Yemen da periferia bombardata a centro del nuovo equilibrio mediorientale
La guerra lampo che mette una mano sulla Porta delle Lacrime
La conquista di Mokha e dell’isola di Mayyun trasforma una vittoria locale in una minaccia mondiale
Il problema non è soltanto chi governerà lo Yemen, ma chi potrà condizionare il traffico tra Oceano Indiano, Mar Rosso, canale di Suez e Mediterraneo. Dietro l’avanzata di Ansar Allah affiorano la debolezza saudita, il calcolo iraniano e il progressivo logoramento della garanzia americana.
La geografia presenta il conto
Ci sono guerre che sembrano periferiche solo finché non si guarda una carta. Lo Yemen appartiene a questa categoria. È uno dei Paesi più poveri del mondo arabo, devastato da oltre un decennio di guerra, ma siede sulla riva orientale di Bab el-Mandeb, la “Porta delle Lacrime”, lo stretto che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso. Da lì passano le navi dirette verso Suez e quindi verso il Mediterraneo. Una crisi a Sana’a o a Mokha può così arrivare nei porti europei sotto forma di noli più cari, premi assicurativi più elevati, ritardi nelle consegne e rincari energetici.
L’avanzata di Ansar Allah lungo la costa occidentale e la conquista di Mayyun, chiamata anche Perim, hanno mutato l’equilibrio. L’isola si trova nel mezzo dello stretto e separa i due canali navigabili. Non consegna automaticamente agli Houthi un interruttore con cui chiudere il mare a piacimento, ma offre un punto d’osservazione e d’interdizione di eccezionale valore. Integrata con le posizioni sulla costa yemenita, con radar, ricognizione, missili antinave, mine e velivoli senza pilota, può rendere ogni transito più rischioso e ogni operazione di scorta più costosa. Secondo fonti yemenite citate dalla Reuters, le forze di Ansar Allah hanno raggiunto l’isola l’11 settembre, dopo aver travolto reparti appoggiati da Riad e conquistato materiale militare statunitense e saudita abbandonato nella ritirata.
Il controllo non è ancora il dominio assoluto
Occorre evitare due errori opposti. Mayyun non è un sasso inutile, ma neppure un interruttore capace di chiudere stabilmente lo stretto. Per imporre un blocco servono sorveglianza continua, munizioni, difese aeree e collegamenti logistici; l’isola, piccola e scoperta, è anche un bersaglio vulnerabile.
Ma gli Houthi non devono dominare il mare come una grande potenza navale. Basta rendere credibile la minaccia. Le compagnie modificano le rotte quando il rischio diventa economicamente intollerabile: pochi lanci possono aumentare i premi assicurativi, imporre scorte o spingere le navi verso il Capo di Buona Speranza. L’effetto strategico può dunque precedere la vittoria tattica.
La sconfitta dell’esercito ricco
Il rovescio saudita ripropone una vecchia lezione: le armi moderne non sostituiscono la coesione. Riad dispone di aerei avanzati, difese e mezzi corazzati, ma i suoi alleati yemeniti sono divisi da rivalità politiche, tribali e territoriali. La catena di comando è fragile e l’offensiva houthi avrebbe concentrato circa centomila combattenti senza che i servizi avversari cogliessero la preparazione.
Ansar Allah, invece, combatte sul proprio territorio, possiede una direzione politico-militare più compatta e ha trasformato anni di bombardamenti in una scuola di adattamento. Non è invincibile e non rappresenta tutto lo Yemen, ma conosce il terreno e dispone di reti sociali capaci di fornire uomini e informazioni. La superiorità tecnica saudita si disperde contro un avversario meno sofisticato ma più resistente: la potenza di fuoco, da sola, non diventa controllo politico.
Le forze sostenute da Riad hanno combattuto come un aggregato di interessi. Gli Houthi hanno combattuto come un’organizzazione che identifica la propria sopravvivenza con la vittoria. È questa differenza, più dei mezzi disponibili, a spiegare la rapidità del cedimento.
Teheran sostiene, ma non comanda ogni mossa
Definire gli Houthi una semplice pedina iraniana aiuta la propaganda, non l’analisi. Ansar Allah riceve da Teheran assistenza politica, conoscenze tecniche e armamenti, ma appartiene allo zaydismo e persegue obiettivi yemeniti: fine del blocco, riapertura piena del porto di Hodeida e dell’aeroporto di Sana’a, compensazioni per la guerra e riduzione dell’appoggio saudita al governo riconosciuto internazionalmente.
