Segregazione di classe

La misura contro i bambini e le bambine migranti annunciata da Giorgia Meloni cancella il vero problema: i divari di classe e la necessità di rilanciare l’istruzione pubblica

di Carlotta Caciagli

Il tema della segregazione scolastica si affaccia finalmente sul dibattito pubblico. Sarebbe una buona notizia, se non fosse che lo fa nel modo peggiore: attraverso letture falsate e soluzioni che, anziché contrastare i meccanismi di esclusione, li aggravano. 

Giorgia Meloni ha annunciato alla festa di Gioventù Nazionale che il governo si sta occupando della re-immigrazione anche in loco, cioè a partire dalle scuole. Come? Varando a breve un provvedimento che vieta burqa e niqab a scuola, obbligando i genitori stranieri di alcuni alunni definiti problematici a imparare l’italiano e facendo rispettare convintamente il limite del 30% (già presente nella legge Gelmini del 2010) di studenti stranieri nelle scuole. Questo dovrebbe essere un piccolo passo per il governo, ma un grande passo per i bambini italiani, minacciati di essere minoranza a casa propria. Se guardiamo alla fattibilità di tutte e tre queste soluzioni ci sarebbe da ridere. Se guardiamo alla strumentalizzazione di una questione così importante come l’integrazione c’è invece da piangere lacrime amare. Sì perché il tema della segregazione scolastica in Italia esiste e non ha a che fare (solo) con la presenza di stranieri ma più in generale con le disuguaglianze socio-economiche delle famiglie e dei territori. La strada tracciata dalla premier può essere una soluzione? La risposta breve è no, ma proviamo ad approfondire. Cos’è davvero la segregazione scolastica, perché accade e cosa sarebbe invece necessario fare per contrastarla. 

La lente della migrazione

La segregazione scolastica è quel fenomeno per cui in alcune scuole la concentrazione di studenti con un determinato profilo – spesso di fragilità – è più alta di quella del territorio di riferimento. Per esempio, se a Milano la percentuale di stranieri residenti è del 20%, saranno segregate – sotto il profilo del paese di origine – quelle scuole che avranno una percentuale di iscritti superiore a questo dato. Ma le scuole possono essere segregate anche da un punto di vista socio-economico e vedere un’alta concentrazione, per esempio, di alunni provenienti da famiglie mediamente più povere o meno istruite. Come ben sappiamo le forme di svantaggio – o per meglio dire le condizioni di svantaggio in sistemi capitalisti – tendono a sommarsi ed è dunque molto probabile che una scuola segregata lo sia sotto un profilo socio-economico e anche etnico. Purtroppo – e questo è l’elefante nella stanza della scuola pubblica – sappiamo che il contesto familiare è spesso predittivo del rendimento scolastico, perciò le scuole più segregate tendono a essere anche quelle i cui alunni hanno risultati scolastici peggiori. Dunque, parlare di segregazione adottando la sola lente della migrazione non è solo parziale ma scorretto. 

Ma la segregazione scolastica non è da contrastare soltanto per evitare che alcune scuole diventino sacche di disagio: disagio che inevitabilmente si scarica su personale docente e sul territorio nel quale quella scuola sorge. Ma anche perché interviene negativamente sulla traiettoria di vita dei singoli. Sono corroborati gli studi che ci dicono che i contesti eterogenei sono quelli più favorevoli all’apprendimento e più in generale all’inserimento nella società. Quindi sì, scuole o classi ghetto in cui una determinata caratteristica socio-economica e culturale sia preponderante sono, dalla prospettiva di una scuola pubblica e di massa, da evitare. E la scuola pubblica tende a evitarle, dal tempo dell’abolizione delle classi differenziali. 

Secondo linee guida ministeriali le classi si devono formare in modo tale da garantire quanto più possibile la variazione anche in termini di genere, data di nascita, provenienza. Non a caso, se guardiamo alle prime generazioni, sono relativamente poche in Italia le scuole dove gli alunni stranieri superano il 30%. Diverso se consideriamo più generalmente il background migratorio: in questo caso sappiamo che poco meno del 13% delle classi in Italia supera il 30% con una distribuzione molto diseguale in tutta la penisola e una concentrazione maggiore nei capoluoghi di provincia. Per esempio, allargando tale nozione come fa Giorgia Meloni, in una città come Milano quasi la metà delle scuole primarie ha più del 30% di alunni di prima o seconda generazione stranieri. Sappiamo altrettanto bene però che gli alunni di seconda generazione parlano spesso l’italiano in modo fluente e la differenza, fra bambini da scolarizzare, fra italiani e stranieri non è rilevante da un punto di vista dell’alfabetizzazione. Gli studi, che forse il governo ignora, ci dicono che non è il dato quantitativo – i «troppi» migranti presenti in Italia – a determinare segregazione. Sono invece intrecci più complessi di scelte individuali e la patologica assenza di politiche urbane che prendano in considerazione il fenomeno in modo strutturale.  

