possibile, l’innalzamento del livello dei mari, la prevenzione delle pandemie, la lotta al razzismo e il disarmo nucleare. È anche sicurezza alimentare, sanitaria, energetica, climatica, occupazionale.
Ma cosa significa parlare di transizione ecologica e di sviluppo se i Paesi con le economie emergenti sono boicottati da una rete di sanzioni e minacce militari e quelli di loro più indebitati sono costretti a destinare risorse enormi al servizio del debito anziché alla sanità e all’istruzione? Che cosa significa prepararsi alla prossima pandemia se l’accesso ai farmaci e alle tecnologie rimane profondamente diseguale?
Il Sud globale esige spazio

Uno degli elementi più importanti dell’attuale crisi dell’ONU è la crescente distanza fra l’architettura istituzionale del mondo e la realtà dello stesso. Chi decide sulle guerre? Chi decide sulle sanzioni? Chi decide sull’uso della forza? Chi può bloccare una decisione sostenuta dalla maggioranza? Se il multilateralismo di cui l’Onu è massima espressione deve sopravvivere, dovrà prima o poi affrontare queste domande.
Non è un tema rinviabile ad oltranza. La tentazione potrebbe essere quella di guardare all’ONU soltanto attraverso le sue contraddizioni: le guerre che non riesce a fermare, i veti del Consiglio di sicurezza, le dichiarazioni che spesso non producono conseguenze. Ma sarebbe un errore concludere che, poiché l’ONU è imperfetta, essa sia inutile. È vero esattamente il contrario. Più il mondo diventa multipolare, più ha bisogno di istituzioni comuni.
Ha bisogno di riforme profonde: maggiore rappresentatività del Consiglio di sicurezza, rafforzamento dell’Assemblea generale, rispetto effettivo del diritto internazionale, finanziamenti adeguati e una più forte partecipazione dei Paesi del Sud globale. Nato in un mondo con circa 4 miliardi di persone, oggi, che si sfiorano gli otto, va aggiornato e riqualificato, essendo per antonomasia l’organismo che rappresenta l’intera comunità internazionale. Ma che va riportato ad una democratizzazione effettiva che, tenendo conto del peso demografico, economico e territoriale dei suoi membri nei processi decisionali, rappresenti l’espressione politica del Sud Globale e di tutto quel mondo che emerge nonostante gli stivali imperiali provino a schiacciarne le legittime ambizioni. È questa la vera partita che si gioca a New York.
Fabrizio Casari
21/9/2026 https://altrenotizie.org/









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