L’Iran non deve impartire ogni ordine per ricavarne un vantaggio; gli basta sostenere una forza autonoma i cui interessi convergono con i propri. Un alleato radicato localmente è più resistente di una milizia che dipende interamente dagli ordini e dai rifornimenti esterni.
Se Ansar Allah guadagna libertà d’azione a Bab el-Mandeb mentre Teheran conserva capacità di pressione su Hormuz, il fronte iraniano ottiene influenza sui due varchi che delimitano la penisola arabica. Non è una chiusura simultanea, difficilissima da sostenere, ma una tenaglia politica sull’energia e sui commerci.
Il doppio cappio attorno al petrolio saudita
L’Arabia Saudita ha costruito l’oleodotto Est-Ovest per ridurre la dipendenza da Hormuz. Il greggio delle regioni orientali raggiunge Yanbu, sul Mar Rosso. Secondo l’amministrazione statunitense per l’informazione energetica, la conduttura trasporta normalmente circa cinque milioni di barili al giorno e può essere spinta temporaneamente verso i sette.
Ora, però, la via incontra un pericolo terrestre, perché impianti e tubazioni possono essere colpiti, e uno marittimo: da Yanbu il petrolio deve risalire verso Suez oppure scendere verso Bab el-Mandeb per raggiungere l’Asia. La chiusura precauzionale dell’oleodotto dopo recenti attacchi e l’avanzata houthi mostrano che l’alternativa a Hormuz non è più un rifugio sicuro.
Nel primo semestre del 2025 attraverso Bab el-Mandeb transitavano circa 4,2 milioni di barili al giorno, meno della metà dei 9,3 milioni del 2023, perché molte navi avevano già scelto la circumnavigazione africana. Una nuova crisi potrebbe rendere strutturale quella deviazione, sottraendo traffico a Suez e allungando le rotte tra Asia ed Europa.
Il conto ricadrebbe sugli importatori europei, sull’Egitto attraverso minori entrate del canale, sulle industrie dipendenti da consegne regolari e infine sui consumatori. Il controllo di un’isola yemenita finisce così per incidere sui prezzi del carburante, sui costi industriali tedeschi o italiani e sull’inflazione europea.
Washington dice di no e il Medio Oriente ascolta
Il fatto politicamente più importante non è forse la caduta di Mokha, ma la scelta americana di non intervenire direttamente. Funzionari statunitensi hanno incontrato rappresentanti houthi a Mascate e avrebbero ricevuto la garanzia che le navi americane non saranno attaccate, mentre resterebbero nel mirino quelle collegate all’Arabia Saudita.
L’amministrazione Trump ha condannato la minaccia alla navigazione, ma ha evitato una nuova campagna militare. Il quadro è stato ricostruito dal Guardian; Reuters riferisce che nemmeno gli europei intendono offrire un sostegno militare diretto.
Non è pacifismo, ma gerarchia delle priorità. Gli Stati Uniti, già impegnati contro l’Iran, sanno che bombardare lo Yemen può distruggere rampe e depositi senza eliminare un movimento radicato. Gli Houthi disperdono uomini e mezzi, ricostruiscono le installazioni e trasformano le vittime civili in uno strumento di reclutamento. Ogni missile occidentale può costare più del bersaglio che distrugge.
Washington vuole proteggere le proprie navi senza assumere automaticamente i rischi della politica saudita. Il vecchio patto, sicurezza americana in cambio di stabilità energetica, non scompare ma diventa selettivo. Riad scopre che acquistare armi statunitensi non equivale a comprare l’intervento americano.
Il Regno cerca quindi sponde in Egitto, Pakistan e Turchia, ma nessuno vuole ereditare una guerra senza uscita. Il Cairo ne conserva un ricordo amaro dagli anni Sessanta; Islamabad deve considerare i rapporti con l’Iran; Ankara può fornire sostegno politico e tecnico, ma non ha interesse a impantanarsi nel territorio yemenita.