Il ruolo della classe media creativa nella segregazione 

Tagliando (molto) con l’accetta possiamo dire che la segregazione scolastica segue due percorsi. Il primo è quello territoriale. Le scuole hanno un’alta concentrazione di studenti stranieri perché in quel territorio ve ne risiedono di più che in altre parti della città. In questo caso la segregazione scolastica rispecchia quella dell’area urbana. Il mercato immobiliare e l’assenza di politiche abitative rendono sempre più spesso parti di città quasi totalmente inaccessibili a certe fasce di popolazione. 

Sebbene ciò sia vero in generale e l’esclusività di molte zone stia diventando sempre più evidente, nelle città italiane i quartieri ghetto sono ancora un’eccezione. Il nostro paese è cioè molto diseguale, ma questa disuguaglianza è geograficamente diffusa. Ma la segregazione scolastica avviene anche attraverso un altro meccanismo, il così detto white flight, ovvero la fuoriuscita di alunni bianchi verso scuole diverse da quelle di prossimità. Come pubblicato recentemente da Il Fatto quotidiano, i flussi sono significativi: ben 56% dei bambini italiani delle elementari e il 57% delle medie frequenta una scuola diversa da quella del proprio bacino di residenza. In Italia, e soprattutto nei grandi centri urbani, troviamo spesso dunque scuole segregate ma all’interno di quartieri misti. Significa, in soldoni, che i responsabili della segregazione non sono tanto gli stranieri quanto gli italiani che se ne vanno in altre scuole. 

Ciò è possibile perché anche la scelta scolastica segue logiche di quasi libero mercato: le famiglie possono iscrivere i figli e le figlie dove vogliono e le scuole in autonomia decideranno quali criteri adottare per dare precedenze. Ma chi è esattamente che fuori-esce? E verso dove va? Sebbene sia difficile clusterizzare quelle che sono scelte individuali e quindi particolareggiate e molte volte anche legittime, dei trend ci sono e sono corroborati. A scegliere di fuoriuscire dalle scuole del proprio territorio sono principalmente le classi medie e medio-alte. Verso dove vanno però dipende da molti fattori: i più ricchi tendono a scegliere le scuole private mentre le classi medie, per disponibilità economica e per appartenenza culturale, scelgono altre scuole pubbliche, quelle che hanno sì una quota di studenti stranieri – magari anche perché il cosmopolitismo è un valore distintivo – ma comunque frequentate dalle famose people like us, cioè le persone simili a noi, con i nostri valori di riferimento. Valori fra cui spesso c’è, appunto, l’inclusione. 

Come si contrasta la segregazione? 

La segregazione scolastica dunque esiste ed è un problema. Dire, come molti stanno facendo in queste ore, che la scuola italiana ha ben altri problemi è profondamente sbagliato. La segregazione amplia le disuguaglianze di partenza in modi ancora più complessi di quanto la scuola non rischia già di fare. 

È un processo attraverso il quale la scuola rischia di tornare a essere esplicitamente classista. Per contrastarla però ci vuole in primo luogo una conoscenza approfondita di questo fenomeno che è estremamente complesso e una serie di politiche dentro e fuori dalla scuola. 

Guardare alle disuguaglianze sociali insieme a quelle educative è un cambio di prospettiva necessario. Ammettere che non basta invocare che la scuola sia pubblica affinché sia equa e rappresenti un’opportunità per tutte e tutti è altrettanto necessario. All’interno di questo cambio di prospettiva ci stanno poi politiche abitative capaci di ridisegnare i flussi nelle città e un mercato del lavoro dinamico, nel quale i genitori degli alunni stranieri non siano costretti, senza mezzi, a imparare una lingua ma siano parte attiva delle città, abbiano modo di parlare la lingua sui luoghi di lavoro e negli spazi di prossimità. 

E poi c’è bisogno di investire in politiche di compensazione, in formazione del personale docente e anche in un cambio culturale e ammettere anche che, forse, la libertà di scelta individuale non è sempre da perseguire a tutti i costi. 

Carlotta Caciagli è ricercatrice al Politecnico di Milano. Si occupa di movimenti urbani nel tardo capitalismo. Ha scritto Movimenti urbani (Mondadori, 2021).

22/9/2026 https://jacobinitalia.it/

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