La Cina può mediare, non sostituire l’America
Pechino è il principale cliente energetico della regione, mantiene rapporti con l’Iran e con le monarchie arabe e può presentarsi come potenza interessata alla stabilità. Ma nel Mar Rosso e nel Golfo non possiede ancora una struttura militare paragonabile a quella statunitense, né sembra desiderosa di pagarne il costo. Può favorire accordi, esercitare pressioni economiche e offrire investimenti; non può garantire da sola l’intero ordine marittimo.
La Russia può sfruttare politicamente le difficoltà americane, consolidare i rapporti con Teheran e dialogare con gli attori locali, ma non dispone delle risorse navali e finanziarie necessarie per diventare il nuovo protettore del Golfo.
Il risultato non sarà probabilmente la sostituzione di un garante con un altro. Sarà un sistema più frammentato, nel quale Riad continuerà a comprare armi occidentali, negozierà con Teheran e cercherà sponde asiatiche e arabe. Più autonomia, dunque, ma anche più incertezza.
La guerra economica dentro la guerra militare
Ansar Allah ha compreso che il vero bersaglio non è necessariamente la nave, ma il calcolo di chi la possiede. Minacciare una rotta significa intervenire sui prezzi dell’energia, sui tempi industriali, sui bilanci pubblici e sulla fiducia nei governi.
Con il petrolio sopra i cento dollari e la conduttura saudita sotto pressione, una crisi prolungata colpirebbe Riad proprio mentre finanzia grandi programmi di trasformazione economica. Prezzi più alti possono aumentare le entrate soltanto se il greggio raggiunge i clienti; se diventano eccessivi, alimentano l’inflazione, frenano la domanda mondiale e accelerano la ricerca di fornitori e fonti alternative.
Anche l’Iran deve evitare l’eccesso. Una chiusura prolungata di Hormuz e Bab el-Mandeb provocherebbe una coalizione internazionale più ampia e danneggerebbe la Cina, principale sostegno economico di Teheran. L’Iran ha interesse a mantenere la minaccia credibile ma graduabile: non interrompere necessariamente il flusso, bensì dimostrare di poterlo restringere.
È la strategia del rubinetto. Chi può ridurre il passaggio senza chiuderlo possiede una leva negoziale; chi provoca un blocco totale rischia invece di riunire contro di sé tutti gli Stati danneggiati.
Tre vie, nessuna indolore
Una controffensiva saudita potrebbe riconquistare Mayyun e parti della costa, ma richiederebbe informazioni migliori, comando unitario e disponibilità ad accettare perdite. Senza queste condizioni, i bombardamenti produrrebbero distruzione senza controllo territoriale.
Il secondo scenario è il congelamento. Gli Houthi conservano le conquiste, promettono un passaggio selettivo alle navi non ostili e utilizzano lo stretto come leva negoziale. Sarebbe la soluzione meno spettacolare e probabilmente la più vantaggiosa per Ansar Allah: ottenere i benefici politici del controllo senza assumersi la responsabilità di un blocco totale.
Il terzo scenario è un accordo nel quale Riad riconosce il peso politico degli Houthi in cambio di garanzie sulla navigazione, sulla sicurezza dei confini e sugli impianti petroliferi. Sarebbe una sconfitta simbolica per l’Arabia Saudita, ma potrebbe evitarne una strategica.
La battaglia dello Yemen annuncia così qualcosa di più grande dello Yemen. Dimostra che una forza locale, se coesa e collocata nel punto geografico giusto, può condizionare potenze molto più ricche. Mostra che la superiorità tecnologica, senza un obiettivo politico raggiungibile, diventa una contabilità di bersagli colpiti. Rivela infine che la protezione americana, un tempo considerata automatica, è ormai sottoposta al calcolo dei costi e degli interessi.
La “Porta delle Lacrime” non è ancora chiusa. Ma chi la sorveglia ha ottenuto il potere di far credere che potrebbe chiuderla. Nei mercati, nelle cancellerie e nelle sale operative, a volte questa percezione vale quasi quanto il controllo materiale.
È questo il vero risultato della guerra lampo: non la conquista definitiva del Mar Rosso, ma la trasformazione dello Yemen da periferia bombardata a centro del nuovo equilibrio mediorientale.
Giuseppe Gagliano
21/9/2026 https://www.lafionda.org/









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